istruzione

Come i genitori possono introdurre i figli al digitale

I genitori italiani, come quelli europei del resto, hanno ancora molta paura di internet se ad usarla sono i loro figli. Ma dobbiamo imparare a “nutrire” i nostri figli con una dieta digitale equilibrata come dobbiamo farlo per la dieta alimentare, senza nello stesso tempo allevare degli anoressici digitali. Le evidenze della ricerca di dicono che tablet e smartphone sono gli strumenti migliori per introdurre i bambini al digitale. E che anche i videogame fanno bene

13 Nov 2014
Paolo Ferri

Professore Ordinario di Tecnologie della formazione, Università degli Studi Milano-Bicocca

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Come ho più volte messo in rilievo nei miei interventi su Agenda digitale, la scuola rappresenta un’agenzia formativa fondamentale per contribuire a diffondere competenze digitali legate all’apprendimento, così come quelle di cittadinanza digitale, ma molto di questo lavoro potrebbe essere svolto anche all’interno della famiglia. Secondo i dati dell’Istat, infatti, le famiglie con almeno un minorenne sono le più tecnologiche: l’87,8% possiede un personal computer, l’85,7% ha accesso ad Internet da casa. Inoltre, la percentuale di diffusione degli smartphone e dei telefoni cellulari con possibilità di connessione a internet è del 94% nelle famiglie con figli. Le case dei “nativi digitali” sono ormai quasi del tutto connesse e tuttavia la famiglia e i genitori nella stragrande maggioranza dei casi non riescono a educare al digitale i loro figli. “I nuovi bambini” imparano a video-giocare e usare Internet e o i social network con i compagni di classe o con i fratelli e le sorelle maggiori, non con i genitori. Internet e il linguaggio digitale non fanno ancora parte del “lessico familiare” italiano, e così spesso genitori e figli usano internet e gli strumenti di comunicazione digitale in maniera parallela ed “autistica”, senza condividere tra loro le esperienze d’uso della e senza ragionarne insieme opportunità e problemi che sono correlati alla loro “vita sullo schermo”. I genitori usano gli schermi interattivi per lavorare, per fare acquisti online e utilizzare i social network.

I figli per giocare e comunicare con i propri amici, ma il digital divide tra le generazioni rischia di crescere invece di diminuire. Il fenomeno dell’incomunicabilità tecnologica tra generazioni è davvero diffuso. I genitori italiani, come quelli europei del resto, hanno ancora molta paura di internet – se ad usarla sono i loro figli – tanto che (come abbiamo già rilevato su questa testata) tra i percoli percepiti dai genitori che minacciano i loro figli, i “brutti” incontri sui social network o la visione di materiale sessuale on-line, superano, addirittura, le paure relative all’eccesivo consumo di alcolici o quella di avere problemi con la polizia e la legge come rileva l’autorevole ricerca EU Kids on line della London School of Economics.

I genitori usano molto la rete Internet, ma hanno molta paura che la usino i loro figli minori. Anche gli insegnanti, usano quasi tutti Internet, ma a casa propria e per la loro vita privata e non riescono o spesso hanno paura di usarla con i ragazzi e con i bambini all’interno delle aule e per la loro professione di docenti. Gli adulti amano la tecnologia, i bambini e gli adolescenti anche ma non riescono mai a usarla insieme. Come uscire da questo “autismo comunicativo” intergenerazionale e riuscire a far sedere genitori e figli e insegnati attorno allo stesso “desco tecnologico”? Il problema è molto rilevante! Si tratta per i genitori di abbandonare paure in larga misura infondate e di cercare di dare ai loro figli un’adeguata educazione digitale anche tra le mura di casa. La cosa è poi complicata dal fatto che la “tecnofobia”, spesso fomentata dai mass media, di molti genitori funziona poi “a parole” e di frequente accade che i figli siano, poi, lasciati da “soli” di fronte agli schermi interattivi: perché non c’è tempo, perché si è troppo stressati dal lavoro o semplicemente perché è meno faticoso e più semplice. La tecnologia non è una baby “sitter” efficacie. Come non lo era la “cattiva maestra” televisione. Se, però, si usa il digitale come una “baby sitter”, non ci si può poi lamentare, come fanno alcuni genitori, perché i loro figli stanno troppo su Internet o perché fanno un uso eccessivo dei videogiochi.

