fact checking e dintorni

Disinformazione inevitabile come il gossip? Saper distinguere fa la differenza

La disinformazione, come il pettegolezzo, crea un costante effetto-rumore: un rumore di sottofondo, come tale molto confondente, ma non davvero alternativo sul piano dei contenuti. Può avere un ruolo sociale? Dobbiamo imparare a conviverci? Alcuni spunti su cui riflettere

22 Feb 2022
Anna Maria Lorusso

Professore Associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi Università di Bologna

disinformazione

Il problema della disinformazione è stato, più che mai, all’ordine del giorno in questi mesi. Anziché perdere di attualità, o di rilevanza, esso ha assunto tutta l’emergenza della sovrapposizione con la pandemia, andando in particolare a declinarsi sul discorso della salute. Come sappiamo, la disinformazione si è fatta infodemia.

Ma, fermo restando che nessuno prende la questione a cuor leggero, proviamo a vederla da un’altra angolazione: possiamo paragonare le fake news a una sorta di pettegolezzo 2.0 con cui è necessario imparare a convivere?

Cominciamo il nostro ragionamento dall’evoluzione delle strategie di fact checking.

La disinformazione è un business: è ora di vegliare sulle piattaforme social

Disinformazione ed evoluzione del fact checking

Assieme alla disinformazione, proprio perché l’emergenza è – se possibile – aumentata, sta evolvendo anche il mondo del fact checking, che sta assumendo forme sempre più articolate, spostando il proprio accento sulla sensibilizzazione critica, mirata non semplicemente alla sanzione ma alla comprensione, alla capacità di distinzione e articolazione.

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Mi riferisco in particolare a tutto quell’insieme di strategie di fact-checking che, da anni, rappresentano il fondamentale antidoto alla disinformazione.

Accanto ad agenzie già consolidate (pensiamo a “Open”, PolitiFact, L­a Voce) sono emerse alcune iniziative più recenti e interessanti, come “Facta”: o “News Guard”.

Fact checking, la strategia di Facta

“Facta” ha il merito, per esempio, di tenere in conto una dimensione narrativa più estesa di quella della singola notizia falsa da correggere; presenta infatti una sezione intitolata “Storie” in cui ricostruisce l’evoluzione di certe tematizzazioni, e così facendo riporta il fenomeno di specifiche fake news a cornici di senso più ampie. Quanto alle singole “bufale” (questo il termine esplicitamente utilizzato nel sito), “Facta” distingue vari parametri di classificazione: notizia falsa, immagine modificata, notizia imprecisa, notizia senza prove, notizia vecchia, fuori contesto, notizia satirica. Rispetto alle prime agenzie di fact checking che distinguevano tra vero e falso, con al limite una sfumatura di gradualità in mezzo (mezzo vero, per la maggior parte falso etc… come in PolitiFact”, che pure è stata ed è l’agenzia di riferimento del fact checking, premiata anche da un Pulitzer), questa classificazione di “Facta” fa delle distinzioni non solo su scala quantitativa (come se il vero e il falso fossero un ingrediente) ma su un criterio più tipologico: falsificazioni basate sulla decontestualizzazione, sulla modifica visiva, sull’imprecisione o sul grado di giustificazione (assenza di prove), aggiungendo poi anche una distinzione di genere: satira.

Satira e confusione informativa

Quest’ultimo aspetto è interessante perché da più parti, ultimamente (anche “News Guard”, ad esempio), si è iniziata a fare questa distinzione, che per certi versi sembra ovvia (chi si sognerebbe di prendere una affermazione di Maurizio Crozza per il suo valore dichiarativo?), per altri è in realtà dal punto di vista della circolazione semiotica un po’ semplificante, poiché anche le affermazioni satiriche creano effetti di senso delegittimanti, corrosivi o ridicolizzanti che possono contribuire – specie su certi pubblici – alla confusione informativa e alla circolazione di convinzioni non veritiere. Con qualche raccomandazione di attenzione, comunque, l’indicazione di una tipologia di informazioni satiriche distinte da quelle semplicemente false ci sembra utile e molto sensata.

