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il confronto

Alienati o imbecilli? Prove di dialogo su potere, responsività e lavoro del futuro

Un dialogo/confronto in più giornate su alienazione, lavoro, dati e tecnologia sviluppato dal filosofo Maurizio Ferraris e dal sociologo Lelio Demichelis. La seconda giornata: alienazione, responsività e lavoro del futuro

31 Mag 2019

Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Maurizio Ferraris

professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino


Maurizio Ferraris: Tornando alla fine del tuo intervento alla prima giornata, vedo che ti sei riconosciuto persino nella figura del complottista, e sì che io non pensavo affatto a te. Ma, se ti ci sei riconosciuto, allora probabilmente hai ragione.

Lelio Demichelis: Tutto ciò che ho detto prima della tua lunga riflessione a conclusione della nostra prima giornata nega invece esplicitamente e chiaramente proprio ogni idea di complotto… E fa pensiero critico, anche se pensi il contrario. Confondi sempre l’analisi del potere e delle sue forme e modi di agire, con il complottismo. Se avessi ragione tu, mi devo ripetere, allora sono complottisti anche Foucault e la Scuola di Francoforte e Marx e Bauman e Anders e Severino e Nye sul soft power e Thaler sull’economia comportamentale e Foer sui nuovi poteri forti della rete e oggi la Zuboff e il suo capitalismo della sorveglianza

M.F. Diciamolo chiaramente: una forma di complottismo è presente in chiunque, invece che cercare delle vie di uscita come quelle che ho proposto alla fine della scorsa giornata, passa il suo tempo a descrivere la malvagità dell’avversario, reale o supposto. Quanto alla necessità dell’analisi, siamo pienamente d’accordo, ma non vedo, di nuovo, in che senso tutte le parole che hai scritto vadano oltre il fatto (accessibile senza qualsiasi analisi) che oggi il potere si esercita con le buone mentre una volta si esercitava con le cattive. Il che dopotutto dovrebbe far riflettere: di che cosa è sintomo questa circostanza? È qui che dovrebbe iniziare l’analisi (e il pensiero critico), ma è proprio qui che tu ti affretti a dare una risposta incredibile: è il potere che si è fatto astuto e microfisico. Io credo che il potere fosse astuto e microfisico anche prima, solo aveva certe esigenze e non altre.

Se, poniamo, devo lanciare degli uomini all’assalto sotto il tiro delle mitragliatrici, dovrò usare dei modi bruschi. Se devo invece convincerli a comprare dei telefonini sarò più suasivo. Questo è abbastanza evidente a chiunque. Il vero punto è però: ha senso parlare di strategie di potere in tutti e due i casi? Il caso dell’alienazione, poi, è ancora più problematico. L’alienazione è un concetto pienamente adeguato per le condizioni storiche e sociali in cui è stato creato. Una persona che non ha ricevuto istruzione (e che dunque non ha ricevuto quella positiva alienazione che è la cultura), che deve fare poche operazioni ripetitive per dieci ore al giorno e per sei o sette giorni alla settimana, è alienata. Ma uno che, oggi, fa shopping compulsivamente o posta, sui social, foto del cibo che mangia, non è alienato in alcun senso marxiano del termine. In termini di psicologia popolare, è un imbecille o un fanatico.

Ho addirittura il sospetto che l’abuso del termine “alienazione” derivi proprio da un equivoco linguistico che nasconde un difetto di analisi a cui non fai attenzione, e che anzi contribuisci ad accrescere con degli esempi fuorvianti. “Alienato”, nel parlar comune, indica il matto, il maniaco, il demente (“alienato mentale”). Il fashion victim, quello che fa karaoke, il membro della società eccitata, la vittima dell’industria culturale, e probabilmente anche il tifoso violento (che chissà perché non nomini), quello che ammazza i passanti perché hanno l’aria felice, sono tutti alienati, ma la loro alienazione non ha niente a che fare con il Kapitale e con Karl Marx.

La prima cosa che dovrebbe fare uno studioso attento ai meccanismi, alle forme, alle strutture e alle sovrastrutture, sarebbe differenziare l’alienato nel senso del matto e l’alienato nel senso dello sfruttato, ed è proprio quello che tu non fai, generando un polverone in cui tutti, chi più chi meno, sono alienati, dunque tutti quanti più o meno sono vittime, tranne qualche carnefice che però è lontanissimo e comunque non rientra nei nostri giri professionali, non incontreremo mai a un convegno, non recensirà mai un nostro libro. Così potremo rimanere tra noi a darci pacche sulle spalle.

L.D. Occupandomi di lavoro e di organizzazioni, di strutture e di sovrastrutture, di forme e norme di funzionamento del potere economico e tecnico – quindi di realtà e non di rappresentazioni immaginarie (e rappresentazioni e grandi narrazioni ipermoderne sono state quelle prodotte dal sistema dagli anni ‘90 a oggi, per cui la rete era libera e democratica, la new economy avrebbe prodotto una nuova era di crescita infinita senza più i fastidiosi cicli economici, la tecnica ci avrebbe liberato dal lavoro e dalla sua fatica, il neoliberalismo ci avrebbe reso tutti più ricchi – non mi sono ovviamente interessato dell’alienato-matto (né del tifoso violento). E ho comunque scritto di molte alienazioni e non solo dell’alienazione secondo la definizione classica di Marx. Tu poi riconosci che il potere oggi (e sottolineo l’oggi che usi) si è fatto soft, cioè si esercita con le buone ma poi mi accusi di affrettare una risposta incredibile, sostenendo cioè che il potere si è fatto microfisico, ma che era microfisico anche prima (ti contraddici, con l’oggi usato in precedenza). Ma è proprio perché si è fatto microfisico (o amministrato/amministrativo, secondo i francofortesi) che è soft, non esplicito, non riconoscibile e quindi molto più efficace del passato. E quindi, alienante: perché non riesco più a vedere/riconoscere dove si trova e come si esercita questo potere politico, economico, culturale nelle sue forme e norme microfisiche, governamentali, biopolitiche, amministrate. La microfisica del potere o il suo farsi amministrazione economica e tecnica della vita umana (che oggi, con la rete, raggiungono la loro massima potenza, pervasività ed efficacia, ma che sono figlie della modernità), normalizzano il potere, lo banalizzano (è la banalità del fare per il fare e del consumare per il consumare), soprattutto lo nasconde – e quindi ne moltiplica gli effetti/dispositivi di potere. Ripeto, di nuovo: questo non è complottismo: è analisi genealogica del potere (cha ha una lunga storia, svolta in molti modi da Nietzsche a Foucault e oltre, passando per la Scuola di Francoforte).

M.F. Quello che ho detto alla fine della precedente giornata, e cioè che il vero lavoro va cercato nella produzione di valore invece che nella fatica e nella alienazione, che sono sacche residuali, mi rende difficile seguirti in questo tentativo di applicare al presente condizioni che non sono mai esistite nemmeno nel passato, tranne nei libri. Dici poi (e su questo siamo d’accordo) che l’alienazione si dice in molti modi. Aggiungo che non tutti questi modi sono negativi. Come negazione determinata (Entäußerung) è per esempio lo sforzo di uscire da sé che ognuno di noi compie quando cerca di capire qualcosa o qualcuno di diverso da sé. Ma anche come Enfremdung, come negazione astratta, significa tante cose differenti:

1. Alienazione dai prodotti del proprio lavoro;

2. Alienazione rispetto alla propria attività (lavoro forzato e non appagante);

3. Alienazione rispetto alla propria essenza, che si attuerebbe solo in un lavoro libero e creativo;

4. Alienazione rispetto al prossimo, in una società che costringe a lavorare e basta.

Seriamente: l’alienazione 1 è presente in qualunque lavoro, se io dipingo un quadro e lo vendo è alienazione. Le altre tre alienazioni erano caratteristiche della società industriale ma sono in via di sparizione a misura che si afferma la società documediale. Quanto a 2, il lavoro è talmente poco forzato e talmente appagante che non è riconosciuto come lavoro, e per questo è svolto gratis. Quanto a 3, anche qui non siamo mai stati così vicini alla nostra essenza, anche troppo, perché non è così bella come spereremmo: invece che poesie scriviamo hate speech, invece che comunicazioni scientifiche (come era nello spirito di Tim Berners-Lee) guardiamo film pornografici. Ma questo siamo noi, solo noi, il Capitale è un facile mostro convocato per dargli la colpa di caratteristiche che sono solo nostre.

Lo confermi con quanto dici di apocalittici, integrati, Adorno, Bauman, Foucault, Capitale, ecc. Con “apocalittici”, “integrati”, “complottisti” e “realisti” non proponevo feticci, ma analisi, e a quelle dovevi replicare. Secondo me non lo hai fatto e hai semplicemente iterato la tua posizione, tu sarai sicuramente di altro avviso, ma giudicherà chi legge. C’è qualcosa di molto più importante, per me e per te, su cui vorrei portare l’attenzione.

L’immagine dell’essere umano che emerge dalla tua analisi non è quella di un alienato, bensì (ed è proprio il punto su cui conviene puntare l’attenzione) quella di un imbecille. Ora, è vero che (come ricordavo più sopra) spesso si dice “alienato” ma si pensa “imbecille”, però almeno in una discussione sul merito conviene essere più precisi. Oltre a calunniare il genere umano, non sembri considerare che quanto presenti come teoria critica è qualcosa di molto acquiescente e rassegnato: il Capitale è astutissimo e domina e organizza l’Umano, stupidissimo. Sarebbe bello capire come si attua questo dominio (sembrerebbe, da quello che scrivi, con belle parole, con persuasioni occulte e incredibili inviti a essere auto-imprenditori), e immagino che un giorno lo spiegherai. Per il momento, hai creato un meccanismo di demonizzazione e di assoluzione, che è una cosa diversa.

