la riflessione

Dagli schiavi all’intelligenza artificiale, così stiamo delegando la nostra vita alle macchine

Le macchine – gli smartphone, app, gli algoritmi predittivi – ci sembrano molto friendly, in realtà non lo sono. E soprattutto ci manca ancora la consapevolezza del loro potere a cui stiamo delegando la nostra vita intera. Ci crediamo liberi, ma siamo schiavi. E se avesse ragione Marx?

15 Nov 2019
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria


Premessa: non siamo mai stati (né lo stiamo diventando), marxisti. Da illuministi, rifuggiamo da ogni ismo. D’altra parte, neppure lo stesso Marx (Karl, ovviamente, non Groucho) si definiva un marxista. Eppure, rileggere oggi Il capitale (ma non solo) produce un effetto inquietante (e imbarazzante).

Vale la pena tuttavia approfondire tre elementi dell’analisi di Marx. Quello di estensione della durata della giornata lavorativa; quello di pluslavoro; e quello di sussunzione. Perché sì, la realtà di oggi è molto simile a quella di allora.

Pensiamo, ad esempio, ai 17mila morti sul lavoro in Italia negli ultimi 10 anni, una autentica strage come ha commentato il segretario della Cgil Maurizio Landini; pensiamo al caporalato fisico e a quello virtuale; al taylorismo digitale invece della promessa economia della conoscenza; ai riders di Foodora liberi imprenditori di se stessi (direbbe Groucho Marx) e ai lavoratori dell’Industria 4.0 totalmente sussunti nella e subordinati alla macchina/algoritmo; a quella rete diventata la perfetta realizzazione della fabbrica integrata inseguita da Ford, da Taylor, da Taiichi Ohno, dove tutti siamo parti/pezzi dell’apparato sia che lavoriamo in produzione, o consumiamo, o produciamo dati per il Big Data. La nostra soggettività e libertà e autonomia (“L’organizzazione del processo di produzione capitalistico, una volta che si è ben consolidato, infrange ogni resistenza” – Marx) sono oggi totalmente catturate dall’immaginario collettivo feticistico della tecnica e del mercato – e si legga quello splendido libro di Paolo Bartolini e Stefania Consigliere che è “Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista“, Jaca Book.

I tempi (retro)moderni della iper-modernità

La realtà di oggi – ripetiamo cose già dette non solo da noi, ma repetita iuvant – richiama non tanto (ma anche) i Tempi moderni di Chaplin; non è la realizzazione della promessa dei teorici del post-fordismo e dell’economia della conoscenza/capitalismo cognitivo, ma è quella dei tempi retro-moderni dell’Ottocento (o la Retrotopia secondo Zigmunt Bauman – Laterza). Massimo sfruttamento, massima alienazione, massima dis-umanizzazione dell’uomo al crescere della sua ibridazione con le macchine, minima autonomia e massima eteronomia, massima de-umanizzazione al crescere della delega che diamo alla tecnica per tutto ciò che concerne ciò che per l’illuminismo era e doveva essere invece umano, cioè la capacità intellettuale (Sapere aude! – diceva Kant) e la possibilità esistenziale di valutazione/riflessione e quindi di decisione. Consapevolmente e responsabilmente. Da parte dell’uomo, insieme ad altri uomini.

Delegando invece valutazione/riflessione e decisione a un algoritmo, usciamo dall’umano ed entriamo nell’in-umano. E in qualcosa di peggio di quella che Max Horkheimer, filosofo e sociologo di punta della Scuola di Francoforte, mezzo secolo fa definiva come società amministrata: dove tutto è automatizzato, dal governo al consumo alla produzione; dove “tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società”; dove cioè sarà l’apparato a funzionare e a far funzionare ogni uomo e tutte le altre macchine integrate in una mega-macchina (che oggi chiamiamo appunto: rete-fabbrica integrata). E funzionerà facendoci funzionare secondo la propria razionalità calcolante/strumentale finalizzata all’accrescimento infinito di sé come apparato tecnico e come profitto/plusvalore del capitale.