L’approccio innovativo di News Guard

Anche la strategia di fact checking di “News Guard” presenta degli elementi di novità interessanti. Il sito non è un sito di informazione e debunking ma si offre anzitutto come agenzia di consulenza e orientamento (a supporto di aziende, istituzioni, fondazioni etc..) per valutare l’affidabilità dei siti di notizie, e così orientarsi: sia nel proprio aggiornamento informativo, sia nella individuazione dei propri serbatoi di notizie, sia nella selezione dei giusti siti per la pubblicità dei propri prodotti (se so che un sito contribuisce alla diffusione di fake news, per quanto frequentato e dunque visibile, non dovrei usarlo come piattaforma di miei spazi promozionali). Insomma: l’operazione di “News Guard” è di supporto nella valutazione della credibilità dei soggetti discorsivi, non di valutazione delle singole notizie, e anche questo ci sembra uno spostamento di attenzione importante. Se il limite fondamentale del fact checking prima maniera era a nostro avviso la focalizzazione sui singoli enunciati, ora non solo ci si sta spostando verso porzioni discorsive più ampie ma, soprattutto, si sta spostando il problema sull’enunciatore e sulla sua credibilità, al di là del fatto che un giorno l’enunciatore inaffidabile possa anche dire qualcosa di vero. Secondo “News Guard”, l’affidabilità dell’enunciatore dipende da vari parametri relativi a credibilità e trasparenza; sono questioni di credibilità l’impegno nell’evitare contenuti falsi o non verificati, la disponibilità alla rettifica, lo sforzo di distinzione fra fatti e opinioni, l’impegno in titoli non ingannevoli; sono questioni di trasparenza, la chiarezza in merito al proprio assetto proprietario, ai propri eventuali conflitti di interesse, ai propri contenuti pubblicitari etc… E’ evidente, insomma, che si tratta di una valutazione molto più complessiva del soggetto, che non si basa peraltro su dati processati automaticamente in funzione di algoritmi ma su analisi qualitative condotte da ricercatori con specifiche competenze (altro aspetto, questo, su cui “News Guard” insiste fin dalla homepage: “Valutazioni prodotte da esseri umani, non dall’intelligenza artificiale”).

Fact checking: focus sulla formazione dei docenti

Oltre a queste positive evoluzioni nell’ambito del fact checking, registriamo anche una maggiore sensibilità in termini di media literacy, ovvero nella direzione della formazione alla consapevolezza informativa. “Open the Box” ad esempio offre strumenti ai docenti di vario ordine e grado (conferenze, seminari, giochi didattici etc) per insegnare ai propri studenti come distinguere una notizia vera da una falsa, come individuare le immagini manipolate, cosa sono i deep fake etc; mentre una iniziativa come Mediawise, all’interno della piattaforma Poynter, offre strumenti perché ciascuno si faccia fact checker nella propria sfera di attenzione e partecipazione, selezionando canali e format particolarmente pensati per destinatari giovani.

E se le bufale fossero inevitabili?

Il mondo del fact checking sta cambiando, abbiamo detto. Tuttavia, ci sorge un dubbio, che è il punto – forse anche un po’ provocatorio – che vorremmo suggerire ora. Attenzione, non è una riflessione che si pone in opposizione con lo sviluppo delle strategie di fact checking; queste, comunque, ben vengano. Vorremmo solo provare ad aggiungere un altro elemento di riflessione a quell’obiettivo di articolazione che fa parte della media literacy che auspichiamo.

Se le bufale fossero inevitabili? O meglio: se le bufale fossero non solo inevitabili ma necessarie, costitutive del vivere sociale? Avrebbe senso, in questo caso, adoperarsi per il fact checking?

L’ipotesi che avanziamo ha a che fare con la sfera discorsiva in cui inseriamo la disinformazione. Se consideriamo le varie forme di questo fenomeno all’interno dell’ambito informativo, non c’è dubbio che l’emergenza sia seria e che si debba ricorrere ai ripari.

Ma se le consideriamo all’interno di un’altra sfera discorsiva – quella del gossip, del pettegolezzo, della diceria – allora il nostro grado di allarme può cambiare; o meglio: dovremmo provare a pensare la convivenza con questo fenomeno.

L’importanza del gossip

Sul pettegolezzo sociologi, antopologi e psicologi sociali hanno molto scritto. Da più parti, è stato classificato come una sorta di tendenza inevitabile che si sviluppa all’interno di piccole comunità sociali, consolidandone i legami e aiutando a evidenziare chi è dentro e chi è fuori dal gruppo sociale di riferimento. Sono state individuate alcune sue prevalenti e definitorie funzioni sociali: il gossip facilita il flusso di informazioni, fornisce una forma di svago (esso è una forma di divertimento, deve essere “succoso”), rafforza l’influenza di un gruppo sull’altro e crea solidarietà. Esso non ha pretese dichiarative. Al contrario, è chiaramente performativo; cioè cui punta sono degli effetti pratici, non delle assunzioni cognitive e dichiarative sul mondo: screditando qualcuno, lo emargina, mentre allo stesso tempo rafforza i legami condivisi e il piacere tra coloro che vi partecipano.

