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trasformazione digitale

Rilancio della ricerca scientifica, che può fare il Governo per dare un futuro all’Italia

Eccessiva frammentazione, difficoltà finanziarie, invecchiamento dei ricercatori e precariato: è il mix che continua ad affossare la ricerca pubblica. L’inversione di rotta dipenderà anche da come il Governo si muoverà per intercettare le risorse Ue. Vediamo cosa serve per una vera politica di rilancio

23 Nov 2018

Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR


La ricerca pubblica italiana sta attraversando una profonda crisi, nonostante la valenza dei diversi centri di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, dal CNR all’Enea, passando dal il Centro di competenza per la cybersecurity di Pisa.

Molte le criticità che continuano ad affossare le politiche di rilancio e rischiano di far perdere al Paese l’importante opportunità di sviluppo offerta dai 100 miliardi di fondi messi a disposizione dal Programma europeo “Orizzonte Europa” per i prossimi sette anni 2021-2027. Vediamo su quali fronti si sta muovendo il Governo, quali sono i nodi che bloccano la trasformazione digitale delle imprese e quali sono le azioni necessarie per cambiare rotta.

Piani e programmi Ue per la crescita

Il Governo italiano è impegnato in questi giorni a dare concretezza alla manovra finanziaria. L’intento dichiarato è quello di puntare, nei prossimi anni, sulla crescita del PIL e del benessere dei cittadini, quali elementi qualificanti in risposta ai timori dei mercati finanziari e alle problematiche emerse in sede europea. In questo assunto sulla crescita della ricchezza del Paese, c’è un “non detto” del Governo che riguarda il tipo di strategia che si vuole mettere in campo per convergere verso i programmi comunitari e intercettare così le risorse che la Commissione europea mette a disposizione. L’incremento di ricchezza del nostro Paese dipenderà, infatti, in maniera determinante, proprio dalla sinergica interazione messa in atto dai dicasteri nei confronti delle prossime iniziative comunitarie.

In seno alla Commissione europea, sebbene sia prossima alla fine del suo mandato, sono in dirittura d’arrivo piani e programmi per sfidare i paradigmi del nuovo millennio: come soddisfare, nel settore energetico, la crescente domanda di energia riducendo al contempo le emissioni, combinando due problemi tecnologici, ovvero l’utilizzo di energia nel modo più efficiente possibile e la sostituzione di fonti primarie con energie a basse emissioni di carbonio; come integrare, nel settore manifatturiero, le nuove tecnologie digitali (IT & OT) con i sistemi fisici tradizionali interconnettendo le risorse aziendali (persone, prodotti, macchine) al fine di aumentare la competitività delle catene del valore.

Su questi temi si giocherà il nuovo programma di finanziamento “Orizzonte Europa” (2021-2017), che la Commissione europea è impegnata a preparare e che succederà a “Orizzonte 2020”. Ciò vuol dire che una parte della crescita del PIL italiano, al netto dell’auspicata crescita della domanda interna, è legata alla capacità del Paese di reperire risorse europee dal fronte dell’innovazione tecnologica, dalla ricerca, dalla formazione di nuovi saperi e nuove competenze, dallo sfruttamento di nuove tecnologie e tecnologie abilitanti per portare sul mercato nuovi prodotti con nuovi processi e con magari nuovi servizi.

I numeri del settore manifatturiero

In questo scenario, le premesse per un buon successo dell’operazione ci sono tutte.

Il settore manifatturiero è un pilastro fondamentale per il progresso tecnologico e la prosperità economica e sociale dei paesi moderni. L’Italia gioca un ruolo primario in Europa e nel mondo e può contare su risorse uniche per preservare e migliorare la sua competitività.

In Italia, il settore manifatturiero comprende 427mila aziende che danno lavoro a circa 4 milioni di persone, generando un fatturato di 871 miliardi di euro e un valore aggiunto di circa 225 miliardi, posizionandosi al sesto posto nella graduatoria mondiale per il peso del settore nell’economia. Va annotato anche che tra le prime dieci regioni manifatturiere europee per numero di dipendenti e numero di aziende, ci sono quattro regioni italiane: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. Il ruolo degli strumenti IoT (Internet of Things), Cyber-Physical Systems (CPS), produzione digitale, analisi dei big data, sensori avanzati e reti di sensori intelligenti è fondamentale per migliorare l’efficienza e la sostenibilità di prodotti, processi e sistemi di produzione, verso un visione dell’economia circolare.