L.D. Ma capire come si attua questo dominio (meglio: egemonia) è proprio quanto ho cercato di fare fin qui, con richiami, esempi, analisi. Non con belle parole, come dici, ma con i fatti prodotti dal sistema. Sei tu che continui a iterare la tua posizione, negando la realtà in nome di una sua mera rappresentazione (l’alienazione non esiste, la fatica è scomparsa, consumare è bellissimo e umano perché l’uomo è infinitamente desideranteProva a raccontarlo a un rider di Foodora, a un operaio al Wcm dove la metrica del lavoro è organizzata al centesimo di secondo, a un uomo ibridato con la macchina/robot e che deve funzionare come parte della macchina, controllato e attivato da un algoritmo – o licenziato da un software, come in Amazon, se non si rispettano i parametri di produttività verificati da un algoritmo. E fare pensiero critico è tutto il contrario della rassegnazione e dell’acquiescenza. È semmai il non fare pensiero (critico) che porta alla indifferenza e all’acquiescenza.

M.F. Come ho detto più volte, questi casi di alienazione e fatica, che nessuno nega, saranno presto sostituiti da droni, e non per umanità, ma per convenienza. Dunque, per discutere sul futuro, sarebbe opportuno darci degli obiettivi più lunghi e delle previsioni di più lungo respiro. Quelle che, per l’appunto, ho proposto alla fine della prima giornata, e che non fanno minimamente riferimento alle delizie del neoliberismo, ma piuttosto ad analisi serie e, nella misura del possibile, libere da pregiudizi. Che consumare sia bellissimo e umano perché l’uomo è infinitamente desiderante mi sembra un dato di fatto provato da tutta la storia sin qui. Sembri presentarlo come un fatto ironico, ma non vedo cosa ci sia da ridere. Perché se ha senso parlare di costrizione quando ti bastonano come un servo della gleba o ti affamano come un operaio di Dickens, diventa meno sensato dire che siamo costretti a consumare. Non è così. Al di là di una certa soglia, estremamente bassa, il consumo non è soddisfacimento di un bisogno, ma realizzazione di un piacere. Se una persona triste o frustrata per qualche motivo si consola con un gelato, è lecito concludere che il bisogno di gelato gli è stato infuso dal Capitale? Ovvio che no. Il Capitale ha risposto (per motivi tutt’altro che umanitari) a un bisogno che sarebbe esistito anche senza il Capitale, e che sarebbe stato soddisfatto altrimenti.

Un altro esempio. Un bambino gioca con una app del telefonino. Suo padre giocava con i primi videogame, suo nonno con i trenini, e via così, sempre più indietro, sino a che troviamo delle statuette del paleolitico che potrebbero essere delle bambole. Quand’è che il Capitale ci ha messo lo zampino? Più sensato sembra seguire Aristotele nel riconoscere nell’imitazione un tratto distintivo dell’umano, tra l’altro utilissimo per la sua formazione.

Oppure. Un tizio guarda Narcos su Netflix. I suoi antenati ascoltavano i cantastorie, e prima ancora guardavano tragedie di Eschilo. Tutta colpa del Capitale? Se crediamo a Nietzsche, che su questo punto se ne intende, all’origine c’era l’uccisione di un umano, poi di un tragos, di un capro, e alla fine una rappresentazione. In altri termini, abbiamo a che fare con caratteristiche squisitamente umane.

O ancora. Una ragazza porta una collana che ha comprato su Amazon. La guardiamo e ci rendiamo conto che ci ricorda qualcosa, e precisamente certi monili punici che abbiamo visto in un museo archeologico in Sardegna. I Cartaginesi erano mercanti, obietterai, ma ornamenti li facevano anche i primi Sapiens, e prima di loro qualcosa di ornamentale ce l’avevano anche i Neanderthal.

Altra scena. In una discoteca dei ragazzi ballano strafatti di extasy o di mojito. È il Kapitale che li aliena e che li spinge a comportarsi così? Significherebbe che il Kapitale era lì ad alienare anche nel corso dei riti dionisiaci dei nostri antenati. E che soprattutto il Kapitale è in azione anche in eventi antiKapitale in cui si balla, siano essi il Festival dell’Unità o quello di CasaPound. A questo proposito, vorrei richiamare l’importanza di non confondere le cause con gli effetti, che è una tentazione a cui cede anche Marx quando definisce la religione l’oppio dei popoli, suggerendo che l’una e l’altra sono introdotte dal Kapitale per meglio dominare il mondo. Ora, è un fatto storicamente accertato che gli Inglesi vendevano oppio ai Cinesi e gli Americani vendevano alcool ai nativi americani per profitto e dominio, ma da qui a concludere che furono loro a dare il gusto per l’oppio, l’alcool o la religione, ne corre, anzi, è vero esattamente il contrario. Se c’è qualcosa verso cui l’umano è naturalmente propenso è la tecnica (anzi, più esattamente, la tecnica è l’unica cosa verso cui l’umano sia naturalmente propenso), dunque anche il pharmakon, la modificazione farmacologica del proprio stato. La coca è endemica in Perù, e il Kapitale non è responsabile della debolezza e dipendenza dell’umano, ma dello sfruttamento commerciale che ne fa.

Infine. Due professori, un sociologo e un filosofo, si palleggiano dei file in una conversazione potenzialmente infinita, con la convinzione che saranno pubblicati e contribuiranno alla coscienza critica del genere umano. Poco più in là, due non professori si scambiano dei messaggi su Whatsapp. Ci vuole davvero tanta pazienza (da parte dei non professori) e prosopopea (da parte dei professori) per pretendere che i professori (o almeno uno di loro) sono ispirati dalla Ragion Critica, mentre i due non professori sono traviati dal Capitale. Più equilibrato sarebbe ricordare che Aristotele aveva definito l’umano come animale sociale e animale dotato di linguaggio, e che i comportamenti, tanto dei professori quanto dei non professori, lo dimostrano.

Imputare lo scambio di messaggi, l’acquisto di collane su Amazon, la visione di serie di Netflix, il gioco con il telefonino e il consumo di gelato o di cocaina all’azione del Capitale è rendersi completamente ciechi rispetto alla natura umana, e c’è da chiedersi quali acquisizioni critiche potranno mai venire da una visione tanto irrealistica.

Da quando la dottrina del peccato originale è stata sostituita dalla convinzione che l’umano nasca perfetto e libero e che la società lo corrompa, lo travii, anzi, ed eccomi al punto, lo alieni. Ecco perché è necessario parlare di “alienazione” anche quando di alienazione non c’è traccia, anche quando si consuma. Perché ci esenta dall’esaminare strutture più complesse, e non così facilmente assolutorie come quella di “alienazione”, che oltretutto genera la convinzione che basti una presa di coscienza per risolvere tutto.

A questa parola-feticcio, se ce ne è una, a questo rifugio dei peccatori e degli imbecilli, che offende l’alienazione vera di chi si spacca la schiena sotto il sole, converrebbe sostituire una diversa antropologia, che proprio oggi è visibile, nel momento in cui in molte parti del mondo il bisogno cede il posto al consumo, e dunque rivela aspetti dell’umano in precedenza riservati alle élite, e cancellati nella vita di ogni giorno dalla lotta per l’esistenza.

Il piacere estetico, la necessità del superfluo, la vanità, l’incapacità di starsene con le mani in mano, dunque la mobilitazione, così come la dipendenza da protesi tecniche (bastoni, farmaci, società), da cui viene la sottomissione, tutto questo è l’Umano, non il Kapitale. Il meccanismo che si innesca non è quello della Alienazione, ma quello della Imbecillità, una categoria esplicativamente molto più utile dell’Alienazione, anche perché non ci assolve dalle nostre colpe imputandole al Kapitale.

È interessante che qualcuno si è stupito perché ho scritto un saggio sull’imbecillità mentre non si sarebbe stupito se io avessi scritto un saggio sull’Alienazione, come se quest’ultima fosse ancora un serio problema filosofico, mentre l’imbecillità è una cosa di cui si ride, ma non una cosa seria. Ma nel momento in cui le fabbriche in cui l’umanità si alienava sono scomparse l’alienazione ha cessato di essere una cosa seria, anche se molti continuano a prenderla sul serio pretendendo che se uno passa il suo tempo a guardare film pornografici è alienato dal Kapitale, mentre è semplicemente un imbecille che non ha niente da fare e, cosa ancor più grave, non ha niente da fare perché è un imbecille. Come negare, a questo punto, che l’imbecillità è una cosa seria, forse una delle più serie?

In fondo, il movimento che propongo prosegue la via di Marx, e la completa. Marx a giusto titolo osservava che il primo passo per superare l’alienazione è capire che le cause della nostra situazione, e dei nostri guai, non sono gli Dei, ma uomini come noi. Io propongo di considerare che quegli uomini siamo prima di tutto noi. L’imbecillità è la condizione dell’umano, che ha costitutivamente bisogno di un bastone, di un supporto tecnico, per non essere radicalmente in-baculum, privo di bastone. Ma che, una volta che ha introdotto quel bastone, scatena le dialettiche della capitalizzazione (il bastone è in effetti una capitalizzazione della forza fisica) e con queste dà avvio alla storia e alla società.

È questa dialettica che va anzitutto compresa. Gli umani non posseggono i neuroni della natura o del simbolo più di quanto posseggano il bernoccolo della matematica. Imparano a leggere, a scrivere e a far di conto a scuola e tra scuola, casa e web sviluppano funzioni simboliche. Il simbolo non è un che di innato, ma un supplemento che si sviluppa nel sistema dei bisogni e dei consumi. Pretendere di sopprimere i consumi o – peggio ancora- di distinguere nettamente tra bisogno e consumo, significa sopprimere la cultura, la civiltà, e ovviamente il simbolo. Dicendo che tutto non è che simbolo Goethe ci diceva proprio che non c’è fondamento ultimo, per l’umano, ma sempre e soltanto supplemento.

