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L'analisi

Il futuro del piano Impresa 4.0: ecco i punti all’attenzione di Governo e imprese

Il Governo, come ha spiegato Luigi Di Maio ieri, ha rimodulato Impresa 4.0 a misura di PMI, adeguando gli incentivi in modo da favorire il lavoro stabile. Una scelta accolta con ottimismo di fondo dall’industria. Ma l’attenzione sull’attuazione futura del piano resta e deve restare massima. Ecco perché

14 Feb 2019

Nicoletta Pisanu


Il nuovo piano Impresa 4.0 sta per entrare nel vivo della fase attuativa. Gli industriali sono ottimisti riguardo alla nuova direzione che il Governo ha preso; al tempo stesso a sono anche consapevoli che serve attenzione massima, adesso, per la corretta attuazione futura del piano.

Intanto, come ricorda ad Agendadigitale.eu Marco Bellezza, consigliere giuridico del vice premier e ministro del Mise Luigi Di Maio, adesso devono arrivare i decreti attuativi del piano presente nella Manovra 2019: “stiamo lavorando in sincrono su tutti, ormai prossimi alla finalizzazione”. “Dopo vedremo l’impatto del piano”.

L’impatto è l’incognita. Dato che molte cose sono cambiate rispetto agli anni passati: c’è un cambio di paradigma, per favorire le Pmi invece delle grandi aziende, principali oggetto degli incentivi col precedente Governo. 

Suscita in particolare alcune perplessità il generale ridimensionamento del piano nella Legge di bilancio 2019 con la riduzione di incentivi quali il credito di imposta per R&S. Rispondendo a un’interrogazione proprio su Impresa 4.0 da parte della deputata Sara Moretto del PD durante il Question Time di mercoledì 13 febbraio, il ministro Luigi Di Maio ha sottolineato come il piano sia stato rimodulato «per le piccole e medie imprese, perché abbiamo scoperto che il 99% dei fondi di Impresa 4.0 andava solo alle grandissime imprese, mentre i piccoli-medi imprenditori restavano tagliati fuori da un piano che serviva per digitalizzare e incentivare le nuove tecnologie nelle aziende».

Positivo al riguardo Marco Gay, presidente Anitec Assinform, spiega ad Agendadigitale.eu che «le critiche sollevate sulla politica industriale del Governo, culminate nella grande manifestazione degli imprenditori a Torino nel dicembre scorso, esprimono un concetto semplice: è essenziale sostenere la crescita, non possiamo bloccare opere e produttività e pensare che l’Italia viva di reddito di cittadinanza. Credo che il messaggio sia arrivato forte e abbiamo registrato maggiore apertura al dialogo dalle Istituzioni e un parziale cambio di marcia verso lo sviluppo anche nella Legge di bilancio, con parziale reintroduzione di iperammortamento e formazione 4.0».

Innovation manager, cloud e formazione 4.0

Per il digital e l’innovazione il Governo «si sta muovendo nella direzione corretta, nella Legge di bilancio ci sono misure importanti che potranno sostenere la crescita del settore ICT e dobbiamo accelerare a livello di sistema perché si traducano in un vero impulso al mercato, già molto dinamico, attraverso i decreti attuativi – racconta Gay -. Sicuramente il credito di imposta per la formazione 4.0, perché soffriamo di una carenza di competenze tecnologiche e high-skill nelle imprese: solo a livello di professioni ICT le vacancy sul web sono ben 64.000 e mancano più di 3.000 laureati rispetto al fabbisogno». Credito di imposta per la formazione che inizialmente non era stato previsto nella manovra, facendo sudare freddo gli esperti del settore, ma che poi è stato introdotto con il maxi emendamento a fine dicembre 2018. A proposito di incentivi, durante il Question Time Di Maio ha sottolineato che «abbiamo rifinanziato la nuova Sabatini con 480 milioni di euro che permetterà in tutto come pacchetto di finanziamenti alle imprese di immettere (compresi tutti nell’anno in corso 8 miliardi di euro nell’economia reale».

Della Legge di bilancio 2019, in materia di 4.0 Gay salva anche «tutto il sistema di incentivi per le imprese innovative: sono state innalzate dal 30 al 40% le detrazioni per chi investe nel capitale di rischio e il progetto è di mobilitate risorse davvero rilevanti verso il venture capital. Inoltre è stato creato un Fondo dedicato ai digital enabler come Intelligenza artificiale, Blockchain e IoT (Internet delle cose). Lo sviluppo delle componenti innovative è la chiave di volta, va sostenuto per le occasioni che creano, in tutti i settori, anche quelli più tradizionali. L’IoT trasforma i prodotti delle manifatture in oggetti intelligenti ed interconnessi; l’Intelligenza Artificiale ridisegna il modo di vivere negli ambienti domestici, di lavoro, di relazione sociale; la Blockchain certifica e valorizza processi e filiere».

