Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

il quadro

Banda ultralarga, che ci porta il 2019 (tra fibra e 5G): tutti i rischi da evitare

Sulla banda ultralarga l’Europa è in affanno dietro alle altre grandi economie e l’Italia è in ritardo rispetto agli altri Paesi Ue. Sarà importante giocare bene le nostre carte, per la fibra e il 5G, o rischiamo grosso: nel 2019 si gioca la partita decisiva dell’innovazione infrastrutturale

08 Gen 2019

Francesco Sacco

docente di management consulting all'Università Bocconi di Milano


Il 2018 della banda ultralarga è stato un anno importante ma di passaggio.

Il 2019, al contrario, appare sin da ora come l’anno decisivo, dove l’Italia (e l’Europa) si giocano il futuro dell’innovazione sui fronti della fibra ottica e del 5G. 

Il pericolo è di finire intrappolati in problemi che ci facciano ritardare sul percorso, rispetto a quanto sta avvenendo nel resto del mondo; e così di maturare un (ulteriore) svantaggio competitivo sui mercati internazionali.

La geopolitica fa irruzione nelle tlc

Sul piano internazionale, il 2018 sarà ricordato come l’anno in cui la geopolitica ha fatto di prepotenza irruzione nelle telecomunicazioni. E ha soltanto iniziato a trasformarle. L’anno si è aperto con il colosso AT&T costretto da un intervento del Congresso americano a bloccare un’offerta di cellulari Huawei, perché considerati non sicuri. Preso l’abbrivio, è partita un’escalation che si è allargata al settore delle apparecchiature per le telecomunicazioni con una proposta di legge del Senato americano per impedire a tutte le entità governative USA l’acquisto di prodotti da Huawei o ZTE, due aziende cinesi, leader negli apparati per la fibra ottica e le reti mobili, sospettate di essere sotto l’influenza del governo di Pechino. Subito dopo, il presidente Trump è intervenuto direttamente bloccando l’acquisizione dell’americana Qualcomm da parte di Broadcom, per ragioni di sicurezza nazionale in relazione alla supremazia cinese nel 5G.

Quindi, lo scontro ha cominciato a dilagare ovunque quando il governo degli Stati Uniti ha avviato una campagna di sensibilizzazione senza precedenti presso i governi e i maggiori operatori di Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Giappone, Germania e Italia con l’obiettivo di persuaderli, sempre per ragioni di sicurezza, ad evitare le apparecchiature di telecomunicazione prodotte da Huawei. Infine, l’arresto in Canada di una top manager cinese di Huawei con la pesante accusa di aver aggirato l’embargo verso l’Iran e un rapido seguito di ritorsioni che sembra soltanto all’inizio, come l’intera vicenda. Chiunque prima avesse voluto credere che le telecomunicazioni saranno sempre più “tubi” stupidi per veicolare le informazioni, è chiaramente smentito dai fatti. La loro importanza strategica, al contrario, sembra destinata a crescere rapidamente.

Il 2018 delle tlc europee

Anche sul piano europeo, il 2018 è stato un anno di transizione. La Commissione europea è riuscita finalmente a trovare un accordo politico per modificare il quadro normativo delle telecomunicazioni, sostanzialmente immutato dal lontano 2009. Dall’anno prossimo, con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione, dopo avere recepito il nuovo quadro regolamentare, i governi avranno strumenti migliori per cercare di migliorare la scarsa competitività della UE nel digitale.

La nuova regolazione, racchiusa in un documento di più di 500 pagine, ha due linee guida principali:

  • Migliorare la diffusione delle reti 5G, dando entro la fine del 2020 la disponibilità dello spettro radio 5G nell’intera UE, garantendo contemporaneamente agli operatori prevedibilità per almeno 20 anni in materia di licenze per lo spettro;
  • Facilitare il lancio di nuove reti fisse ad altissima capacità.

Questo secondo obiettivo sarà ottenibile:

  • rendendo più prevedibili le regole per il coinvestimento e facilitando la condivisione dei rischi nello sviluppo delle reti ad altissima capacità;
  • promuovendo una concorrenza sostenibile a vantaggio dei consumatori, con un’enfasi regolamentare sui veri e propri colli di bottiglia, come cablaggi, condotti e cavi all’interno degli edifici;
  • creando un regime normativo specifico per gli operatori “puri” wholesale.