Questo è un punto fondamentale per comprendere il fenomeno delle fake news come gossip: il più delle volte il pettegolezzo non contiene alcun particolare presupposto dichiarativo, non vuole definire alcun impegno definito su stati di cose o fatti del mondo (pensiamo a quanto sono mutevoli certe dichiarazioni e posizioni dei produttori di disinformazione: non c’è impegno, convinzione, responsabilizzazione rispetto a una contro-posizione, ma più spesso solo una assai mobile produzione di dicerie), ma dà un contributo fondamentale alla formazione e/o al rafforzamento di gruppi sociali omogenei.

Gli effetti sistemici del gossip

L’altro aspetto molto rilevante del pettegolezzo – cruciale anche per la disinformazione cui assistiamo – è che il gossip è rilevante per i suoi effetti sistemici, non atomisticamente in relazione a singole affermazioni. E questo aspetto è fondamentale per comprendere le false notizie: molte fake news non vanno misurate in termini di distanza tra la realtà delle sue singole affermazioni, ma in termini di mobilitazione del sistema di certezze che producono (ed è in virtù di questa mobilitazione di certezze che le fake news sono funzionali al regime della post verità). La disinformazione, cioè, come il pettegolezzo crea un costante effetto-rumore: un rumore di sottofondo, come tale molto confondente, ma non davvero alternativo sul piano dei contenuti.

Si tratta di un tipo di disinformazione che non passa per la proposta di una nuova interpretazione, bensì, più spesso, per una affabulazione poco impegnativa (argomentativamente) che confonde le acque, mostra alternative possibili, magari senza sostenerne davvero qualcuna. Se pensiamo ai no vax, certo, ci sono anche articolate teorie del complotto o pseudo-scientifiche (nel senso che mimano il discorso scientifico) ma molto più spesso c’è una generica messa in dubbio: sarà vero? Vi pare giusto? Vi pare attendibile? Non sarà forse che…? (abbiamo da poco assistito all’orrore delle insinuazioni sulla morte del Presidente del Parlamento Europeo Sassoli: non sarà che è morto per la terza dose di vaccino?).

In questo effetto-rumore del pettegolezzo c’è una forma di enunciazione “condivisa” fatta di enunciazioni soggettive ma impersonali, che assumono spessore nel diffondersi, nell’amplificarsi, non nell’argomentare.

Paolo Fabbri in un saggio dedicato proprio a questi temi (“La voce è la matta”, ora in Paolo Fabbri, Biglietti di invito, Milano, Bompiani, 2021) ha parlato della “cooperazione narrativa dei pettegoli”, del fatto che “il soggetto collettivo del rumore, anche se non asserisce nulla, può predicare qualcosa: il ruolo modale degli attori sociali, competenze, reputazioni e i caratteri”.

I pettegolezzi hanno una ricaduta performativa sulle reti sociali (di fiducia, sfiducia, deleghe, autorizzazioni) molto più che su specifici contenuti predicativi. Ma al contempo non sono estirpabili: le società, le comunità per meglio dire (cioè nuclei più ridotti e definiti di membri), trovano nel pettegolezzo una risorsa rilevante di consolidamento.

Conclusioni

Insomma: pensare la disinformazione come forma contemporanea, 2.0, di pettegolezzo non significa accettarla a cuor leggero; significa però accettare il fatto che essa svolge un ruolo sociale: quello di collante – ruolo che diventa particolarmente strategico (ci viene fatto di pensare) quando altri collanti (valoriali, ideologici, politici) sono meno efficaci. Significa anche spostare sempre più l’attenzione su un altro tipo di “vigilanza”: non tanto, come abbiamo detto prima, quella della sanzione, ma quella della distinzione: saper individuare un contenuto come “pettegolezzo” significa derubricarlo dalla sfera della informazione “seria”, pur magari trovandolo divertente sul piano dell’intrattenimento.

Fare distinzioni è la vera sfida dell’epoca della post-verità. Nella confusione che la caratterizza, il compito è articolare; pensare di bloccare ed escludere forse è illusorio.

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