Ragione strumentale che tuttavia è un tradimento della ragione illuministica, se aveva ragione ancora Horkheimer (ne La società di transizione, Einaudi) quando aggiungeva: “Per i giovani di oggi solo la scienza è vera, perché essi scambiano il vero con l’esatto e credono che l’unica forma della ragione sia quella che io chiamo ragione strumentale, che liquida tutte le altre”. Scienza; e oggi algoritmi, figli di quella scienza che si chiama matematica e calcolo. E ragione strumentale. O industriale: “la ragione è cioè diventata uno strumento di autoconservazione del sistema industriale”; e ancora: essa “si riduce a cercare l’adattamento ottimale del mezzo allo scopo, il pensiero è solo strumento per risparmiare lavoro. La ragione mira solo all’utile. Contravvenire a una simile ragione diventa un sacrilegio. Essa fonda la sottomissione del singolo al tutto. La categoria di individuo alla quale era legata l’idea di autonomia (dell’illuminismo: pensiamo a Kant) non ha resistito alla grande industria (e oggi – aggiungiamo – alla rete, che è il nuovo tutto/fabbrica integrata monistica, che tutti deve contenere e integrare a sé, come il Leviatano di Hobbes). L’individuo non deve più preoccuparsi del futuro, ma essere pronto ad adattarsi, a soddisfare ogni cenno, a servirsi di ogni leva, ad agire sempre diversamente ma sempre allo stesso modo” producendo effetti sulla natura e sull’uomo non più controllati consapevolmente (cioè secondo ragione non strumentale-industriale) dall’uomo e dal demos.

E se oggi tutto è amministrato da algoritmi/Iot/piattaforme/Big Data – e il tutto è venduto per di più come smart dalla fabbrica integrata anche dell’immaginario tecno-capitalista che assomma industria culturale (descritta da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’illuminismo, Einaudi), debordiana società dello spettacolo e infine industria dei sensi secondo l’ultimo importante libro di Sergio Bellucci (Harpo) – allora l’uomo cessa (non può non cessare) di essere individuo libero e soggetto che pensa, decide e poi fa; e diviene invece oggetto fatto/amministrato/governato e ingegnerizzato da una tecnica che sempre più decide per lui, a prescindere da lui.

L’uomo perde la consapevolezza del funzionamento dell’apparato (che invece dovrebbe aumentare all’aumentare della complessità dell’apparato), che appunto funziona in automatico; e perde la responsabilità per ciò che accade, avendo ceduto/trasferito la capacità e la possibilità di valutare e di decidere, a un sistema automatico di macchine (e anche un algoritmo è una macchina, funzionando secondo la razionalità calcolante/strumentale/industriale della tecnica).

Torniamo dunque a Marx (e consigliamo l’ottimo saggio di Federico Chicchi, Marx, Feltrinelli) – da cui vi è sempre moltissimo da imparare – e approfondiamo tre elementi della sua analisi.

La giornata (infinita) di lavoro

Scriveva Marx (Il capitale): “Il contenuto e lo scopo ultimo della produzione capitalistica è la produzione di plusvalore, vale a dire l’estorsione di pluslavoro. (…) L’impulso del capitale a un prolungamento smodato e senza scrupoli della giornata lavorativa viene appagato in special modo in quelle industrie che per prime furono rivoluzionate dall’acqua, dal vapore, dalle macchine e che sono state le prime creazioni del modo di produzione moderno”.

E ancora: “Prolungandosi la giornata lavorativa, si allarga la scala della produzione, mentre resta immutata la parte di capitale investita in macchine ed edifici. Perciò non solo aumenta il plusvalore, ma diminuiscono le spese che sono necessarie per sfruttarlo. (…) E se le macchine sono il mezzo più potente per accorciare il tempo di lavoro necessario per produrre una merce, esse, nella loro qualità di depositarie del capitale divengono, in quelle prime industrie di cui prendono immediato possesso, il mezzo più potente per prolungare la giornata lavorativa al di là di qualsiasi limite naturale. Da un lato creano nuove condizioni che permettono al capitale di abbandonarsi completamente a questo suo perenne impulso, dall’altro creano nuove ragioni per accendere il suo smodato desiderio di lavoro altrui”. Riuscire ad ottenere una giornata lavorativa normale, quindi una riduzione della sua durata, fu quindi solo l’effetto (“una reazione della società che si sente minacciata nelle sue fondamenta”) di “una lunga guerra civile, più o meno dissimulata, tra la classe dei capitalisti e la classe degli operai” associati tra loro. Durata da allora, per circa un secolo. Ma “quando viene imposto dalla legge un accorciamento della giornata lavorativa (…) allora la macchina diviene, nelle mani del capitale il mezzo usato sistematicamente per smungere nello stesso spazio di tempo, una più grande quantità di lavoro” e questo tramite l’aumentata velocità delle macchine e tramite l’ingrandito numero di macchine che deve sorvegliare un medesimo operaio”.