Non ci vuole troppa intelligenza per vedere l’inghippo e il secondo fine della condivisione, così come di qualunque attività umana. Proviamo a fare un passo in avanti e a chiederci che cosa significa la condivisione – una nuova forma di plusvalore, che va riconosciuta e retribuita e non semplicemente deprecata; e il superamento della proprietà privata.

Pensare l’inadeguatezza della lettura del mondo in termini di fatica e alienazione significa pensare un futuro più ampio e superare i limiti di riferimenti che appaiono classici sono solo vecchi. Adorno poteva disprezzare il jazz come musica da negri, Horkheimer poteva compromettere la salute dei suoi uditori imponendo loro del fumo passivo, Marcuse poteva immaginare una liberazione sessuale fallocentrica. Se niente di tutto questo è oggi possibile dipende molto meno dalle loro teorie (fastidiosamente critiche dell’illuminismo) ma dall’illuminismo effettivo portato dal progresso tecnico, che ha abbattuto la necessità dello schiavismo da cui deriva il disprezzo per i negri, provato la nocività del fumo, e promosso – attraverso la riduzione della fatica – l’emancipazione femminile.

Il che per inciso suggerisce che il Capitale è la condizione di possibilità della società, e che dunque è vano penare di farne a meno: sarebbe come cercare di saltare al di là della propria ombra. Si tratta invece di adoperarlo nella maniera giusta, per porre rimedio alla nostra costitutiva imbecillità, che è cosa profondamente diversa (se non altro perché è vera) dalla alienazione, perché è metastorica e definisce l’umano, mentre l’alienazione è storica e oggi, nel senso marxiano del termine, appartiene al passato perché si riferisce alla produzione, ossia a ciò che tendenzialmente sarà sempre più delegato alle macchine. Se partiamo di qui ci appropriamo di una serie di strumenti analitici utilissimi che si sono buttati via facendo conflagrare tutto nell’azione demoniaca del capitale, che sembra un pensiero acutissimo, e invece è, da una parte, una versione apparentemente secolarizzata del demonio, dall’altra una caratteristica propria di ogni società umana.

Dunque, una volta constatato che l’alienazione non è più una chiave per leggere il presente, e che anzi è fonte di gravi confusioni, la cosa migliore non è andare a cercare l’alienazione anche là dove non ce n’è traccia, ma piuttosto elaborare nuove categorie per leggere il presente. Ne propongo alcune.

Sottomissione

Gli umani, nascendo indifesi e avendo bisogno di protratte cure parentali, oltre che di una ininterrotta relazione con il mondo sociale, sono naturalmente sottomessi e dipendenti. Questa circostanza viene falsificata dall’ipotesi secondo cui l’uomo nasce libero ed è dovunque in catene. L’umano nasce in catene, e può diventare libero, purché prenda coscienza delle proprie catene e della loro costitutività. Il ricorso alla nozione di “alienazione”, da questo punto di vista, costituisce la peggiore falsificazione e un autoinganno capitale, perché attribuisce all’umano virtù che non ha per natura, e che deve conquistarsi attraverso la tecnica e la cultura.

Mobilitazione

L’uomo è il più intelligente degli animali perché ha la mano, diceva Anassagora, e la replica di Aristotele secondo cui ha la mano perché è il più intelligente degli animali non convince. In base a quali meriti e con che strumenti l’uomo avrebbe dimostrato la sua intelligenza, se non attraverso la sua mano (lo strumento che entrambi stiamo adoperando in questo dialogo). Questa centralità della mano, che segnala il rapporto costitutivo tra umano e tecnica, spiega il motivo per cui l’umano è così disponibile alla manipolazione e alla mobilitazione, anche a prescindere da costrizioni (come vorrebbe l’ipotesi della alienazione) o remunerazioni (come vorrebbe l’ipotesi dell’homo oeconomicus).

Riconoscimento

La dipendenza più forte dell’umano è quella rispetto allo sguardo dell’altro, e sarebbe davvero difficile determinare, in questa dipendenza, fin dove si spinge il bisogno e dove incominci il desiderio. Anche in questo caso, il richiamo all’alienazione è un modo per evitare il problema, astenersi dall’analisi e cercare un facile colpevole. Nel quadro di questo bisogno di riconoscimento, che spinge gli umani sui social, e del bisogno di conoscenza, che spinge le compagnie alla raccolta dei dati, non deprechiamo (con un gesto inutile e senza seguito) ma chiediamoci: perché i dati dovrebbero essere un male? La conoscenza è sempre un bene, l’ignoranza è sempre un male. Il punto non è la raccolta dati, ma il fatto che non siano pagati.

Cerchiamo di superare i pregiudizi. Abbiamo appena finito di deprecare le masse lobotomizzate dalla televisione e ci mettiamo a deplorare i lobotomizzati del cellulare. Non considerando che si tratta di ritrovati tecnici esattamente come la scrittura e il libro. E che se nei tempi moderni solo Chisciotte si è alienato con i libri, è un fatto che tra gli antichi, quando l’invenzione era meno metabolizzata, appariva normalissimo imputare alienazione alla scrittura (basti pensare al Fedro di Platone).

L.D. Il capitale (neoliberalismo) e la tecnica sanno usare molto bene la psicologia, la usava il citato Bernays, nipote di Freud e padre delle PR e del marketing (e che, nel 1917 aveva attivato, su ordine del governo Usa, la campagna per modificare l’orientamento degli americani, da contrario all’entrata in guerra in Europa a favorevole – riuscendoci); la usava Taylor per convincere l’operaio Schmidt ad aumentare la sua produttività; la usava Ford con la sua Sezione sociologica; la usavano, in altro modo Mussolini e Hitler, la usano la pubblicità e il marketing, la usano i populisti digitali. Tecnica e neoliberalismo sono essenzialmente biopolitici, e mi richiamo nuovamente a Foucault. E hanno creato l’industria culturale e la psicologia del lavoro; e i desideri di consumo dopo i bisogni; e il lavoro come collaborazione con l’impresa dopo il lavoro come esecuzione di mansioni; e i social e le community dopo avere de-socializzato e disarticolato la società (la società non esiste e non deve esistere – devono esistere solo gli individui, oppure oggi il popolo); e illudono l’individuo di essere libero e al massimo della sua potenza creatrice (la Silicon Valley e la cultura della rete hanno fatto proprie, incorporandole ma piegandole al profitto per sé, tutte le retoriche libertarie e antisistema del Sessantotto), ma la creatività dell’individuo (come i dati che produce liberamente attraverso le retoriche della condivisione) è possibile solo all’interno del sistema e se funzionale al sistema, così come lo è l’apparente personalizzazione dei consumi (Baudrillard). Dal sistema – che offre il massimo (apparente) di libertà, personalizzazione e autonomia oltre che di social-ità – non si deve uscire né immaginare umanamente delle alternative. Consiglio di leggere L’impero irresistibile, di Victoria De Grazia (Einaudi); oppure Propaganda, del citato Edward Bernays (Lupetti), per vedere come il capitalismo produce gli individui di cui ha bisogno… come appunto sosteneva Adorno.

Dalle bambole allo smartphone

L.D. Tu poi mescoli tra loro cose troppo diverse. Resti anche tu nella vecchia logica per cui la tecnica e gli apparati tecnici sarebbero solo dei mezzi a disposizione dell’uomo, che li può usare secondo la sua libera determinazione, per il bene o per il male. Ma la tecnica di oggi – torno di nuovo su questo aspetto, perché è fondamentale – non è più un semplice mezzo; mentre è l’accrescimento dell’apparato e l’integrazione/convergenza/connessione e controllo di tutti nell’apparato ad essere diventato il fine del sistema. L’invito mio è quello di uscire allora dalla gabbia intellettuale (da questa falsa rappresentazione della tecnica), che impedisce di vedere la forma particolare della tecnica di oggi. Evoluzione, comunque, del sistema tecnico, perché dalla prima rivoluzione industriale ad oggi c’è solo l’evoluzione dei mezzi tecnici di connessione/integrazione, ma sempre si replica la sua regola implicita e immodificabile, quella di suddividere prima (il lavoro, la vita, il tempo, lo spazio, la conoscenza, lo stesso individuo sempre più divisum per mettere a profitto del capitale ciascuna sua parte) per poter realizzare poi la migliore e più efficiente (per il sistema) totalizzazione/integrazione/connessione delle parti prima suddivise. Questo doppio movimento, sempre diverso ma sempre uguale, era presente nella catena di montaggio (lavoro fordista concentrato nelle fabbriche fisiche, perché questo permetteva la tecnica di connessione/produzione di allora); ma lo è anche nella Fabbrica-rete (fordismo individualizzato/esternalizzato con uberizzazione del lavoro/lavoro on demand – evoluzione a sua volta del just in time degli anni ’70 del ‘900), perché questo permette ora il nuovo mezzo di connessione/produzione che è appunto la rete. Che consente appunto di esternalizzare/individualizzare ancora di più l’organizzazione del lavoro rispetto alla vecchia fabbrica (primo movimento: la divisione del lavoro) ma di connettere poi tutte le parti che comunque lavorano per l’organizzazione, via rete (secondo movimento: la totalizzazione del lavoro).

Il che ha permesso:

  • al sistema di ridurre i costi del lavoro (meno lavoratori subordinati diretti e più lavoratori/imprenditori di se stessi che costano meno, ma comunque integrati nell’organizzazione del lavoro, come accade nel modello Uber – ciascun autista classificato come lavoratore autonomo, in realtà subordinato alla piattaforma che organizza tutto, tempi, ritmi, salario – del suo lavoro apparentemente autonomo, in realtà diversamente subordinato alla fabbrica/piattaforma);
  • di flessibilizzare ulteriormente l’organizzazione del lavoro scaricando tutti i rischi sul lavoratore;
  • di estrarre valore crescente da lavoratori messi in competizione tra loro e che accettano/si adattano alla precarizzazione e al loro accresciuto pluslavoro, pur di avere uno straccio di lavoro e di salario);
  • di nascondere la loro alienazione (tutti imprenditori, quindi nessun alienato) ma soprattutto il loro (auto)sfruttamento proprio nel senso di Marx e pluslavoro dei lavoratori per il plusvalore del capitalista/piattaforma.

