Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

Agid

Scano (Iwa): “Verso standard nazionali per la pubblica amministrazione”

27 Ott 2014

27 ottobre 2014

Il neo consulente dell’Agenzia per l’Italia Digitale racconta una visione che sta spingendo per diventare realtà anche in Italia: eliminando le resistenze del regionalismo Ict

Ci siamo mai chiesti perché nella vita quotidiana molte cose funzionano “parlando” tra loro? Abbiamo mai pensato che dietro la possibilità di acquistare soluzioni di diversi produttori (in ambito ICT e non) e di poterle utilizzare con le medesime modalità vi sia qualcosa a monte che ne regola la progettazione e sviluppo? Se ce lo siamo chiesti almeno una volta, o se ve lo chiedete solo ora leggendo questo articolo, la risposta è: standard. Gli standard, o convenzioni, sono degli accordi fatti da soggetti interessati (stakeholder) per condividere dei principi di progettazione comuni. In ogni settore esistono degli standard, compreso il settore ICT dove, solo per l’ergonomia delle interfacce, esiste un’intera famiglia ISO 9241-xxx che va dalle modalità con cui si definiscono le tastiere, i mouse sino alle interfacce delle applicazioni (web e non). Questi standard vengono sviluppati con il consenso dei partecipanti, con rappresentanze provenienti da ogni paese.

Esistono altri “standard” invece che vengono prodotti da consorzi (come il consorzio del Web, o W3C), che comunque hanno una larga diffusione. Pensiamo ad esempio a specifiche come HTML, CSS che sono di fatto i linguaggi di riferimento per qualsiasi contenuto pubblicato nel Web.

Vi sono casi in cui è necessario invece avere degli standard specifici, in ambito nazionale e/o sovranazionale ed è pertanto necessario un coordinamento per il loro sviluppo ed applicazione. Pensiamo a tutti i dati attualmente gestiti dalle PA, in particolare dati relativi alla mobilità. Pensiamo ad esempio alla necessità di uniformare secondo uno standard nazionale i sistemi di bigliettazione. Ad oggi, viaggiando tra Venezia e Roma mi trovo con due differenti tessere con chip, entrambe “leggibili” dallo stesso lettore ma che non sono cumulabili, ovvero non vi è possibilità di avere un’unica tessera per muoversi nei diversi mezzi. Sempre in ambito mobilità pensiamo a tutti i dati degli spostamenti in tempo reale dei mezzi (autobus, treni, aerei, ecc.) che vengono archiviati dalle società di trasporto con differenti modalità, con necessità di sviluppare diverse applicazioni a seconda della città in cui ti trovi. Pertanto un “nomadic worker” deve possedere “n” applicazioni, “n” carte per potersi spostare ed informare in una stessa nazione (e spesso in una stessa regione). Se andiamo poi nell’ambito comunale, quante applicazioni vengono sviluppate per esporre informazioni e servizi ai cittadini?

Tutti questi servizi hanno una cosa in comune: si “inventano” degli standard “ad personam”, che rendono tali sistemi chiusi oppure apribili esclusivamente ad applicazioni specifiche, ovvero non garantiscono la possibilità di riutilizzo e di interoperabilità. Se poi ci allarghiamo al settore smart city, ci rendiamo conto che esiste una babilonia di formati, schemi, e quant’altro che rende impossibile una gestione delle informazioni senza elevati oneri di riuso / riconversione.

Per tali motivazioni è necessario che per tutte le tematiche inerenti l’interazione uomo/macchina e macchina/macchina siano definiti degli standard condivisi quantomeno in ambito nazionale, eliminando le resistenze del regionalismo ICT, magari assegnando questo ruolo alla realtà che per legge nazionale e relativo statuto definisce standard (AgID) e deve occuparsi “del coordinamento informatico dell’amministrazione statale, regionale e locale, anche in attuazione finalità di progettare e monitorare l’evoluzione strategica del Sistema Informativo della Pubblica Amministrazione favorendo l’adozione di infrastrutture e standard che riducano i costi sostenuti dalle singole  amministrazioni e migliorino i servizi erogati”.

È ben chiaro che tali standard dovranno nascere recependo, ove esistenti, standard internazionali evitando quindi di reinventare la ruota. Allo stesso tempo è auspicabile una legislazione nazionale che preveda la nullità di contratti di sviluppo e di acquisto di prodotti da parte delle PA ove gli stessi non utilizzino schemi ed ontologie condivise correlati agli standard.

La presa di posizione di questo articolo potrà sembrare “talebana” ma in un’ottica di interoperabilità e di riutilizzabilità di dati e servizi è essenziale, al fine di evitare ciò che sta succedendo ora con l’unificazione delle anagrafi. Per tale motivo solo una vittoria della linea di definizione di standard tecnici, di modalità condivise di dialogo tra basi dati e l’apertura delle stesse può salvarci dalla babilonia digitale e dalla relativa morte dell’interoperabilità.

 

  • Damiano

    un solo ostacolo: TITOLO V della Costituzione=autonomia gestionale garantita dalla Costituzione.
    Ragosa ha messo in discussione i CED dei Comuni ed è stato prontamente segato.
    Poggiani avvisata … si tiene alla larga dall’argomento CONSOLIDAMENTO CED, ma senza il quale perdiamo solo tempo (e denaro di noi contribuenti).