Una grande trasformazione che potrebbe avere grandi conseguenze anche nel nostro Paese, ma non nel breve termine.

Tlc del futuro, Ue in forte ritardo

Nel frattempo, mentre il blocco asiatico (Cina, Giappone e Corea) occupa tutte le posizioni principali nella corsa alle telecomunicazioni del futuro, la Ue sta continuando ad ampliare il proprio ritardo rispetto al gruppo di testa e non solo. Mentre gli Usa investono pro capite 192 euro in apparati per le telecomunicazioni, il Giappone ne spende circa 175 e l’Europa appena 92.

Se soltanto la Ue volesse avere lo stesso livello di investimento in capex pro capite degli USA, dovrebbe investire in telecomunicazioni 52 mld di euro in più all’anno, più del doppio del livello di investimenti attuale. Ma il vero sacrificio fatto dagli operatori europei è ben maggiore.

Il loro rapporto tra ricavi e capex, in media nei cinque principali mercati europei, è salito alle stelle dal 12,5% del 2010 a circa il 17,5% del 2018. Allo stesso tempo, è aumentato appena di un punto negli Stati Uniti, dove è ancora inferiore al 14%. E nonostante ciò, le differenze in valore assoluto sono enormi. Difficilmente basterà soltanto un nuovo quadro regolamentare per colmare questo enorme divario, specialmente quando in Europa i ricavi dei telecom operator continuano ad essere calanti, mentre gobalmente crescono mediamente dell’1% all’anno.

Italia sempre più in affanno

Tutto ciò, però, non può certo essere di consolazione per l’Italia che vede, a sua volta, la propria posizione restare stabilmente arretrata. Guardando l’indice DESI, utilizzato dalla Commissione europea per misurare l’evoluzione della competitività digitale dei paesi membri, l’Italia nel 2018 è quart’ultima, la stessa posizione che copriva l’anno precedente, ma anche la stessa che ricopriva nel 2014. Stando ai numeri, nessuno dei piani per l’agenda digitale dei vari governi che si sono susseguiti dal 2012 ad oggi sembra essere riuscito ad incidere in alcun modo.

Se, invece, guardiamo la sola componente “connettività” dell’indice DESI, la situazione è un po’ più articolata, ma non migliore. L’Italia nel 2018 si è posizionata terzultima, peggiorando di una posizione rispetto al 2017, in cui era quart’ultima, il che era già un successo rispetto alla penultima posizione del 2014. In sostanza, per quanto si affanni, l’Italia non riesce a mantenere il ritmo degli altri paesi né riesce a fare uno scatto di reni per rimontare posizioni. Come si spiega questa situazione? Difficile sintetizzarlo in due parole, ma nei numeri c’è una possibile interpretazione.

I motivi del ritardo italiano

Nella Ue il 64% delle sottoscrizioni è xDSL, anche se questa tecnologia sta leggermente perdendo quote di mercato. Il cavo è la seconda, con il 19% del mercato, mentre Fiber-to-the-Home/Building (FTTH/B) è la tecnologia in più rapida crescita. In Italia è emersa una scelta per la connettività del Paese che finora ha privilegiato l’xDSL, con una quota di copertura di circa il 90%, che ci pone al tredicesimo posto assoluto come percentuale di copertura ad almeno 30 Mbps, scelta unica in Europa insieme alla Grecia (quasi al 99%). Questa scelta tecnologica non ha avuto un adeguato riscontro di mercato. Per ogni sette famiglie coperte da una connessione ad almeno 30 Mbps disponibile, soltanto una ha sottoscritto un abbonamento. Forse non stupirà che le connessioni ad almeno 100 Mbps hanno un rapporto di 4,5 famiglie coperte per ogni famiglia che ha sottoscritto. Invece, dovrebbe stupire.

