La sentenza

Epic Games contro Apple: la sentenza più attesa

Le offerte delle Big Tech agli sviluppatori rivelano una strategia dettata dalla “captatio benevolentiae”: Google e Apple intendono mantenere le loro posizioni dominanti concedendo qualcosa sul piano dei ricavi, pur di non intaccare il loro potere monopolistico. Ecco perché l’esito del processo Epic vs. Apple è molto atteso

10 Set 2021
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione

Giustizia digitale

La giudice Yvonne Gonzales Rogers, sta preparando la sentenza del processo intentato presso il tribunale federale di Oakland, da Epic Games, che produce il videogioco Fortnite, contro Apple, che lo distribuisce attraverso il suo App Store. Salgono le attese nei confronti della sentenza della disputa giudiziaria che vede su fronti contrapposti Epic Games e Apple.

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Le aspettative sull’esito dello scontro Epic vs. Apple

Apple esige da Epic, e da tutti gli sviluppatori, due cose che Epic non intende più concedere: una commissione del 30% a favore di Apple e l’obbligo di effettuare i pagamenti inerenti all’ambiente di gioco solo sul suo sistema di pagamento.

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A maggio, quando ci aspettavamo una conclusione più rapida del processo, abbiamo analizzato gli argomenti dei contendenti e la posizione equilibrata assunta dal giudice, dalle cui domande si evinceva l’intendimento di forzare Apple ad una apertura maggiore del suo ambiente alle app e di accedere a posizioni contrattuali meno “dominanti” nei confronti dei produttori di app. Epic ha aperto una vertenza anche con Google, nonostante l’ambiente Android non sia sigillato come iOS di Apple.

È interessante ora vedere le aspettative che si sono create in attesa delle sentenze, a dimostrazione che non solo l’esito, ma anche l’apertura e l’andamento del procedimento hanno un impatto rilevante nelle cause di rilevanza mondiale, come quella nata dallo scontro di Epic con Apple.

Dopo l’apertura della causa contro Apple negli Stati Uniti, Epic ha sollevato la questione davanti all’antitrust europea per “una serie di restrizioni anticompetitive…(dove) Apple utilizza il suo controllo dell’ecosistema iOS per trarne beneficio, bloccando i competitori in un abuso di posizione dominante e in violazione delle norme europee.” [1]

I precedenti

In Australia, Epic ha intentato altra causa contro Apple, arenatasi quando il giudice Nye Perram ha sospeso il procedimento in base all’interpretazione di esclusività della causa negli Stati Uniti, clausola che viene invocata qualora in Australia si apra una vertenza identica a quella intentata in altro paese. Il giudice aveva sospeso per tre mesi il procedimento in attesa dell’esito del processo americano, seguendo l’impostazione di un tribunale inglese che aveva fatto la stessa scelta per la causa intentata da Epic nel Regno Unito. Nel Regno Unito, tuttavia, la ragione del rinvio in attesa dell’esito della causa americana era basato sulla constatazione che, non avendo la filiale di Apple nel Regno Unito autonomia di decisione rispetto alle regole di accesso all’app store, occorreva attendere l’esito della causa americana, dove viene chiamata alla sbarra la casa madre.

Ma a luglio di quest’anno il tribunale federale australiano ha rigettato le tesi del giudice Perram, accogliendo il ricorso di Epic, sostenendo che era scorretta la motivazione dell’esclusività, in quanto la causa australiana ha una propria autonomia e riaprendo così la causa: “È un passo positivo per i consumatori e gli sviluppatori australiani, che hanno diritto ad un accesso equo e a prezzi competitivi nei diversi ambienti delle app store”, ha dichiarato Epic trionfalmente.

Epic vs Google: carte scoperte

Intanto, anche l’altra causa intentata da Epic a Google sta entrando nel merito e il giudice scopre le carte, che mettono in chiaro le ragioni dello scontro.

Ad agosto, infatti, si è potuto comprendere meglio quale sia l’oggetto del contendere con Google: una versione non oscurata delle accuse di Epic contro Google è stata resa pubblica dal giudice James Donato, ed in essa si sostiene che Google fosse così preoccupata che Epic creasse un precedente legale abbandonando Play Store, che ha sviluppato una azione di promozione -denominata Project Hug – per gli sviluppatori, affinché non ne seguissero l’esempio, offrendo pagamenti diretti agli sviluppatori stessi che rimanevano nella piattaforma Google.