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Non è forse questo ciò che si è determinato con l’introduzione crescente delle nuove tecnologie a partire dagli anni ’80 del ‘900? Non è forse ancora questa l’essenza e lo scopo anche dell’Industria 4.0/I.A./World class manufacturing/capitalismo delle piattaforme? Se la giornata lavorativa, soprattutto nel corso della seconda metà del secolo scorso, si era ridotta per legge e per contrattazione collettiva, questo era intollerabile per il sistema. E quando le macchine glielo hanno permesso di nuovo, proprio le macchine si sono dimostrate nuovamente come il mezzo più potente per prolungare la giornata lavorativa al di là di qualsiasi limite naturale (il virtuale permette di lavorare oltre i limiti del tempo naturale e di fare più velocemente non solo una cosa alla volta, ma molte cose insieme – che è un altro modo per prolungare la giornata di lavoro e accrescere il pluslavoro – infra), ma anche, e insieme, per accrescere l’intensità e lo sfruttamento del tempo di lavoro e della forza lavoro.

E infatti oggi lavoriamo h 24 e 7 su 7, senza più distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita, ovvero il tecno-capitalismo ha messo a profitto per sé non solo la forza lavoro di cui parlava Marx e poi sfruttata da Ford e Taylor e da Taiichi Ohno e poi da Romiti e Marchionne, ma ha trasformato (Gates, Jobs, Bezos, Zuckerberg) la vita intera dell’uomo (socialità, emozioni, relazioni, comunicazioni, conoscenza) in forza lavoro per sé, comprandola e vendendola oggi a piacimento e just in time, ri-trasformando di fatto il lavoro (ma anche de iure, dal Pacchetto Treu in avanti) da diritto a merce (L. Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza).

La beffa è che negli anni ’90, quello stesso capitale che voleva tornare a prolungare la giornata lavorativa per accrescere il proprio plusvalore smungendo (flessibilizzando) il lavoro e i lavoratori era lo stesso – con i suoi intellettuali/mass media organici e di accompagnamento – che prometteva, grazie alle nuove tecnologie, che avremmo lavorato ancora meno, fatto meno fatica e avuto più tempo libero. Si è realizzato invece e appunto – perché questo era l’impulso smodato del capitalismo: estrarre quanto più valore possibile dalla forza lavoro/vita – esattamente il contrario di quanto promesso. Ma “il latente istinto della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro per tutte le 24 ore del giorno”, ed oggi, grazie alla rete, ha ottenuto lo scopo.

Il pluslavoro infinito

Secondo concetto, strettamente collegato al precedente: il pluslavoro. Per accrescere il plusvalore, il capitale doveva e deve infatti accrescere il pluslavoro. Allungando la giornata lavorativa, accrescendo i tempi e i ritmi di lavoro. Non solo agendo sulle turnazioni che permettono di lavorare h24 su turni, ma allungando/intensificando appunto il tempo di lavoro di ciascuno. Estraendogli crescente produttività, riducendogli i tempi morti – morti, cioè non produttivi di plusvalore per il sistema e per la sua razionalità industriale/strumentale/calcolante. Sia esso

  • lavoratore di produzione sempre connesso;
  • lavoratore di consumo a produttività crescente (Amazon sempre aperta);
  • di produzione di dati (un lavoro che compiamo/eseguiamo anche quando dormiamo).

Pluslavoro, cioè: il valore generato dalle ore di lavoro non pagate ai lavoratori; ovvero: il salario copre solo una parte del lavoro effettuato realmente nella giornata lavorativa; la restante parte del lavoro, appunto il pluslavoro, serve a produrre plusvalore, cioè profitto per il capitale/capitalista – il lavoratore lavorando gratis.

Il capitale non ha tuttavia inventato il pluslavoro: “In ogni luogo in cui una parte della società possiede il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore deve aggiungere al tempo necessario al proprio mantenimento, un tempo di lavoro eccedente per la produzione dei mezzi di sussistenza del possessore dei mezzi di produzione”. E allora, oggi non siamo forse in una condizione analoga, dove il pluslavoro cresce per accrescere il plusvalore del capitalista, mentre decresce il salario di chi lavora (tra apprendistati, tempi parziali, lavori uberizzati/esternalizzati, riders, corrieri di Amazon, eccetera)? L’idea – surreale – di farci almeno pagare/retribuire dai social e dai motori di ricerca per i dati che produciamo ora gratuitamente per essi e per l’oligopolio tecno-capitalista, così da poter continuare a consumare e divertirci, significa solo favorire una ulteriore sussunzione dell’uomo e della sua vita dentro il sistema del capitale e della tecnica, oltre quanto già realizzato negli ultimi trent’anni.