E questo vale – lo ricordo ancora – non solo per i lavoratori di Uber, ma anche per coloro che, nel lavoro di conoscenza o nella Fabbrica 4.0 sono sussunti nell’impresa e nei suoi valori o ibridati con una macchina che gestisce tutto del loro lavoro e della loro vita. Se questa non è alienazione… La tecnica quindi non è più neutra come un tempo e lo dimostrano appunto gli algoritmi che imparano da soli, il fatto che tutto debba essere controllato e amministrato automaticamente a prescindere dall’uomo – credendo che questo sia il massimo della razionalità calcolante e strumentale e il massimo della libertà dalla fatica (anche) di pensare, quando è invece alienazione totale di se stessi da se stessi attraverso la delega che sempre più concediamo alla tecnica quanto a conoscenza, valutazione e decisione.

Uno smartphone, quindi, non è come una bambola del neolitico e neppure come una bambola del ‘900. Così come il pc non è come la vecchia macchina da scrivere. La bambola è un artefatto tecnico singolo, è nelle mani di una bambina – uso il tuo esempio – che crea il gioco e immagina mondi con la propria fantasia. È un mezzo, un giocattolo. Che la bambina usa secondo la sua immaginazione e la sua creatività, creando il suo gioco, reinventando i modelli appresi o inventandone di nuovi (è comunque autonomia). Ma soprattutto, la bambola non ruba la vita/dati della bambina per fini di profitto privato di un’impresa, prendendole i dati e profilandola sulla base dei suoi comportamenti e dei giochi precedenti– e non la invita poi con qualche algoritmo predittivo a giocare altri giochi offerti oggi invece dallo smartphone (eteronomia). La privacy protegge la bambina, la bambola e il gioco che creano insieme. Lo smartphone invece viola la privacy, non funziona se non è connesso con un apparato (la mega-macchina di Anders), non è un apparato singolo ma funziona solo se integrato in qualcosa di maggiore che a sua volta lo determina e lo controlla e lo organizza in rete; ma soprattutto (e diversamente dalla bambola) il come funziona lo smartphone determina il modo con cui noi funzioniamo (e come ricorda anche Miguel Benasayag in un suo recentissimo libro, funzionare è tutto diverso da esistere). La sua forma tecnica e le norme del suo funzionamento – il modo in cui lo smartphone ci permette di comunicare, informarci, relazionarci – diventano la nostra forma di vita, ma in realtà queste forme e norme del nostro funzionamento sono dettate dalla macchina: tutto diverso (ancora) da come la bambina gioca il suo gioco (senza essere giocata dal gioco), cioè esiste, con la bambola. Noi non immaginiamo più secondo la nostra immaginazione, ma seguiamo le immagini e viviamo le immaginazioni prodotte per noi; non creiamo (come la bambina con la bambola o i lettori con un libro), ma siamo guidati, attivati e creati/agiti in modo eteronomo (dunque e ancora: alienazione). Ma soprattutto, lo smartphone (a differenza della bambola, come di un libro) cattura e spia e controlla la nostra vita attraverso i nostri dati, ci profila, non creiamo un nostro mondo ma viviamo nel mondo creato dalla rete e controllato dalla rete (che ci conosce più e meglio di quanto conosciamo noi stessi – ancora alienazione, divenire altro da sé). Rete/social dove il dover condividere è l’organizzazione scientifica/mansionario anche del nostro lavoro di produzione di dati oltre che di omologazione, normalizzazione e di standardizzazione. Appunto: alienazione da sé, dalla propria individualità e soggettività, dalla propria possibilità e capacità di immaginare/immaginazione. In nome però – perché questo promette il sistema (è la sua intrigante biopolitica) – della nostra massima libertà/egotismo/solipsismo. E il suo soft power maschera l’alienazione così bene che non la sappiamo più riconoscere/vedere.

Tu dici poi: perché i dati dovrebbero essere un male? Semplice: perché l’uso commerciale dei miei dati (cioè della mia vita) significa di nuovo la totale sussunzione/ibridazione della mia vita nel/con il mercato: ma io non sono un dato, né una merce, la mia vita è mia e rivendico il diritto alla privacy, cioè alla mia libertà. La mia vita non deve diventare una merce (o più merce di quanto già non sia), neppure se retribuita, anche se questo è ciò che vuole il tecno-capitalismo. La vita non deve essere un dato-numero, non deve essere una merce e non deve essere una risorsa economica da cui qualcuno possa trarre profitto per sé. Quello che tu proponi è l’asservimento totale della vita umana al tecno-capitalismo. Tu poi confondi l’uso capitalistico dei dati (la profilazione a scopo di marketing commerciale o di marketing politico) con la conoscenza, ma dovrebbe esserti evidente che una cosa è la conoscenza (e se parliamo di dati, conoscenza sono quelli ad uso medico, scientifico e di cura, di pianificazione della mobilità, di controllo delle epidemie – dati sotto controllo consapevole individuale o democratico/pubblico) e un altro è la mercificazione della vita per il profitto di un’impresa privata. E di nuovo siamo dentro a processi di alienazione, che tu invece continui a negare.

Imbecilli invece che alienati? Vedi tu. Ma non credo che un rider di Foodora sia felice di sentirsi dire che è un imbecille se lavora in quel modo solo perché non trova altro mezzo per vivere che essere sfruttato/alienato da Foodora; mentre se provo a spiegargli che è alienato magari trova il modo di contrastare questa alienazione. Se poi dici che la tecnica ha reso inutile lo schiavismo, potrei risponderti che la tecnica usa ancora gli schiavi o i quasi-schiavi e tali sono i turkers di Amazon, gli stessi rider, i lavoratori schiavi cinesi che producono gli I-Phone, gli operai tessili del Bangladesh, i bambini che cucivano palloni e fabbricano tappeti – e i raccoglitori di pomodori in Italia. Scomparirà anche questo schiavismo? Intanto c’è, è molto diffuso ma anche molto tollerato (anche in questo siamo dis-umani), perché funzionale al capitale – ed è molto legato al lavoro tecnologico o alla fabbrica/rete.

M.F. Mi spieghi perché se il capitale è così bravo a usare la politica e la psicologia poi è così inetto nell’evitare crisi economiche? La verità è che il capitale siamo noi, nel bene e nel male, con le nostre ambizioni giuste o sbagliate, con il nostro gusto per l’industria culturale (che personalmente preferisco di gran lunga alla musica consigliata da Adorno), con il nostro odio e la nostra invidia nei confronti del prossimo che dobbiamo correggere e comprendere invece che imputare alle prave azioni del capitale, con la nostra facile inclinazione a credere di essere creativi (pensa i professori universitari) quando il più delle volte ci limitiamo a riciclare luoghi comuni. Accusare il capitale è il modo migliore per assolvere noi stessi, e per far sì che nulla cambi. Io a questo gioco non ci sto, e da sempre ho sostituito la critica delle demoplutocrazie (questa, non dimentichiamola, è la critica del capitale) un esame di coscienza e il tentativo di invenzione e costruzione di alternative concettuali.

L.D. Ribadisco che credo nell’uomo e nella sua possibilità/capacità di cercare la libertà, la consapevolezza e la responsabilità, uscendo dalla propria minorità (ancora il Kant illuminista). Resistendo alla tentazione di fuggire dalla libertà (Fromm). Dico e ribadisco però anche che ogni sistema di potere vuole creare un uomo a propria immagine e somiglianza. Questo hanno fatto le ideologie del ‘900, questo fa l’ideologia tecno-capitalista (la più potente delle ideologie novecentesche – ancora il novecento che non muore, secolo non breve ma lunghissimo), perché è l’ideologia meno evidente e insieme la più pervasiva proprio perché si offre come libertà e come potenziamento dell’individuo e della sua creatività/libertà. Il problema poi non è preferire una musica o un’altra, ma è riconoscere che esiste una industria culturale (e non puoi negare che esista) e uno spettacolare integrato (e non puoi negare neppure questo) – che oggi sono attivi soprattutto nella rete – e quindi riconoscere che il suo prodotto è una certa merce-uomo funzionale al funzionamento dell’economia tecno-capitalista (e specularmente accadeva per l’Urss e oggi per la Cina), a produttività crescente e – di nuovo – a consapevolezza decrescente. Inoltre: le crisi economiche sono innate al sistema capitalistico, ne sono la struttura e la sovrastruttura, come lo sono la distruzione creatrice e oggi la disruption. Non evita le crisi, il capitalismo: semmai le produce incessantemente perché sono nel suo Dna, perché alimentano la sua inarrestabile volontà di potenza/dynamis che non si ferma neppure davanti alle in-giustizie che crea e al disastro ambientale che produce. Perché anche il post-crisi del 2008 è servito a ridare potere (biopotere, per l’accrescimento ulteriore della società amministrata) al sistema – e anche questo mi sembra del tutto evidente – evitando ogni possibile contestazione e bloccando ogni immaginazione politica diversa da quella che gli è funzionale e insieme docile sovrastruttura. Garantendogli la continuazione della dynamis necessaria fino alla prossima crisi, salvando sé stesso e dannando uomini e biosfera. Voglio richiamare ancora una frase di Marx del 1857 – io che, di nuovo, marxista non sono – quando, rivolgendosi a Engels a proposito della crisi di quegli anni, scriveva: “i capitalisti, che gridano così tanto contro il diritto al lavoro, ora esigono dappertutto pubblico appoggio dai governi e fanno insomma valere il loro diritto al profitto” – e sembra che ancora una volta il Duemila del capitalismo somigli al suo Ottocento. E anche le bolle finanziarie sono storia antica (partendo da quella dei tulipani, del ‘600). Nessun rimpianto/nostalgia del passato quindi (di nuovo, il mio ottimismo della volontà guarda sempre al futuro) e neppure per un’economia pre-capitalista o per la decrescita, anche se lo stato stazionario di John Stuart Mill ha un suo fascino intellettuale forte, ma ancora di più lo ha la bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen – e meglio sarebbe comunque ragionare di sviluppo e meno di crescita. E quindi e ancora: il problema è il governo dei processi secondo consapevolezza, responsabilità, precauzione e lungi-miranza, quindi autonomia, cioè imparando a valutare, per quanto possibile, gli effetti domani delle decisioni di oggi – e mi rifaccio nuovamente ad Hans Jonas e al suo principio responsabilità. Pratica che però è inconciliabile con il tecno-capitalismo, come pure lo è il concetto di limite (tecnica e capitalismo non ammettono limiti al proprio accrescimento e senso di responsabilità – che bloccherebbero la sua dynamis e la sua necessità di dinamizzare sempre più la società e gli individui – di nuovo: qualcosa che viene costruito e attivato dal sistema per il proprio funzionamento – da qui la sua intrinseca e strutturale insostenibilità ambientale e quindi umana, nonché la sua a-democraticità.