Non va dimenticato che la bio-informatica (tecniche di analisi sui big data per far fronte al crescente volume di dati genomici e proteomici) è un elemento fondamentale per i servizi medici e sanitari del futuro, con ricerche orientate alla progettazione, sviluppo e valutazione di soluzioni ICT e ingegneristiche per la diagnosi e la terapia in medicina.

Il primato italiano nella bio-economia

Sul fronte della bio-economia, intesa come sistema socio-economico che comprende e interconnette quelle attività economiche che utilizzano bio-risorse rinnovabili del suolo e del mare – come colture agricole, foreste, animali e micro organismi terresti e marini – per produrre cibo, materiali ed energia, l’Italia vanta un primato per le sue tradizioni agricole d’eccellenza, per le sue ricerche d’avanguardia sul fronte della chimica verde, delle tecnologie e veicoli a basso impatto ambientale. Sulla g-mobility (la mobilità a gas), l’Italia può giocare un ruolo rilevante perché è leader del settore (rappresenta il 77% del parco europeo per le auto a metano e il 26% per quelle a Gpl). Tornata prepotentemente sulla scena internazionale, con l’assegnazione del premio Nobel per l’Economia 2018 a William Nordhaus e Paul Romer per i loro studi sui rapporti tra cambiamento climatico, nuove tecnologie e andamenti macroeconomici, la bio-economia ha raggiunto in Italia una maturazione tale da diventare nel 2017 una vera e propria strategia nazionale. Promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il piano d’azione elaborato ha posto l’obiettivo di conseguire al 2030 un incremento del 20% delle attività economiche e dei posti di lavoro afferenti alla bio-economia italiana. Nel documento ufficiale del Governo (disponibile su www.agenziacoesione.gov.it) si legge che “le azioni che potranno determinare il raggiungimento dell’obiettivo sono: a) migliorare la produzione sostenibile e di qualità dei prodotti in ciascuno dei settori (da quelli produzione primaria a quelli di trasformazione), sfruttando in modo più efficiente le interconnessioni fra gli stessi; b) creare maggiori investimenti in ricerca e innovazione, spin off e start up, istruzione, formazione, migliorando il coordinamento tra soggetti interessati e politiche a livello regionale, nazionale e comunitario.”.

A lungo termine, la digitalizzazione energetica (vale a dire l’utilizzo di sensori, approcci ai big data, automazione e intelligenza artificiale, sicurezza informatica, ecc.) avrà anch’essa un impatto fondamentale nel consumo di energia, analogamente a quanto sta avvenendo per gli altri processi industriali.

Le mosse del Governo

Su tutti questi fronti, si sta muovendo il Ministero dello Sviluppo Economico, che di recente ha deciso di prorogare gli sgravi fiscali previsti dal Piano “Industria 4.0” e di pubblicare il bando “Fabbrica intelligente”, da oltre 560 milioni di euro, pensato per promuovere la ricerca industriale e le attività di sviluppo sperimentale nei settori “fabbrica intelligente”, “agri-food” e “scienze della vita”. Nel decreto semplificazione è previsto, inoltre, un fondo riservato al finanziamento di progetti pilota che, attraverso la blockchain e l’intelligenza artificiale, si dedicheranno alla certificazione dei prodotti Made in Italy. In quest’ambito, vanno anche citate le call del MISE per l’individuazione di esperti di alto livello per l’elaborazione di due strategie nazionali, una sull’intelligenza artificiale e l’altra sulle tecnologie basate su registri distribuiti e blockchain. Da citare, infine, anche l’aggiudicazione dell’asta per le nuove tecnologie 5G. Nel complesso il MISE sta connotando la sua azione verso il sostegno di alcune chiare direttrici.

