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Direttore responsabile Alessandro Longo

IL RAPPORTO

Come uscire dagli ultimi posti nella classifica digitale europea

25 Feb 2015

25 febbraio 2015

Il DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea per il 2015 ci vede fermi al venticinquesimo posto, con carenze distribuite su tutte le aree. Per cambiare non bastano buone politiche di settore o di area, ma è necessaria una forte strategia complessiva con precisi e verificabili piani di attuazione

Il rapporto 2015 del DESI, l’indice dell’economia e della società digitale definito dalla Commissione Europea con l’intento di fornire una fotografia sullo stato delle politiche digitali dei Paesi, secondo una visuale più ampia di quella consentita dalla Digital Agenda Scoreboard, ci vede fermi al venticinquesimo posto, nel gruppo dei Paesi a basse prestazioni insieme a Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Cipro, Polonia, che ci precedono,  e Grecia, Bulgaria e Romania che hanno prestazioni peggiori delle nostre.

Il DESI, che nel gruppo dei Paesi “high performer” vede Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Finlandia, è un indice interessante e utile perché cerca di comprendere le diverse “aree” delle politiche del digitale e quindi consente uno sguardo organico e bilanciato. In particolare, sono individuate cinque aree:

  • Connettività, che include indicatori di copertura e utilizzo della banda larga sia fissa che mobile;
  • Capitale Umano, che include soprattutto indicatori sulla presenza di competenze digitali nella popolazione;
  • Uso di Internet, che è relativa agli indicatori che misurano l’uso di Internet da parte della popolazione per scopi non legati ai servizi pubblici;
  • Integrazione delle tecnologie digitali, area relativa agli indicatori che misurano l’uso del digitale e di Internet da parte delle imprese e la diffusione del business digitale (e che per lo più non sono parte della Digital Agenda Scoreboard) ;
  • Servizi Pubblici Digitali, area che include indicatori sulla disponibilità e l’utilizzo dei servizi pubblici online.

L’analisi del DESI consente anche una valutazione sulle differenze nelle prestazioni nel gruppo dei Paesi Europei, e qui si nota come il divario tra i Paesi più avanzati e quelli più arretrati si sia ridotto di poco nell’ultimo anno, rimanendo rilevante. In alcune aree, come quella dei servizi pubblici digitali, il divario è anche aumentato (il punteggio della prima, la Danimarca, supera quello dell’ultima, la Bulgaria, di oltre la metà della scala del DESI, e le percentuali sulla popolazione che utilizza servizi di e-government compilando anche moduli va dal 69% della Danimarca al 6% della Romania). Un quadro che fotografa con chiarezza la carenza di risultati delle politiche europee, oggi indirizzate alla costruzione del Mercato Unico Digitale, ma non ancora in grado di sostenere, con adeguata forza, incisività e continuità, lo sviluppo del digitale su tutti i Paesi.

Non a caso Oettinger, Commissario alla “Digital Economy and Society” ha commentato “Abbiamo bisogno di adattarci alle esigenze dei cittadini e dobbiamo pensare sul come adattare le nostre politiche”, in riferimento ai cambiamenti in atto a livello sociale (es. lo sviluppo della TV on demand), ma anche come riflessione complessiva.

La situazione dell’Italia

La posizione di stasi e di retroguardia dell’Italia è il risultato di alcuni piccoli progressi inferiori a quelli realizzati dagli altri Paesi, qualche arretramento e isolate ottime performance.

In particolare,

  • sul fronte della connettività l’Italia è in complessivo ritardo (secondo il DESI precede la sola Croazia), poiché solo il 21% delle famiglie ha accesso a una connessione internet veloce (il livello di copertura più basso dell’UE), solo il 51% delle famiglie ha un abbonamento a banda larga fissa (la percentuale più bassa dell’UE) e gli abbonamenti a banda larga superiore a 30 Mbps sono pari solo al 2,2% (la media UE è del 22%);
  • molto critica è anche la situazione della domanda, e quindi sulle aree del Capitale Umano e dell’Uso di Internet, dove, secondo il rapporto DESI “ lo sviluppo dell’economia digitale sembra essere frenato dal basso livello di competenze digitali (solo il 59% degli utenti, una delle percentuali più basse dell’UE, usa abitualmente internet e il 31% della popolazione italiana non lo ha mai utilizzato) e dalla scarsa fiducia (solo il 42% degli utenti di internet utilizza i servizi bancari online e il 35% fa acquisti online);
  • nell’ultimo anno ha fatto progressi in termini di ricorso alle tecnologie digitali da parte delle imprese (secondo il DESI sale di una posizione, al ventiduesimo posto), ma ancora molto deboli, soprattutto per le gravi carenze sull’innovatività delle PMI (solo il 5,1% delle PMI utilizza l’e-commerce, al quale è imputabile appena il 4,8% del fatturato complessivo delle imprese italiane), mentre il livello digitale dei processi produttivi e gestionali delle imprese di dimensione maggiore è ampiamente nella media europea;
  • per quanto riguarda i servizi pubblici digitali (dove l’Italia è al quindicesimo posto, in lieve discesa), l’Italia si avvicina complessivamente alla media europea; i livelli di utilizzo dell’e-Government sono però ancora molto bassi, secondo il rapporto DESI “in parte perché i servizi pubblici online non sono sufficientemente sviluppati e in parte a causa delle carenze in termini di competenze digitali”. Sta di fatto che i progressi sono molto lenti e inferiori agli altri Paesi UE, per cui soltanto l’inserimento dell’indicatore sulla diffusione degli Open Data (dove l’Italia è al nono posto) consente di non arretrare in modo più significativo.

 

L’importanza di un approccio sistemico

Ma, al di là delle considerazioni specifiche sui singoli punti (si tratta in gran parte di indicatori singolarmente già noti in quanto inclusi nella Digital Agenda Scoreboard) e sulle graduatorie costruite sui punteggi normalizzati, l’importanza del rapporto DESI, per cui ne è utile la lettura e l’analisi, è data dal valore dell’aggregazione nelle cinque aree delle politiche sul digitale e quindi dalla definizione di una configurazione strategica, essenziale ma bilanciata, che supera le carenze della Digital Agenda Scoreboard.

In particolare, il DESI propone di fatto, così, un quadro di valutazione allineato alle principali aree strategiche e quindi potenzialmente una valida base per definire, da un lato, i confini (minimi) dell’Agenda Digitale dei singoli Paesi e, dall’altro, un cruscotto di indicatori con i quali misurare i risultati e gli avanzamenti complessivi dell’Agenda. Confini e cruscotto che oggi per il nostro Paese non appaiono completamente definiti (frammentati su più aree e con alcune parti non coperte dal punto di vista strategico e di misurazione) e che, insieme alle importanti iniziative in atto, costituiscono però la premessa indispensabile per realizzare le innovazioni necessarie, e quindi un’area di lavoro da avviare al più presto. Con un approccio sistemico e allo stesso tempo rapido

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