Tecno-capitalismo che vive e ci fa vivere di accelerazione delle macchine e quindi della vita umana, prima affiancata e ora ibridata con la tecnica; di consumi incessanti, perché si replichi sempre il meccanismo di produzione-consumo-produzione-consumo ovvero profitto – indipendentemente dal valore d’uso dei beni e da ogni principio di responsabilità/precauzione. Come in ogni sistema di potere, occorre che siano gli umani ad essere governati a loro insaputa, cioè senza consapevolezza, quindi alienati dal controllo dei processi in cui sono inseriti: ieri a forza (le discipline secondo Foucault, le enclosures per creare il proletariato necessario alla rivoluzione industriale, il controllo e la regolazione eteronoma e l’utilizzo esaustivo, fino allo sfinimento, del tempo) e oggi in modo soft/biopolitico (o appunto e ancora amministrativo secondo i francofortesi), ma sempre per ridurre quelli che il tecno-capitalismo considera tempi morti perché non generativi di produzione/consumo-estrazione di valore/profitto, anche quando sarebbero necessari tempi di vita (per vivere) degli uomini. E non puoi negare – perché anche questa è l’evidenza dei fatti – che neoliberalismo e tecnica svolgano una potentissima azione antropologica, come tutte le ideologie, ieri politiche e oggi tecnico-economiche. Il loro obiettivo dichiarato è perseguito con determinazione soprattutto da mezzo secolo in qua e si svolge pianificando (altro che socialismo o i piani quinquennali del comunismo!) individui e società nel senso del mercato/competizione-innovazione/tecnica, appunto, istituzionalizzando lo stato di natura pre-contratto sociale (De Carolis). Il mondo è fatto da uomini, come dici, ma da uomini resi docili e utili al sistema (Foucault), cioè e ancora fatti/prodotti dal sistema (Adorno) per sé come sistema o appunto mansuefatti (sempre Nietzsche) dallo stesso sistema. Se siamo passati da una società che conservava a una società che consuma incessantemente, questa mutazione antropologica non sarebbe potuta avvenire senza l’azione pedagogica sovrastrutturale prodotta dal sistema, dal suo storytelling, dalla sua grande narrazione – per garantirsi la sua replicabilità e il suo accrescimento. Perché dopo la produzione di beni occorre la produzione di bisogni e soprattutto di desideri di consumo – e quindi di consumatori. Un comportamento economico, questo del consumare – che è poi una forma di distruzione incessante di beni/cose perché siano sostituite velocemente da altri beni/cose/feticci – basato sulla creazione eteronoma di un invecchiamento psicologico dei beni, che è una vecchia ma sempre attualissima tecnica di modificazione comportamentale del marketing per farci consumare sempre di più e sostituire sempre più velocemente – che doveva e deve essere appreso e attivato da piccoli, nei piccoli. Certo, il tecno-capitalismo lo ha fatto, di nuovo, sfruttando la psiche umana, sapendo che se i bisogni sono limitati (e quindi poco produttivi di profitto privato), i desideri sono infiniti – ed era un concetto di Bentham ripreso e potenziato dal Bernays che ho già citato.

È l’effetto voluto e deliberato prodotto da quello che il sociologo Federico Chicchi definisce, con Leonardi e Lucarelli, l’imprinting. L’imprinting richiama l’etologo Konrad Lorenz, secondo il quale negli animali esisterebbe un tipo di ‘apprendimento per esposizione’, per cui genitore è colui che il cucciolo riconosce (e segue) e vede per primo dopo la nascita; ma il termine, per gli autori richiama anche imprimatur, con il quale l’autorità ecclesiastica autorizzava la stampa dei libri purché non violassero i principi della Chiesa. Oggi a dare l’imprinting e l’imprimatur sugli stili di vita/comportamenti ammessi è il tecno-capitalismo, secondo “la doppia ingiunzione dell’imperativo categorico del capitalismo contemporaneo”: sii ciò che vuoi, purché la risultante della tua azione sia coerente e produttiva per il funzionamento dinamico – ancora la dinamizzazione dell’umano e del sociale – del sistema che ha dato l’imprinting e l’imprimatur. E l’imprinting per far divenire ciascuno homo consumens è analogo a quello per dover divenire/essere homo technicus. Dove il primo genitore che vedono i bambini, riconoscendolo come tale – provoco, ma non troppo – è uno smartphone. Nessuna autonomia, massima eteronomia. Massimo individualismo (ma sempre ben connesso alla rete-genitore), zero capacità di individuazione, cioè capacità di costruire sé stessi consapevolmente (Jung).

M.F. Se il capitale ha creato tutto, compresa la psicologia del lavoro, allora ha anche creato la sociologia del lavoro e tu sei un suo agente. Non credo per un momento a quest’ultimo punto, ma allora perché dovrei credere a uno qualunque degli altri? Queste invettive contro il male, molto facili e molto alla moda, non sono solo innocue (contro il male) e inutili (per il bene), ma sono sicuramente nocive, perché distraggono dall’esame della situazione reale, dalla fatica dell’analisi, dal coraggio dell’azione concreta.

Quanto alla loro innocuità contro il male. I radical chic adorano questi discorsi. Adorano parlare di alienazione, sfruttamento, neoliberismo, tecno-capitalismo, e adorano chi tiene questi discorsi, proprio come i feudatari di un tempo amavano mostrarsi pii, gli aristocratici di Parini avevano i loro abati e confessori, e i borghesi di una volta amavano Croce, Gentile, Adorno, Marcuse, e ovviamente Marx, purché ridotto a spettro e a ideale. L’elemento comune a questi atteggiamenti apparentemente disparati sta nel fatto che pensano che l’elogio dell’ideale e la deprecazione del reale (l’elogio della vita eterna e la deprecazione del secolo) costituiscano una valida alternativa all’esame critico del reale.

Quanto alla loro inutilità per il bene. Rinviando a un futuro utopico il bene, e constatando ovunque il trionfo del male, l’atteggiamento apocalittico (non parlo nemmeno dell’atteggiamento complottistico, che ritengo segno o di malafede, o di scarsa intelligenza) si preclude il riconoscimento delle positività della rivoluzione documediale, che, in estrema sintesi, si può sintetizzare in due punti. Il primo è che, ripeto, è la forma di vita più simile al comunismo realizzato che la storia abbia conosciuto sinora. Il secondo è che, trattandosi di comunismo realizzato, ci ha reso evidenti i limiti del comunismo che l’idealizzazione marxiana non vedeva.

L.D. Il capitale non ha creato tutto, non è Dio – anche se a volte crede di esserlo, mentre sicuramente è una religione (Benjamin). Come detto prima, non faccio mere invettive contro il male, ma analizzo i processi. Che è cosa tutta diversa. È semmai la tua tesi ad essere innocua contro quello che chiami il male… Praticando un pensiero critico verso il capitale e la tecnica, non ne sono l’agente, appunto dissento, mentre tu proponi una nuova fase di integrazione/identificazione di tutti e di ciascuno nel sistema, retribuendo addirittura il lavoro di produzione di dati – ma ricordo, con Marx che il lavoro salariato è capitalismo, quindi non proponi di passare al comunismo, semmai di entrare ancora più dentro al capitalismo. Chi è allora l’agente del capitale? Ho poi sempre criticato i radical-chic. Sei tu che diventi radical-chic del sistema negando alienazione, sfruttamento, pluslavoro e facendoti paladino del consumismo, eccetera…