  • Roberto Scano

    Una cosa è l’autonomia gestionale, altra cosa caro Damiano è la definizione di standard nazionali (basati in caso su standard internazionali esistenti). L’esempio è lo schema XML di AVCP, la fatturazione elettronica ecc.

  • Davide Brunato

    Vorrei chiarire il ruolo che può avere AGID in questi processi di standardizzazione. Mi sembra pacifico definire standard generali per l’interscambio delle informazioni (formato dei documenti, “tracciati record” minimali comuni per l’anagrafe digitale). Più difficile penso sia inserirsi in ambiti più complessi come negli esempi che lei ha riportato (quello delle tessere …) dove le difficoltà sono ulteriori rispetto alla definizione dell’interfaccia e le problematiche possono essere molto specifiche. Credo che per questi ambiti AGID dovrebbe operare per definire delle “common practices” volte a favorire l’interazione tra diversi enti, in modo che possano poi convergere verso soluzioni comuni (sempre che vi sia una volontà politica poi di farlo …). Tra queste potrebbero ad esempio esserci direttive sulla semplificazione del licensing degli applicativi sviluppati e della loro pubblicazione/condivisione.

  • gianni

    Standard… magari partendo da ODF come hanno fatto in UK !

  • Damiano

    Roberto, a cosa serviranno dunque gli standard?
    A far dialogare in modo standard gli 11.000 CED della PA?
    Certo, già sarebbe un risultato… ma sarebbe comunque l’industrializzazione dell’irrazionale ed antieconomica situazione italiana.
    ma siccome né Poggiani, né Coppola, né Quintarelli e neppure gli altri 23 (!) Responsabili dell’Agenda Digitale Italiana vogliono/possono cambiare questa follia, concentrando in 10/30 CED tutto ciò, allora… AVANTI CON LA STANDARDIZZAZIONE DEL CAOS !

  • g.ciccotti

    La finalità è sacrosanta e condivisibile. Bisogn lerò considerare che lo standard è un limite all’innovazione; perciò l’importante è che pria di definire uno standard, si definisca il processo di normazio e revisione dello stesso essendo consapevoli che nell’IT gli standard hanno vita breve perchè evolvono con le tecnologie

  • stefano

    …ma che talebano!?! E’ solo buon senso e competenza. Incontriamoci, ho delle posizioni già rappresentate al Min. F.P.e Sempl.ne.
    saluti

  • virgulto

    L’obiettivo di standardizzare l’ICT nella PA per rendere agevole lo scambio di dati e informazioni é talmente logico e condivisibile che da trenta anni é stato sistematicamente perseguito a tutti i livelli.
    Ogni Ministero, Regione, Provincia, Comunià Montana, Unione di Comuni, Consorzio etc ha partorito progetti di informatizzazione standardizzata.
    Anzi l’obiettivo é stato condiviso a tal punto che spesso molte nuove amministrazioni, elette al posto di precedenti, hanno pensato bene di attivare nuove iniziative visto il falimento sistematico delle precedenti.
    Peccato che ognuno abbia utilizzato “standard” diversi.
    Conosco bene la situazione perché ci sono dentro fino al collo da trent’anni (per favore non fate l’onda!).
    Bisogna uscirne con la consapevolezza che é una impresa titanica.
    Farla facile é il sistema sicuro per fallire.
    Gli 11.000 CED richiamati da Damiano rappresentano solo una parte del problema perché all’interno di ogni CED girano software diversi che non si parlano.
    Ma sono strumenti che ogni giorno consentono di rispondere alle peripezie dei cittadini e dei funzionari per rispondere a una selva di adempimenti burocratici crescente.
    Anche al governo in carica, non ostante i buoni propositi, sono “sfuggiti” provvedimenti di legge contorti e incomprensibili.
    Per noi informatici che lavoriamo per la PA la parola “semplificazione” genera ormai da anni reazioni allergiche e insonnia.
    Condivido l’indicazione di Damiano di cocentrare in pochi CED l’informatica pubblica ma é comprensibile anche la prudenza dei responsabili di fronte ad un compito molto difficile che non ha eguali al mondo.
    Vittorio Cionini

  • alessandro

    Signori, cominciamo con il dire le cose come stanno.
    Cosa significare “standardizzare”?
    Creare un linguaggio comune sovrapponendo ed integrandolo a quello attuale?
    Perchè non è in quella direzione che si ottiene semplificazione.
    Si ottiene semplicemente maggiore costo. La software house di turno chiederà qualcosa in più per creare un “connettore standard” per poter dialogare con il sistema informatico particolare di quel particolare ente.

    Sbagliate la domanda.
    La domanda non è “perchè 11.000 enti non realizzano dei connettori per poter interfacciare i propri sistemi?”.
    La domanda vera è “perchè 11.000 enti non utilizzano tutti lo stesso software”?
    Lo stato è come una azienda con 11.000 sedi.
    E’ come se la FIAT utilizzasse 11.000 software diversi per ogni sede, e poi acquistasse 11.000 connettori diversi per parlare tutti la stessa lingua.

    Perchè pagare 11.000 volte per prodotti diversi da standardizzare quando sarebbe possibile pagare 1 sola volta per un solo prodotto già standardizzato?

    E’ vero. Si rischia di danneggiare un mercato, ma si velocizzerebbe la macchina pubblica. Evitando tanto progetti e progettini del piffero che vengono tanto pubblicizzati solo perchè hanno la parola “digitale” nel nome.
    Ditemi dove sbaglio.
    Alessandro

Articoli correlati