È l’unico caso in Europa in cui questo rapporto è migliore per le connessioni ad almeno 100 Mbps rispetto a quelle ad almeno 30 Mbps. Inoltre, la differenza tra le due è davvero grande. Per apprezzare questo dato lo si deve però unire ad altre due informazioni importanti. La prima, è che mentre la media Ue delle famiglie collegate ad Internet soltanto con mobile broadband è marginale, circa il 9%, in Italia sono ben il 23%, al secondo posto in Europa dopo la Finlandia (37%). La seconda, è che la reale velocità di connessione del broadband fisso in Italia, misurata da Akamai (Q1, 2017), era 9,2 Mbps, la quart’ultima in Europa e la sessantunesima nel mondo.

Mettendo insieme queste informazioni è ragionevole ipotizzare che, al di là della ben nota arretratezza digitale dell’Italia, ci sia invece anche un elemento collegato alla qualità dell’offerta di connettività. In poche parole, il valore della connessione ad almeno 30 Mbps sembra poco percepito dal mercato rispetto alle prestazioni delle connessioni mobili, che quindi spiazzano la domanda di connessioni fisse. Ma ciò non accade nella stessa misura per le connessioni ad almeno 100 Mbps. E questo ci porta ad Open Fiber.

Il piano di Open Fiber

Open Fiber è un prezioso patrimonio nazionale perché porterà la fibra non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri. L’Italia ce l’ha, la maggior parte delle nazioni non l’avrà mai. È l’unica strada praticabile che ha l’Italia per recuperare il suo futuro perduto. Non è una semplice infrastruttura tecnologia, è una soluzione che allungherà la vita a migliaia di piccoli centri che già si stanno spopolando anche se sono parte integrante del patrimonio e della identità culturale italiana. Se la guardiamo da questo punto di vista, Open Fiber è un patrimonio di tutti gli italiani, e come tale andrebbe difesa, fatta e pensata per essere un’opera tecnologica che, come le piramidi, sfidi le ere.

Come affermava in una recente intervista Francesco Bellini dell’Università La Sapienza, il piano di Open Fiber sembra procedere in linea con la roadmap prevista e a fine novembre 2018 risultavano aperti 1.033 cantieri, di cui 915 in fibra ottica e 118 di tipo fixed wireless access. Nel frattempo, la società si è aggiudicata il terzo e ultimo bando del Piano Ultrabroadband del Governo e, nonostante la pioggia di ricorsi ricevuta, partirà con nuove gare per 780 milioni.

Dal Governo una chiara spinta per la fibra ottica

L’Agcom, dal suo canto, ha dato impulso ad una procedura accelerata per lo switch off volontario di TIM dal rame alla fibra e un contestuale innalzamento delle tariffe wholesale sul rame a favore di un abbassamento di quelle sulla fibra, agevolando implicitamente ogni evoluzione possa esserci sull’assetto delle reti di telecomunicazioni verso una maggiore penetrazione della fibra. Tra le novità anche la decisione di fare di Milano un mercato rilevante a sé e di valutare la possibile individuazione di rimedi geografici differenziati, nonché un test di prezzo all’ingrosso per evitare vendite sottocosto di Telecom nel mercato della fibra che spiazzerebbero l’offerta del concorrente Open Fiber.

Allo stesso tempo, il Governo sembra crederci. L’emendamento nel decreto fiscale che riconosce un premio in caso di fusione delle reti, sotto forma di una tariffa basata sulla RAB, una forma di remunerazione sul capitale investito che incentiva l’infrastrutturazione, è una chiara spinta per la fibra ottica nel Paese.

Un ulteriore aiuto in questa direzione, finora mancato anche nella discussione, potrebbe essere finalmente l’attivazione dei voucher per incentivare la domanda di fibra ottica in modo da permettere di “popolare” più rapidamente le infrastrutture in fibra per trasformarle in quell’opportunità per l’Italia di cui molti nel tempo sembrano essersi convinti.

Tutte le minacce alla banda ultralarga nazionale

Non è però tutto rosa l’orizzonte.