Rimando al Marx che ho citato più sopra, per ribattere alla tua interpretazione. Tu vedi comunismo dove in realtà vi è socializzazione del capitalismo. E nella sua forma peggiore: totale sussunzione a sé della vita intera dell’uomo; sfruttamento produttivistico anche del tempo libero e dell’ozio che diventano lavoro di produzione di dati; volontà di potenza che distrugge – senza creare – la biosfera; de-socializzazione e de-responsabilizzazione dell’uomo verso le future generazioni; alienazione dell’uomo da sé attraverso una crescente delega della decisione, un tempo umana, alla tecnica/algoritmi che imparano da soli, eccetera. Rimando quindi alle cose che ho detto prima. Ma poi tu scrivi di nuovo: “È necessario che le analisi del lavoro abbandonino parole d’ordine inattuali: taylorismo, fordismo, alienazione, ecc. ecc. Questo paradigma vittimario rende incomprensibile la nuova forma del lavoro, generando soltanto risentimenti e nemici immaginari, facendo perdere di vista i nemici reali, e soprattutto le reali opportunità”. Io invece dico – e dico di nuovo – che il fordismo/taylorismo non è morto. Si parla infatti ormai comunemente di taylorismo digitale e di nuove catene di montaggio nelle piattaforme. E anche il WCM già ricordato e introdotto da Marchionne in Fiat (un sistema organizzativo applicato in realtà in molti settori e in molte imprese) è il fordismo/taylorismo (la catena di montaggio, che non è certo scomparsa – ancora il Novecento!) più gli algoritmi e i robot. Se nel documento presentato da Fiat al sindacato, 19 pagine su un totale di 36 erano dedicate alla metrica del lavoro, misurata al centesimo di secondo, cos’è questo se non il vecchio controllo dei tempi e dei metodi fordista-taylorista, ma anche standardizzazione e controllo e alienazione? E non è forse fordismo/taylorismo il lavoro dei riders di Foodora o quello dei dipendenti di Amazon (con la catena di montaggio però ancora umana, con l’obbligo di tenere il passo-Amazon per essere veloci – ancora tempi e metodi e organizzazione scientifica del lavoro) o la rinascita del cottimo e del lavoro a domicilio? Parlare di alienazione non è quindi un paradigma vittimario. E parole come fordismo, taylorismo (e alienazione) non sono parole inattuali, ma attualissime – anche nel lavoro di produzione dei dati, con la produzione di dati distribuita nella (divisione del lavoro) e organizzata dalla (sua integrazione/totalizzazione) Fabbrica-rete. L’errore è credere di avere oggi una forma diversa di lavoro, mentre anche oggi – su cui, per altro pure tu concordi… – vi è divisione del lavoro: che è meccanismo organizzativo non solo novecentesco, ma addirittura ottocentesco o settecentesco (la fabbrica degli spilli di Adam Smith). Fordismo, taylorismo (e alienazione): si tratta di vederli, scavando sotto le apparenze – come provo a fare nel mio libro sulla Grande alienazione – proprio per capire le nuove forme del lavoro.

M.F. Quelle che hai citato sono, torno a dirlo, vecchie forme di lavoro, tra vent’anni (o anche molto meno) i robot e i droni prenderanno il posto degli umani. Altro è il lavoro di produzione dei dati che, per quel che ne so, nessun sindacalista ha sinora chiamato in causa, mentre io l’ho posto al centro del concetto di mobilitazione. Ma bisogna capire in cosa consiste la mobilitazione, visto che non ha alcun carattere del lavoro tradizionale: non implica fatica, è volontaria, non è pagata. Se ci interessa, come credo indispensabile, retribuire la mobilitazione, bisogna fare un lavoro concettuale più ampio e non limitarsi a trasporre i parametri del passato.

L.D. Conoscendo bene le nuove forme di lavoro e le nuove tecniche di organizzazione (insegnando in un Dipartimento di economia, in un Corso di laurea in economia e management), ti confermo che è ancora e sempre lavoro da rivoluzione industriale, sempre basato sulla divisione/suddivisione del lavoro e poi nella sua unificazione/totalizzazione. I droni e i robot arriveranno, ma noi continueremo a lavorare in modo industriale per produrre anche dati (il massimo della individualizzazione del lavoro, con il massimo della connessione/unificazione di tutti nel sistema) e domani chissà cos’altro ancora, finché si resta in questo sistema tecno-capitalista. Ieri nella fabbrica fisica, oggi nella fabbrica-rete-piattaforma. Cambia soltanto – lo ripeto – la tecnica di connessione/unificazione/produzione di valore, non l’essenza del lavoro, che è industriale anche quando sembra virtuale, creativo, immateriale, volontario, gratuito. Certo, oggi si trasforma il lavoro di produzione di dati in apparente non-lavoro divertente e il lavoratore di consumo in prosumer (con pluslavoro h24 senza più distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita che è, ancora, la sussunzione/identificazione della vita umana nel/col capitalismo) ma è sempre mobilitazione totale al lavoro e siamo mobilitati non perché ci piace ma perché il sistema ha bisogno che noi si sia mobilitati a produttività e a integrazione crescente. Ma poi (e scusami se devo tornare su questo tema), come Anders e Arendt insegnano (tra i molti), un potere è più efficiente quanto meno è visibile e quanto meno si fa percepire come potere che impone cosa fare. E questa è appunto la forma e la norma del potere tecno-capitalista, dall’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor alla uberizzazione delle competenze e delle professionalità di oggi (l’uberizzazione del lavoro non è solo Uber e continuerà ancora di più quando tutto sarà automatizzato). Un potere che si fa ancora più invisibile (divenendo società amministrata e ciascuno sempre più auto-amministrandosi nel sistema che lo amministra) quanto più offre illusioni di libertà e di creatività (lo aveva capito già Horkheimer), mettendo allo stesso tempo al lavoro la vita intera delle persone: chiamala mobilitazione ma lo era anche la catena di montaggio di Ford, lo è il consumismo, lo è quello che chiami lavoro non faticoso, volontario e gratuito di oggi, ma è sempre lavoro individualizzato e poi integrato/unificato e attivato/mobilitato in modo eteronomo. E se ci identifichiamo con il sistema, tanto da lavorare gratuitamente per esso, vuol dire che massima è ormai la nostra alienazione con questo sistema (identificazione/identità con qualcosa significa alienazione da sé – e rimando a quanto detto in apertura di questo nostro dialogo/confronto). Questo nuovo lavoro gratuito e volontario deve essere retribuito? Piuttosto che gratuito, sì; ma, ribadisco, è un lavoro che deve essere vietato (così come è stato vietato il lavoro degli schiavi e dei bambini), altrimenti permetteremo al tecno-capitalismo di completare la sua azione di pianificazione (neoliberale) e di trasformazione/sussunzione/ibridazione della vita umana nel mercato e nella competizione di tutti contro tutti. Non vedo altro modo per restare umani che vietare questo lavoro. E poi, lavorare senza fatica e in modo creativo era anche la promessa/propaganda degli anni ’90, agli inizi della rete. E io non riesco a farmi ingannare una seconda volta.

M.F. Io non ho creduto per un momento alla promessa del lavoro creativo, né negli anni ’90, né ora, per un semplice motivo. La creatività è cosa rara e riservata a pochi. Agli altri (e tra questi mi ci metto anch’io) rimane il consumo, che è appunto produzione di valore, sia consumando i beni, sia generando dati attraverso la navigazione su internet. È un lavoro squisitamente umano perché realizza l’uomo liberato e umanista di Marx, e non comporta né la fatica né la costrizione. L’unica cosa che richiede è lo sforzo di una elaborazione teorica capace di riconcettualizzare il consumo e la mobilitazione come lavoro, e quindi una elaborazione politica capace di rendere operative le riconcettualizzazione. C’è una alternativa? Ma certo: vietare il lavoro tradizionale e vietare il nuovo lavoro, tanto sono proposte che nessuno ha mai preso in considerazione e che nessuno prenderà mai in considerazione. Come risultato, tutto resterà come prima, con sempre meno lavori tradizionali, visto che avanza l’automazione, e con una immane mobilitazione non pagata perché tu dici che non bisogna pagarla (spero che non ti ascoltino, e non lo faranno, perché alla fine chi gestisce una piattaforma ha bisogno che qualcuno ci navighi).

L.D. Lascio a te credere che la creatività dell’uomo si esprima nel consumo e nella produzione di dati. Mi devi spiegare però allora a cosa servono pubblicità e marketing/e-marketing, se consumare è già in sé lavoro squisitamente umano perché realizzerebbe l’uomo liberato e umanista di Marx. Non comportando, per di più, ma di nuovo, né fatica né costrizione. Che consumare sia lavoro sono d’accordo (lo diceva Anders), un lavoro anche questo non retribuito e per il quale (Marx e poi sempre Anders) bisogna anzi pagare (analogamente, oggi nel lavoro di produzione di dati), ma soprattutto – è la forma e la norma del tecno-capitalismo – a produttività crescente: ma marketing e pubblicità sono appunto tecniche (tecnologie di potere, dispositivi) di organizzazione e di attivazione eteronoma (e quindi e ancora: l’imprinting e l’imprimatur) dei consumatori come nel ‘900 lo era l’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor; e la pubblicità non solo è propaganda ma è soprattutto affidamento a ciascuno di un mansionario del lavoro di consumo da svolgere a consumo/produttività/distruzione crescenti – ancora Anders. Sono tecniche motivazionali e relazionali/emozionali per produrre il consumatore e i desideri che servono per mantenerlo eccitato (ancora William Davies e l’industrializzazione della felicità; oppure la società eccitata di Christoph Türcke). E più consumiamo meglio è per il sistema tecno-capitalista, ma è peggio per la biosfera e per le future generazioni.

Quanto al non pagare il lavoro mobilitato di produzione/generazione di dati, richiamo ciò che avevo detto: posto che tecnica e capitalismo hanno l’organizzazione e il profitto come obiettivi; e che il neoliberalismo come la tecnica (ibridazione uomo-macchina) vogliono trasformarsi in forma di vita dell’uomo (supra), allora riaffermo con forza – in nome della libertà dell’uomo, della sua umanità, della sua consapevolezza e capacità e possibilità di essere uomo e non pezzo di una macchina/fattore di produzione con la totale alienazione che ne deriva, anche se ben mascherata dalle merci e dal feticismo che le accompagna – che dobbiamo porre un freno (delle contro-condotte, direbbe Foucault, ma neppure queste bastano più) a questa forza biopolitica/amministrativa del tecno-capitalismo che vuole estrarre valore per sé mettendo ancor più la vita intera al lavoro (oggi anche i dati, appunto – ma controllare la vita è pratica antica del tecno-capitalismo). Se voglio restare umano e libero, devo impedire (e devo farlo in fretta) che il tecno-capitalismo diventi totalitario – ma forse lo è già, come sosteneva Marcuse e come ho ribadito nel 2015. Detto altrimenti – e in senso marxista: evitiamo che la vita intera venga sussunta dalla tecnica e dal capitale.