Ovvero: il totale assoggettamento dell’uomo e della sua vita alle esigenze del sistema, la sua sussunzione totale nella forma di vita pre-scritta dal tecno-capitalismo, l’uomo infatti dovendo/potendo solamente (secondo il determinismo neoliberale e tecnico egemone) adattarsi alle esigenze delle imprese/capitale.

La sussunzione

E appunto, la sussunzione (termine/processo dimenticato o rimosso, così come l’alienazione, che invece è solo ben mascherata dal sistema che incessantemente la produce). Sussunzione, parola infelice ma perfetta per descrivere (ancora con Marx) il procedimento con cui il capitale assoggetta totalmente a sé il lavoro umano; ma che oggi dobbiamo estendere dal capitale e dalle macchine che regolano e determinano l’attività degli operai (Marx, nel Frammento sulle macchine), alla tecnica come apparato e soprattutto come razionalità sovrana e ordinante/amministrante, che integra/connette/fa convergere a sé, in sé e per sé non solo il lavoro/lavoratore quanto, e appunto la vita intera dell’uomo, estraendone plusvalore dopo averla sussunta a sé, in sé, per sé. Una sussunzione che si produce grazie all’identificazione crescente di ciascuno con l’apparato e quindi l’alienazione da sé di ciascuno, portato a divenire, in quanto sussunto/alienato, altro da sé.

Ma realizzare/produrre questa identificazione esistenziale dell’uomo con l’impresa, con le merci/brand e ora con la piattaforma/fabbrica-rete/social è stato uno degli obiettivi perseguiti da più di un secolo dalla psicologia del lavoro e dalle tecniche di organizzazione e di produzione/ingegnerizzazione delle condotte umane in senso tecnico e capitalistico.

Dai comportamenti condizionati ai comportamenti motivati

Ingegnerizzare le condotte umane. Standardizzarle. Normalizzarle. Prevederle. Se nel ‘900 a prevalere è stata l’ingegnerizzazione dei comportamenti individuali e collettivi attraverso il loro condizionamento (fordismo-taylorismo, ideologie politiche, paternalismo imprenditoriale, pubblicità da consumi di massa, eccetera – su tutti, l’azione di un maestro delle PR e del marketing come Edward Bernays – Propaganda, Lupetti Editore), dagli anni ’70 la psicologia asservita al capitale ha cambiato approccio, ma non ha cambiato il suo obiettivo: modificare i comportamenti, organizzarli funzionalmente alle esigenze del sistema.

Tutto viene però ora attivato agendo sull’individualità, sulla personalità, sulla spontaneità, sulla autonomia dei singoli (la lean production, l’auto-attivazione/auto-motivazione, i consumi personalizzati, il personal computer, gli algoritmi predittivi, i gruppi di lavoro autogestiti, eccetera). Questo cambiamento verso la psicologia cognitiva e cognitivo-comportamentale coinvolge progressivamente l’intera società. Affiancandosi a e sostenendo l’ideologia neoliberale (la società non esiste, esistono solo gli individui) e quella delle tecnologie di rete. Risultato: “La disciplina nel senso dell’obbedienza meccanica (other directed) si allenta, mentre l’autodisciplina (inner-directed) si accresce”, scrive Alain Ehrenberg (La meccanica delle passioni, Einaudi). Ma è evidente che anche il comportamento inner-directed è in realtà other directed; che anche il comportamento motivato è in realtà un comportamento condizionato: muta la tecnica psicologica di condizionamento, che ora spinge alla auto-realizzazione e alla auto-motivazione dell’individuo, alla auto-imprenditorialità, all’engagement e all’empowerment per un individuo che sempre più deve essere creativo e cooperativo per il funzionamento dell’apparato.

Proattivo: per fare le cose e condividere gli obiettivi del sistema (produrre, consumare, connettersi, lasciare dati rinunciando alla privacy, pensare solo al breve termine, imparare facendo senza curarsi delle conseguenze e senza avere responsabilità per ciò che si sta facendo, potenziare le soft-skills invece di approfondire la conoscenza, applicare il problem solving senza cercare di capire perché sia nato un problema, eccetera), avendoli fatti propri e con essi identificandosi (e identificarsi con una organizzazione/potere, rinunciando alla propria individualità/autonomia) è il modo più facile per auto-alienarsi e insieme sussumersi totalmente nell’apparato.