Di qualche giorno fa l’allarme Antitrust sui rischi di ritardi del 5G per colpa della burocrazia e norme inadeguate: gli enti locali non rispettano quelle nazionali in fatto di autorizzazioni e permessi per installare le antenne (e così rallentano i lavori); le norme italiane sono troppo severe sull’elettromagnetismo (abbiamo i limiti più stringenti d’Europa, di gran lunga): l’Antitrust invoca il Parlamento di correggerle con un intervento legislativo.

Di poco tempo fa l’analogo allarme di Asstel per l’eccessiva burocrazia che rallenta pose e scavi per il piano nazionale fibra ottica.

La maggiore minaccia per il futuro di Open Fiber – e di conseguenza per il piano nazionale di copertura del Paese – sono proprio i ritardi.

Se non saranno rispettati i tempi del Piano, è molto alta la probabilità che quel che non sarà fatto, non verrà mai fatto.

Ma l’altra minaccia, più nascosta, sono le astruserie finanziarie. Tutte le ipotesi sulla rete unica, lo scorporo della rete di TIM, le ipotesi per il salvataggio di una grande azienda che continuano a circolare e a proliferare. Tutte riflessioni giuste e condivisibili, ma non se rallentano o distraggono Open Fiber dai suoi obiettivi. Come tutti gli addetti ai lavori ben sanno, qualunque scenario si concretizzerà, semmai succederà, avrà tempi tali da essere incompatibili con il raggiungimento della missione principale di Open Fiber, che dovrà essere raggiunta entro il 2020.

Inoltre, il dibattito continua a ruotare intorno a soluzioni meramente finanziarie. Ma lo scenario sta evolvendo in un’altra direzione. L’importanza geopolitica delle telecomunicazioni sta cambiando anche perché stanno cambiando le telecomunicazioni e quel che vi ruota intorno. Come affermato di recente dal CEO di uno dei principali telco operator, sta arrivando una fortissima discontinuità tecnologica che impone a tutti un ripensamento delle proprie strategie.

Il 5G, infatti, non sarà la prossima generazione di reti mobili ma la rete che, senza più distinzioni tra fisso e mobile, soddisferà le esigenze di connettività di famiglie e aziende in modo ubiquo.

Una rete che avrà bisogno per funzionare di molta fibra, capillarmente, ma anche di un nuovo cuore informatico. Di fronte a questa rivoluzione, le formule finanziarie appaiono un po’ vuote e incongrue. Il salto tecnologico è notevole e l’esito non è scontato.

Molti dei protagonisti attuali potrebbero uscirne ridimensionati come altri rivalutati. La tecnologia è un inesorabile elemento di selezione naturale e negli ultimi anni ha prodotto e spostato molte più ricchezze della pura finanza.

Deve essere questo il concetto che ha in mente Francesco Starace, l’amministratore delegato di Enel ogni volta che ribadisce senza incertezze che Open Fiber non è in vendita e non si quota. Anche perché non è più l’unico investimento di Enel nella fibra né il più importante. L’acquisto da Cinven di Ufinet International, un operatore wholesale in fibra ottica presente in America Latina, ha avuto un costo di 150 milioni ma prevede un investimento ulteriore fino a 2,1 miliardi di euro.

Il settore EnerCom

La scelta di Starace è strategica anche perché sta diventando sempre più chiara l’esistenza di un settore EnerCom, in cui energia e telecomunicazioni procedono a braccetto. D’altronde, ovunque vi sia produzione o distribuzione di energia, le telecomunicazioni possono farla diventare più intelligente e sostenibile (smart meter, mini grid, smart grid, demand/response, virtual plant, etc.). Allo stesso modo, ovunque vi sia una presenza di telecomunicazioni, vi è un fabbisogno energetico che presto diventerà sempre più critico e importante (CORD, edge computing, mini cell, IoT, cloud computing, etc.). Ma questo dato appare evidente se si pensa alla tecnologia, non alla pura finanza.

In conclusione, se il 2018 è stato un importante anno di transizione per tutto il mondo della banda larga, questa transizione è ormai quasi compiuta. Il 2019, al contrario, appare sin da ora come l’anno in cui quel che poteva cambiare sarà cambiato. E difficilmente sarà come prima.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4