Rivendico quindi, proprio per questo, il mio diritto/dovere di essere individuo/soggetto e non mezzo di produzione. Io sono un uomo e non un’impresa che deve essere competitiva sul mercato. Come uomo rivendico la mia libertà di essere diverso e altro dal mercato e dall’impresa – anche se questo (trasformarmi in impresa che vive nel mercato competitivo) è il fine del neoliberalismo e della tecnica. Quindi, questo lavoro di generazione di dati personali dovrebbe essere vietato in quanto non posso accettare (se non voglio diventare dis-umano, cioè mero lavoratore subordinato, puro mezzo di produzione di dati) che la mia vita privata (dati, profilazione) venga messa al lavoro per un profitto che non è mio – a parte ovviamente i dati necessari a medicina, tutela ambientale, statistica, governo di tecnica ed economia; un lavoro da vietare per conservare quella distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro e tra lavoro e vita che ci fa restare umani ma che il sistema neoliberale e tecnico sta progressivamente rimuovendo appunto per estrarre valore anche dalla nostra vita, dall’ozio e dal tempo libero; un lavoro da vietare in quanto dis-umano/dis-umanizzante (oltre che totalitario), come lo era il lavoro dei bambini e degli schiavi. Ricordando un grande liberale inglese come William Beveridge per il quale lo stato deve sempre tutelare la parte debole del rapporto di lavoro. Che, in un sistema di macchine che imparano da sole, di management algoritmico, di capitalismo delle piattaforme, di lavoro documediale non può che essere l’uomo come uomo, debolissimo anche se crede, con la tecnica, di essere onnipotente.

MF. Fraintendi la natura del capitale e dell’umano, ma è scusabilissimo, visto che è un fraintendimento in cui incorrono persone che, sviluppando una retorica opposta alla tua, ma simmetrica, idoleggiano il capitale e scrivono manuali per manager…

L.D. Sei tu che fin qui hai descritto il sistema del capitale e della tecnica come un manuale di management…dicendo che anche la privacy deve essere messa a valore, che i dati (la mia vita) devono essere merce, che bisogna sostenere questo modello di consumo…

M.F. Questa tua supposizione fa riflettere. Il solo fatto che non mi abbandonassi a piagnistei sul bel tempo che fu e sulla cattiveria del capitale, che non mi perdessi in giaculatorie dove di cita San Michel e San Zygmunt, San Walter e San Theodor, ti ha portato a credere di avere a che fare con un manuale di management. Dovresti fare attenzione alla sostanza. E la sostanza è questa. Un paio di settimane fa aspettavo un volo al London City Airport, quello vicino al Canary Wharf, dunque con la massima concentrazione di manager per metro quadrato che si possa immaginare. I libri in vendita, oltre all’eterna Arte della guerra di Sun Tzu (è curioso adoperare come oracolo per i propri affari i precetti di un generale cinese del sesto secolo avanti Cristo) erano variazioni sul tema secondo cui il vincitore, quello che prende tutto, è un egoista, nel migliore dei casi, e un truffatore, nel peggiore.

In definitiva, tutti questi manuali, così come l’ideologia che spesso troviamo nel management, incorrono in un errore in cui incappò Nietzsche a suo tempo. L’idea di Nietzsche era che i Greci erano forti e vitali, e che il cristianesimo aveva introdotto valori di risentimento e di debolezza, una morale del gregge che falsificava la vera forza originaria. Contro questa morale dei deboli e dei risentiti doveva insorgere il superuomo, affermando i valori della vita, l’egoismo, la forza, la sopraffazione, esercitando una trasvalutazione per cui di nuovo il valore morale coincidesse con la forza, e non con la debolezza.

Nietzsche però si trovava a confrontarsi con un problema irresolubile. Se il superuomo è così forte, perché viene regolarmente sconfitto dal gregge? Questa circostanza non suggerisce che l’analisi è sbagliata? Sì, in effetti lo è. A vincere non è la forza, ma qualcosa di diverso, e non necessariamente più buono: a vincere è quello che chiamiamo “smart”, e che assomiglia molto di più alla conoscenza dei bisogni e dei valori del gregge che non al battersi sul petto del superuomo.

Se le cose stanno in questi termini, la scelta giusta sarebbe di mettere libri come The Way of the Wolf, Rebel Talent e What They don’t Teach at Harvard Business School nello stesso scaffale di Così Parlò Zarathusra e di American Psycho. E di cercare non un ritorno a un passato eroico, brutale e (cosa più importante), perdente, ma piuttosto una comprensione del presente.

L.D. Scusa, ma non sono d’accordo. Al tecno-capitalismo – che è (come ho scritto nel 2015) una forma di religione politica e secolare, con una propria teologia tecnica e capitalistica mirata a integrare tutti in un Tutto/Uno chiamato oggi rete e globalizzazione, in cui tutti siano parte del gregge tecno-capitalista e dove la tecnica e il capitalismo siano il pastore che guida il gregge – interessa la forza e la potenza disruptiva del gregge super-uomo, la sua produttività, la sua prestazione, il suo pluslavoro e il plusvalore che genera, la sua innovatività tecnica, il lavoro h24 in forma di folla/sciame ovvero di gregge produttivo e consumista. Un gregge a mobilitazione continua e composto di pecore che però si credono superuomini (anche l’ultimo uomo): il gregge di tutti imprenditori di se stessi e di tutti connessi, di tutti consumatori, di tutti innovatori (questo dicono le retoriche, il catechismo neoliberale e tecnico), così assecondando le esigenze crescenti della dynamis del sistema. Perché al sistema non bastavano più imprenditori singoli che organizzavano il lavoro degli altri, occorreva (ancora il principio di convergenza, secondo Anders) che la volontà di potenza del tecno-capitalismo si diffondesse, venisse introiettata da ciascuno e valorizzata da ciascuno (appunto: viversi come imprenditori di se stessi, viversi nella sola forma neoliberale dell’impresa in competizione incessante sul mercato con altri individui-imprese, valorizzare non se stessi ma il proprio capitale) – che venisse cioè socializzata. Altro che comunismo. Il sistema ci vuole sempre connessi, sempre più integrati e a prestazione/competizione crescente, lavorando come un sol uomo per il sistema e la sua volontà di potenza che, sola, permette (il fine da raggiungere) l’accrescimento infinito della tecnica come apparato di integrazione e di amministrazione; e del profitto/produzione-estrazione di valore. Per questo serve la mobilitazione totale e incessante di tutti, tipica logica da gregge: mobilitazione a produrre (beni o dati), a consumare sempre di più, a innovare tecnologicamente a prescindere dall’utilità sociale dell’innovazione, senza mai mettere in discussione l’autorità del pastore/sistema tecnico e capitalistico, anzi – richiamo le cose dette prima – identificandosi sempre più con il sistema/gregge (e come ho ricordato, identificarsi con il sistema organizzativo è un’altra forma di alienazione da se stessi). Se oggi l’egoismo, la forza, la sopraffazione sono i nuovi valori della società tecnica ed economica – di tutti e non di pochi – è perché questo era necessario per riattivare la dynamis del sistema dopo la sua crisi profonda degli anni ’70.

È quella che Massimo De Carolis ha opportunamente definito come la istituzionalizzazione neoliberale dello stato di natura, che ci riporta a prima del contratto sociale. La libertà dell’individuo, l’uguaglianza e la solidarietà (come lo stato sociale e la redistribuzione keynesiana della ricchezza dall’alto verso il basso e i diritti sociali), erano intralci da eliminare, perché – in termini di mobilitazione – sono tempi morti. È il gregge che oggi si deve mobilitare nel senso della competizione e dell’innovazione per l’innovazione, anche il gregge dei produttori di dati. E scusami se ti ho interrotto…

M. F. Figurati, interrompimi quanto vuoi, solo che non mi capisci. Quei manuali sono da sfigati, e nessun manager di qualità ne seguirebbe i precetti. Prenderli sul serio come fai tu è segno di ingenuità, ci perdi troppo tempo, leggi piuttosto Corto Maltese o Salgari.

L.D. L’arte della guerra è un classico della letteratura manageriale…Inevitabile, istituzionalizzando lo stato di natura, cioè la guerra di tutti contro tutti e facendo della competizione incessante e della disruption altrettanto incessante la forma di vita globale necessaria al funzionamento del tecno-capitalismo…

M.F. Ma, appunto, si tratta di un cattivo manuale per manager, un manuale per manager stupidi, credo che non un manager intelligente ci abbia perso del tempo, né che condivida la guerra di tutti contro tutti o il tecnocapitalismo. Lasciando la letteratura, veniamo al presente. E che cosa ci dice, il presente? Prima di tutto, manifesta una evidenza capitale e imprescindibile: il lavoro sparirà per via dell’automazione. Tutto il lavoro? No, non tutto, ma certo quello che più immediatamente riconosciamo come “lavoro”: l’attività il cui fine è la produzione e i cui mezzi sono la fatica e l’alienazione. Cercare di sottarsi a questo destino, oltre che inutile, è nocivo.

Procedo per punti.

Automazione

L’automazione infatti rende meno costosi i beni e azzera i lavori usuranti. Se la terra oggi è in grado di nutrire 7 miliardi di persone, e se la vita media è raddoppiata rispetto a un secolo fa, il merito è soltanto dell’automazione, perché nessun umano è così preciso, infaticabile, sottomesso e parco come può esserlo una macchina. Abbracciare una prospettiva di decrescita significa nel medio termine una promessa di fame e di morte – ossia del ripristino dell’economia della scarsità in cui gli umani hanno trascorso la stragrande maggioranza della loro storia naturale.

Gli argomenti a favore della decrescita sono due, uno infondato e l’altro sbagliato. Quello infondato dice che l’abbondanza è male, dimenticando che la penuria è molto peggio, e dunque non è un argomento, bensì l’enunciazione di un credo religioso o estetico che ognuno è libero di osservare nel proprio foro interno e come condotta personale di vita, ma che non può in alcun modo essere imposto come norma sociale generale, a meno di introdurre un fondamentalismo infinitamente più oneroso e intollerante di qualunque fondamentalismo religioso.