Il tempo che i nostri figli passano davanti agli schermi interattivi è per fortuna nella stragrande maggioranza dei casi sottratto alla televisione il che di per sé è un bene. L’ipnosi televisiva è un male maggiore della relazione con gli schermi interattivi che almeno presuppongono un’interazione, appunto… Dobbiamo imparare a “nutrire” i nostri figli con una dieta digitale equilibrata come dobbiamo farlo per la dieta alimentare, senza nello stesso tempo allevare degli anoressici digitali! Dovremmo trovare il tempo per stare con loro anche davanti agli schermi e non di proibirglieli o di lasciarli soli. Internet e il digitale non fanno male ai bambini e agli adolescenti! Come afferma, ad esempio, il recente rapporto dell’Accademia delle scienze francese, redatto da alcuni maggiori esperti di pedagogia, psicologia e neuroscienze educative europei dopo un’ampia consultazione di tutta la comunità scientifica. Possiamo invece affermare che fa bene, se è accompagnato dalla presenza dei genitori, dei maestri e degli insegnanti (L’enfant e écrans, 2013 Le Pommier, è possibile scaricalo in versione integrale). Gli accademici di Francia, infatti, pervengono ai seguenti risultati di ricerca:

a. I tablet e gli smartphone touch costituiscono lo strumento migliore per introdurre alla logica del digitale i bambini più piccoli (0-2 anni), ovviamente sempre con l’aiuto dei genitori. (p. 83-86 del report)

b. Un uso equilibrato (nei tempi) dei videogiochi, in particolare quelli d’azione, fa bene e migliora la capacità di attenzione visuale selettiva e quelle di eseguire compiti complessi sullo schermo.

c. Lavorare con gli schermi interattivi per gioco e a scuola esercita sia il pensiero intuitivo sia il ragionamento ipotetico deduttivo: osservazione-ipotesi-manipolazione del reale-nuova osservazione (pp. 159-160) predisponendo all’atteggiamento “scientifico” verso il mondo.

Il mio consiglio nei confronti dei genitori è perciò quello di abbandonare paure e resistenze e di stare con i bambini anche davanti agli schermi interattivi, per educarli a un loro uso significativo e consapevole. Viviamo in un mondo che è insieme reale e digitale dove entrambe le dimensioni si intersecano di continuo ed è con questa realtà che dobbiamo misurarci anche nell’educazione dei nostri figli. Quella che provo a proporre nel mio nuovo saggio I nuovi bambini. Come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure, BUR, 2014 è una sorta di “educazione digitale” familiare. L’idea è che non sia efficacie né la strategia della repressione né quella della rassegnazione. Quello che è veramente necessario è la condivisione. Perché non dovremmo navigare su Internet con i nostri figli, aiutarli a realizzare video delle loro esperienze scolastiche o mostragli come l’accesso ad Internet può essere molto produttivo per l’apprendimento? Perché non dovremmo insegnare loro a scegliere i videogiochi più adatti a loro sperimentandoli insieme e giocando con loro?

Saranno queste occasioni di “condivisione” appunto che ci permetteranno far diventare la “vita digitale” dei nostri figli una parte del nostro “lessico famigliare”. Così come usare la tecnologia con loro ci permetterà di “educarli alla tecnologia” poiché saremo diventati per loro interlocutori credibili e autorevoli rispetto alla loro vita digitale, non censori o spettatori disinteressati o rassegnati delle loro scorribande sul web. Soprattutto a partire dalla famiglia si possono formare dei cittadini digitali consapevoli attraverso il dialogo e la condivisione delle esperienze.

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