Il presidente di Anitec Assinform sottolinea anche l’importanza «dell’equiparazione al regime di iperammortamento dei costi sostenuti a titolo di canone per l’accesso mediante soluzioni di cloudcomputing, perché cloud e piattaforme collaborative consentono di rimodellare le filiere e le relazioni cliente-fornitore. Infine, i voucher per i digital manager, che consentono alla impresa di accedere a consulenze specialistiche per la trasformazione tecnologica e digitale». Misure citate anche da Di Maio durante il Question Time, che ha sottolineato come non ci fosse prima «uno sgravo per le aziende che volevano utilizzare servizi di cloud». Invece a proposito del manager per l’innovazione, il ministro ha spiegato: «Se vogliamo digitalizzare il nostro tessuto produttivo dobbiamo dare sgravi alle aziende che assumono manager del digitale».

La riduzione del credito per R&S

Gli industriali delle misure 4.0 contemplate nella Legge di bilancio non hanno apprezzato l’eliminazione del superammortamento, la riduzione dell’iperammortamento e il fatto che sia stato «dimezzato il credito di imposta per ricerca e sviluppo dal 50 al 25%», precisa Gay. Su questo punto, Di Maio durante il Question Time ha sottolineato: «Abbiamo prorogato e rimodulato il credito di imposta per R&S per favorire l’occupazione stabile, cioè finanziamo chi fa contratti stabili e non consulenze», una scelta fatta «nel pieno spirito di chi vuole dare certezze a chi viene assunto nelle nostre aziende».

Il credito di imposta per R&S secondo la Legge di stabilità viene riconosciuto nella misura del 25% (invece che del 50% come prima), fino a un importo massimo annuale di 2.500.000 euro per ogni impresa, a condizione che siano sostenute spese per attività di R&S pari almeno a 50.000 euro. L’aliquota rimane al 50% per i costi relativi al personale dipendente impegnato nelle attività di R&S o per «contratti stipulati con università, enti di ricerca e organismi equiparati per il diretto svolgimento delle attività di R&S» o altre imprese, come viene riportato nel testo del Maxiemendamento. Inoltre, secondo la legge, il tetto passa da 20.000.000 a 10.000.000 di euro.

Gli industriali criticano anche la web-tax, definita da Gay «una fuga in avanti dell’Italia rispetto all’Europa che non si applicherà solo alle multinazionali ma avrà un effetto di sistema su tutte le aziende che usano le piattaforme digitali per vendere e promuovere i propri prodotti e servizi». E infine la soppressione di ACE e IRI, «misure per favorire investimenti e crescita dimensionale delle aziende che in totale valevano 8,5 miliardi in tre anni – spiega il presidente di Anitec Assinform -. Per riequilibrare il carico fiscale non basterà la riduzione dell’aliquota IRES al 15% per la quota di utili reinvestita in beni strumentali nuovi e in occupazione perché sarà solo su investimenti incrementali in un momento nel quale l’economia sta rallentando».

Il futuro dell’ICT

Rispetto a un’economia che sta entrando in contrazione, Assitec Assinform rileva che «l’ICT in Italia cresce quasi il doppio del PIL: dopo un incremento del 2,3% nel 2018, il mercato digitale italiano promette di crescere ancora del 2,8% nel 2019 e del 3,1% nel 2020 fino a raggiungere un valore complessivo di 75 miliardi a condizioni assunte. Il comparto dei Servizi ICT ha superato gli 11 miliardi e lascia vedere un tasso medio di crescita del 5,3% l’anno sino al 2020. Quello dei Servizi Cloud del 20,3%. Quello del Software e Soluzioni ICT del 7,3%. Tassi medi a due cifre poi per le componenti più innovative, dalla Cyber security al Mobile, da IoT ai Big Data».

Secondo l’Osservatorio delle competenze digitali dell’associazione di categoria, si creeranno 45mila nuovi posti di lavoro per le sole professioni ICT nei prossimi 3 anni. Posti destinati a salire a 74mila se gli investimenti in ICT dovessero crescere. Gay per ora è cauto riguardo alle misure del Governo: «Nei prossimi mesi monitoreremo gli effetti delle novità della Legge di bilancio. È troppo presto per fare previsioni. Tanto più che bisogna vedere in quali tempi saranno emanati i decreti attuativi e i provvedimenti assimilabili, che sono più di 160, dei quali una ventina di immediato interesse per l’innovazione, per cui confidiamo in un coinvolgimento di associazioni e imprese per portare un contributo dal mercato». Ritardi ed eventuali decadenze «potrebbero diminuire gli effetti di fiducia e di stimolo che stanno rilanciando il sistema dell’innovazione in Italia, con investimenti digitali in crescita e quasi 10.000 startup innovative, che hanno creato lavoro per più di 50.000 addetti. Insomma, serve concretezza e lungimiranza – aggiunge – . Investire nel digitale è già oggi la risposta più efficace e concreta per innalzare la produttività del nostro sistema-Paese. È la nostra occasione per crescere, come aziende, come cittadini, come Paese».

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