I nodi che bloccano la trasformazione digitale

Se in questi mesi si è assistito a una certa vitalità sul fronte della politica industriale, non altrettanto dinamismo si è riscontrato nelle politiche per la ricerca e l’innovazione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Chiamato a svolgere anch’esso un ruolo chiave nelle dinamiche di sostegno alla ricerca applicata e di incentivazione allo sviluppo tecnologico, l’azione del dicastero appare oggi del tutto scollegata dall’azione governativa e schiacciata sui problemi specifici della scuola.

Partecipando recentemente a un evento promosso da Digital360 su Industria 4.0 sono emersi con chiarezza alcuni nodi che imbrigliano la trasformazione digitale e l’innovazione imprenditoriale del nostro Paese e, quindi, la rincorsa alla crescita economica:

  • Le aziende sono ancora poco propense a investire in tecnologie non completamente mature e sono preoccupate per la mancata conferma della deducibilità fiscale delle spese in formazione e per il dimezzato di quelle in ricerca;
  • Tutte le tecnologie abilitanti hanno bisogno di nuove competenze, che le aziende faticano a integrare e reperire all’esterno;
  • Il numero di figure professionali che escono dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono di gran lunga inferiori alla domanda;
  • Il mondo universitario dell’alta formazione non riesce a connettersi con il mondo imprenditoriale;
  • Il mondo della ricerca pubblica è relegato ai margini e non trova sufficienti spazi di collaborazione nelle realtà industriali.

I cambiamenti necessari per invertire la rotta

È su questi fronti che si gioca, insieme alle politiche industriali, lo stato di avanzamento del processo di digitalizzazione nel Paese e diventa fondamentale il ruolo del MIUR per colmare il gap.

Diventa perciò cruciale una riforma dei percorsi di laurea (3+2) e degli Istituti Tecnici, per colmare il divario tra competenze necessarie e quelle realmente presenti in azienda, per formare nuove figure professionali in grado di integrare le nuove tecnologie con quelle esistenti (come far parlare il programmatore CAD-CAM con il tornitore!).

Cambiamenti sostanziali andrebbero apportati nei dottorati di ricerca, finora troppo focalizzati sulla produttività scientifica, quando dovrebbero avere più attenzione per le aziende, puntando sui dottorati industriali e prevedendo sgravi fiscali per chi assume un dottorando.

Diventa fondamentale affidare agli enti pubblici di ricerca un ruolo chiave nei modelli di innovazione aperta, favorendo maggiormente quelle imprese che scelgono di avviare partnership e rapporti di collaborazione con università, centri di ricerca o gruppi di ricercatori.

Le eccellenze della ricerca pubblica

Il mondo della ricerca pubblica, nonostante primeggi a livello internazionale e abbia elevate competenze in tutti i settori citati – si pensi al CNR con le sue eccellenze sul fronte dell’ingegneria civile e industriale, dei big data e della sicurezza informatica con il Centro di competenza per la cybersecurity di Pisa, primo e unico in Italia; all’Enea sul fronte dell’energia – si trova oggi ad affrontare una grave crisi. Eccessiva frammentazione (sette ministeri che vigilano su ventidue enti diversi), difficoltà finanziarie, invecchiamento dei ricercatori e un precariato consistente, rappresentano un mix letale per affossare qualsiasi politica di rilancio.

Una politica di rilancio che dovrebbe puntare, invece, a una sinergica azione da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, chiamata a coordinare un tavolo tecnico con i dicasteri interessati (MIUR, Salute, MEF e MISE) per dare vita all’Agenzia Nazionale della Ricerca, come prevista nel programma di Governo.

Scorporare dagli enti pubblici la parte di ricerca di base, che rimarrebbe sotto il controllo pubblico con adeguati finanziamenti pubblici, per far confluire nell’Agenzia Nazionale della Ricerca la parte da mettere a disposizione delle aziende per aiutarle nella crescita e per facilitare il trasferimento tecnologico dai laboratori al sistema produttivo.

Ci sono 100 miliardi messi a disposizione dal Programma europeo “Orizzonte Europa” per i prossimi sette anni 2021-2027. Bisogna essere pronti per andare a Bruxelles, preparati e in sinergia.

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