Un report interno a Google Play dell’agosto 2019 sollevava forti preoccupazioni che Epic potesse concludere accordi diretti con produttori di terminali come Samsung per preinstallare un proprio store, aprendo la strada agli utenti di Android per l’uso di soluzioni meno costose di quella offerta da Google. Il documento stimava che Epic Games Store installato su Android potesse portare ad una perdita compresa tra 350 milioni e 1,4 miliardi di dollari per Google nel 2022 e che, qualora altre app store, come quelle di Amazon o di Samsung avessero seguito l’esempio di Epic, il danno per Google avrebbe potuto salire a 6 miliardi di dollari. Quindi, il documento concludeva che la
società avrebbe potuto “spendere centinaia di milioni di dollari in accordi segreti con i 20 più importanti sviluppatori per evitare il rischio di contagio da parte di Epic”.

Project Hug alla fine del 2020 ha dimostrato di funzionare egregiamente per mantenere su Play Store i principali sviluppatori, con un commento di un portavoce di Google che risulta assai significativo, non solo per capire le intenzioni dell’azienda, a soprattutto per chiarire che cosa essa intende per sana competizione: “abbiamo da lungo tempo programmi che sostengono i migliori sviluppatori per aiutarli con risorse addizionali e investimenti a raggiungere più clienti attraverso Google Play. Questi programmi sono segnali di una sana competizione tra sistemi operativi e app store e forniscono enormi benefici agli sviluppatori” [2].

Ma il testo non oscurato rivelato dal giudice Donato indica chiaramente il punto del contendere per Epic: “Google ha il monopolio del mercato di distribuzione delle app Android… e il risultato è che in ogni transazione per contenuti digitali è Google e non lo sviluppatore della app, che riaccoglie i pagamenti in prima battuta. Poi Google tassa la transazione con un esorbitante 30% rimettendo allo sviluppatore il restante 70%… una commissione spesso dieci volte superiore a quella dovuta normalmente attraverso altre soluzioni di pagamento elettronico.” [3]

La pubblicazione del documento nella sua interezza potrebbe dare elementi ulteriori a favore degli Stati (sono ad oggi 36) che hanno aperto una azione contro Google per azioni contro la concorrenza condotte su Play Store [4].

Captatio benevolentiae

Torniamo ad Apple. Anche qui l’azienda ha aperto un gioco che si situa a metà strada tra venire incontro alle esigenze degli sviluppatori e costringerli ad accordi per restare all’interno dell’ecosistema chiuso iOS. Martedì 25 agosto l’azienda californiana ha deciso di allentare le restrizioni per i piccoli sviluppatori, raggiungendo un accordo in una class action che la vede opposta agli sviluppatori presso lo stesso giudice che si pronuncerà sul caso Epic-Apple. L’accordo, se approvato dalla giudice Gonzales Rogers, estenderebbe per tre anni l’attuale riduzione dal 30% al 15% del fee dei piccoli sviluppatori. [5]

Sotto pressione anche con la Japanese Trade Commission, sempre per abuso di posizione dominante, Apple ha convenuto che le app dedicate alla lettura di contenuti prepagati, inclusi colossi come Netflix e Spotify, non debbano necessariamente passare attraverso App Store per le sottoscrizioni, rinunciando ad uno dei punti fermi della sua politica: passando per App Store essa incassa il 30% di fee. Sempre in agosto, Apple aveva annunciato la creazione di un fondo da 100 milioni di dollari per i piccoli sviluppatori di app. [6]

Le mosse di Big Tech sono dettate da una strategia che consiste nell’indicare ai giudici la strada delle sentenze principali: quella di ridurre il fee per gli imprenditori di minore dimensione. Una risposta che suonerebbe abbastanza popolare, in quanto accontenterebbe molti cittadini che lavorano negli ambienti delle app store che la fanno da padrone: IOS e Android.

Ma è possibile che questa strategia non funzioni, o per lo meno non nel senso desiderato da Google e da Apple. Le loro offerte agli sviluppatori rivelano, infatti, che esse intendono mantenere le loro posizioni dominanti concedendo qualche cosa sul piano dei ricavi, ma senza intaccare assolutamente il loro potere monopolistico. La captatio benevolentiae potrebbe rivelarsi un ulteriore abuso di posizione dominante.

Note

  1. ) Campbell Kwan, Epic Games extends legal fight against apple to the European Union, ZDNet,
    February 18, 2021.
  2. ) Chaim Gartenberg, Google’s ‘Project Hug’ paid out huge sums to keep game devs in the Play
    Store, Epic filing claims, The Verge, August 19, 2021.
  3. ) Fonte: Courtlistener.com.
  4. ) Rachel Kraus, Google made payoffs to preserve Play store’s dominance, court records show,
    Mashable, August 21, 2021.
  5. ) Stephen Nellis, Apple strikes App Store deal with small developers as it waits for ‘Fortnite’ ruling,
    Reauters, August 27, 2021.
  6. ) Kellen Browning, Apple plans another tweak to its strict app store rules, The New York Times,
    Septembre 1, 2021.
@RIPRODUZIONE RISERVATA

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