Farlo in nome di una illusione di libertà, individualità e creatività è una beffa nella beffa (e qui ci manca, di nuovo, anche Groucho Marx).

A partire dagli anni ’80, vi è stato un ulteriore sviluppo in campo psicologico. Nasce l’economia comportamentale (per la quale Richard Thaler vincerà il Nobel per l’economia nel 2017). Suo obiettivo: cambiare i comportamenti senza dover cambiare la mente dell’individuo. Attraverso pungoli o spinte gentili (nudge), attivate da quelli che Thaler e Sunstein definiscono gli architetti delle scelte; e con la eliminazione delle distorsioni cognitive (secondo D. Kahneman, a sua volta Nobel per l’economia nel 2002 sempre per gli studi sull’economia comportamentale e sulla matematizzazione/calcolabilità dei comportamenti).

Ma chi è l’architetto delle scelte? “Colui che ha la responsabilità di organizzare il contesto nel quale gli individui prendono decisioni” (Thaler-Sunstein, Nudge. La spinta gentile, Feltrinelli), agendo sui comportamenti e guidandoli ma facendo in modo che le persone non si sentano costrette. Ovvero, oggi le pratiche più efficaci per generare i comportamenti auspicati dal sistema, non consistono nel dirigere l’individuo come fa un direttore d’orchestra o un manager taylorista – scrive Ehrenberg riassumendo la filosofia dell’economia comportamentale – ma è meglio utilizzare piccoli dettagli del suo ambiente o costruendo un contesto adatto alla scelta giusta. Ma dovrebbe essere evidente – in realtà non lo è – che anche i comportamenti motivati sono tali perché condizionati da qualcuno/qualcosa, appunto le spinte gentili prodotte dagli architetti (e non più dagli ingegneri) delle scelte. Le spinte gentili sono quindi un’altra forma di eterodirezione, di modificazione eteronormata dei comportamenti. Che restano condizionati. Per nascondere l’alienazione e la sussunzione, accrescere il pluslavoro senza farlo considerare come lavoro; e così garantire al sistema di continuare ad agire indisturbato, senza opposizioni.

Oggi le spinte gentili/pungoli-architetti delle scelte sono le app, gli algoritmi predittivi, la dopamina – quel neurotrasmettitore del piacere “che crea una modifica del comportamento in risposta all’ottenimento di una ricompensa” – che viene attivata nei social per ogni like/selfie/post/foto.

E proprio lo smart-phone “si presta alla modificazione comportamentale algoritmica. Siamo costantemente monitorati e controllati e riceviamo continui feedback artificiali. Ogni secondo gli algoritmi si abbuffano dei tuoi dati. Su che tipo di link fai click? Quali video guardi fino alla fine? Con che velocità passi da una cosa all’altra? (…) Tutti coloro che utilizzano i social ricevono stimoli personalizzati, costantemente ricalibrati, senza interruzione, purché abbiano uno smart-phone. (…) Il dato spiacevole è che con le tecniche comportamentiste si può addestrare una persona senza che questa lo sappia” (J. Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, il Saggiatore).

Ovvero e di nuovo, siamo sempre dentro un sistema di comportamenti condizionati. L’auto-motivazione e la motivazione ad essere autonomi e pro-attivi è quindi una mera finzione psicologica che però consente (è la sua grande utilità per il funzionamento del sistema, producendo docilità nei comportamenti di lavoro, consumo e produzione di dati) di avere il massimo di apparente soggettivazione (l’individuo che si crede libero di agire) e il massimo di concreta oggettivazione/reificazione dell’uomo (che diviene parte di una macchina, ibridato con una macchina/dispositivo – dispositivo nei due significati di dispositivo/apparato tecnico e di processo di normazione/normalizzazione che dispone della vita di qualcuno – sussunto in un apparato, alienato da se stesso): oggettivato in quanto cosa/oggetto/risorsa che deve essere valorizzata in termini di sola razionalità calcolante/strumentale/industriale (supra), cioè di pluslavoro del proprio capitale umano.

Se dunque le macchine ci sembrano molto friendly, in realtà non lo sono. E soprattutto ci manca ancora la consapevolezza (fuorviata e depistata appunto da questa apparenza di familiarità e di amicizia che le macchine ci offrono – o meglio, ci chiedono) del loro potere a cui stiamo appunto delegando la nostra vita intera.

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