Quello sbagliato dice che l’automazione porta via il lavoro. L’errore di questo argomento consiste nel pensare che il lavoro sia soltanto la fatica e l’alienazione. Ora, indubbiamente questo lavoro si riduce enormemente, alle nostre latitudini, e nel tempo scomparirà ovunque, non per qualche improbabile decisione filantropica, ma semplicemente perché sarà spazzato via dalla automazione.

Di questa scomparsa, dalle nostre parti, sono testimonianza quegli umani che già oggi vivono come nella società comunista immaginata da Marx: alla mattina a pescare, al pomeriggio a scrivere saggi critici, alla sera ad accudire il bestiame. Traducendo, alla mattina a correre per smaltire le calorie, al pomeriggio sui social, alla sera a mettere voti su the fork, con una variazione significativa, e cioè che queste differenziazioni temporali non ci saranno più.

Inoltre, diversamente da quanto immaginava Marx, nella società comunista si va in vacanza ben più che nella società borghese. Lì la villeggiatura era una eredità della divisione del lavoro, e non produceva valore, mentre nel mondo documediale la massima produzione di valore ha luogo attraverso il consumo, e quanto maggiore è il tempo di consumo senza produzione (e la vacanza è la situazione paradigmatica) tanto maggiore è il valore che viene realizzato. Da questa circostanza abbiamo l’indicazione fondamentale sul lavoro del futuro, che sostituisce alla fatica e alla alienazione la produzione di valore attraverso il consumo. Trasformare la vacanza in lavoro sembra una alchimia, ma non lo è, e svelare il meccanismo soggiacente a questo apparente sortilegio è il passo decisivo per chiunque voglia comprendere il presente.

Ma chi ha detto che il lavoro sia solo fatica e alienazione? Accanto al lavoro del passato abbiamo, infatti, il lavoro del futuro.

Umanizzazione

Il lavoro del futuro non va cercato in attività residuali come il rider, il magazziniere di Amazon o il raccoglitore di pomodori: queste saranno tutte svolte dai droni. Ci si chiede come, su una base documentale così ristretta si possa pretendere di allestire una interpretazione complessiva del reale. I pretesi lavoratori alienati, se lo sono, è perché hanno deciso per ragioni incomprensibili di guardare La corazzata Potëmkin invece che Narcos.

È già più sensato cercarlo nelle nuove attività di accudimento rese necessarie dalla scomparsa delle famiglie tradizionali. Anche qui, tuttavia, si tratta non del futuro, ma di sacche di sopravvivenza del passato, di forme di lavoro come fatica e alienazione che sopravvivranno all’automazione fino a quando non si imporranno i cosiddetti “robot della cura”, già in corso di sperimentazione anche negli ospedali italiani.

È ancor più sensato, tuttavia, cercare il lavoro del futuro non dove di fatto è necessaria una componente umana (la necessità di fatto potrà sempre essere superata da un perfezionamento tecnico), ma dove di diritto sembra insensato immaginare una sostituzione dell’umano per opera dell’automa.

Qui la fenomenologia è vasta. Ci sono degli ottimi motivi per preferire un sex robot a un amante in carne ed ossa, ma è abbastanza insensato fidanzarsi con un sex robot. Ci sono buone ragioni per considerare più imparziale il giudizio di un robot, ma difficilmente si accetterebbero delle pene inflitte da una macchina. Non c’è dubbio che una partita di calcio fra automi sarebbe più spettacolare di quelle che conosciamo ora, eppure è credibile che non ci interesserebbe, così come non ci interesserebbero due computer che giocano a scacchi. Piuttosto paradossalmente, anche una corsa automobilistica senza piloti sarebbe poco interessante. E, ovviamente, come nessuno (tranne una macchina) accetterebbe di essere giudicato da una macchina, così nessuno accetterebbe di essere guidato da un automa invece che da un manager, anche se i manager spesso amano appellarsi agli automi, siano essi computer o statistiche, per suffragare le loro decisioni.

Di qui una conseguenza che meriterebbe maggiore attenzione. Quello che a torto viene considerato un incremento dell’automa – un mondo in cui la produzione sia totalmente automatizzata – è invece un incremento dell’umano, che prende un posto di primo piano manifestandosi come l’attore centrale del cambiamento. È l’inversione completa rispetto alla alienazione industriale, in cui le caratteristiche organiche dell’umano passavano in secondo piano rispetto alle prestazioni meccaniche che queste ultime possono garantire. Nella produzione industriale non interessa l’umano in quanto tale, ma in quanto componente di un sistema meccanico.

Ma nel mondo documediale, nel quale l’unica cosa che viene prodotta dagli umani sono documenti, nella forma di Big Data che registrano il nostro comportamento, le nostre preferenze, le nostre credenze e i nostri consumi, è l’umano ad avere il posto fondamentale. La smart company è una compagnia senza (o meglio con poco) personale umano. Ma uno smart market, un mercato senza personale umano, non è concepibile. Non si consideri tutto questo come un infondato ottimismo o un futile peana del mercato e dell’automazione. La situazione è piena di ombre, ma non è certamente lamentando alienazioni inesistenti, cattiverie del Kapitale e disumanizzazioni meccaniche che potremo gettarvi luce.

Responsività

L’unicità dell’umano non consiste nella produzione, in cui è perfettamente sostituibile dalle macchine, ma nel consumo. Facciamo un passo indietro, e guardiamo alla natura umana cercando di mettere a fuoco la nozione di “responsività”. Prendiamo due dissipatori di energia che producono calore, morfologicamente molto simili: un phon e un’anatra. Se lascio il phon per tre mesi nel cassetto di una casa di vacanza, quando torno, se lo rifornisco di energia (lo attacco alla spina) è in grado di produrre calore. Se lascio l’anatra per tre mesi nel cassetto di una casa di vacanza, quando torno, se la rifornisco di energia (le do del becchime) non è in grado di produrre calore, a meno che le strappi le piume per imbottire un piumino, perché è morta. E, possiamo esserne certi, non ritornerà in vita di fronte a del cibo.

Il dissipatore meccanico ha una serie molto lunga di on/off, on/off, on/off… Il dissipatore organico ha solo due posizioni: on e off. E l’off è irreversibile. Questa è una differenza capitale, che conferisce urgenze e fini interni al dissipatore organico, mentre quello meccanico ha solo quei fini esterni che chiamiamo più correttamente “mezzi”. Che non sono affatto disprezzabili, ma che possono essere mobilitati (servire come mezzi) solo nella prospettiva di un organismo, che possiede delle finalità interne (quello che i Greci chiamavano “entelechia”).

È proprio l’urgenza, l’indifferibilità, l’irreversibilità che rende il consumo organico incomparabile con il consumo meccanico. Ed è dall’urgenza che derivano, nell’organismo, la razionalità, il desiderio, il fine, la noia, l’angoscia, e ovviamente anche il gusto dell’accumulo, dello sperpero, del superfluo. Diversamente da altri organismi, quello umano, in quanto è atopico e perciò necessariamente bisognoso di un adattamento al mondo attraverso la tecnica, è anche capace di evoluzione culturale, che nasce dunque dall’incontro fra i bisogni di un organismo non stabilizzato e i rimedi che questo organismo cerca nella tecnologia. È la caratteristica degli umani, che definisco “responsività”, e che consiste appunto nel fatto che, in quanto organismi, sono soggetti a processi irreversibili, che tuttavia correggono e differiscono attraverso dei meccanismi capaci di processi reversibili.

Disadattamento

Vale la pena di mettere a fuoco questo punto, che si rivelerà cruciale nel seguito del discorso. Se dei dissipatori organici come gli umani sono particolarmente interessanti è perché, diversamente da altri dissipatori organici non umani, come le anatre, sanno servirsi di meccanismi per potenziare le loro risorse naturali che, nel caso degli umani, sono particolarmente deboli per due motivi.

In primo luogo, perché gli animali umani sono oggettivamente meno forti e autonomi di altri animali non umani. Se gli umani sono costitutivamente gregari e dipendenti non è, come pretende Nietzsche, per l’azione nefasta di ideologie e religioni, bensì perché, diversamente dagli altri animali, hanno bisogno di protratte cure parentali, di riconoscimento sociale (necessario al superuomo forse anche più che all’ultimo uomo), di accudimento nella terza età, di sistemi pensionistici, di intrattenimenti, supplementi e ornamenti.

In secondo luogo, perché sono più ubiqui, il che comporta un disadattamento ulteriore in ambienti sempre diversi, che va colmato con un incremento di apporti tecnici e in generale richiede processi di capitalizzazione ignoti (perché inutili) ad animali non umani. Uno scimpanzé, pur conoscendo l’utilità di protesi tecniche come i bastoni, o l’uso di insaporire i cibi bagnandoli con acqua di mare, non sentirà mai la necessità di protesi più complesse come abiti pesanti e valigie in cui riporli, perché non sentirà mai il bisogno di abbandonare il proprio ambiente.

E, una volta che si innesca la necessità di abiti e di valigie, si genera la necessità di denaro, biglietti low cost, e dunque anche cultura, turismo, noia, lavoro e curiosità, ossia tutta la panoplia delle caratteristiche distintive dell’animale umano rispetto all’animale non umano.

A questo punto, potrà sorgere nell’animale umano la necessità di essere creativo, per dare alla propria leadership una caratteristica distintiva che non sia semplicemente quella della dominanza, dell’egoismo e dell’opportunismo, che basta e avanza allo scimpanzé e al lupo, ma non è sufficiente per chi voglia far strada in un ambiente che non è la steppa o la savana, ma Wall Street. È qui che possiamo riconoscere le caratteristiche del lavoro del futuro come produzione di valore, e che riassumo in tre concetti: invenzione, mobilitazione e consumo, e su cui ritornerò più avanti.

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