LO SCENARIO

Didattica a distanza, ora la sfida è planetaria: priorità e ostacoli

Tocca quota un miliardo il numero di studenti costretti a casa dall’emergenza, secondo l’Unesco. Per la prima volta vengono attivati su larga scala gli strumenti per la didattica a distanza, ma i passi da fare sono ancora tanti. Soprattutto in Italia. Stato dell’arte e strategie da adottare

13 Apr 2020

Con l’emergenza da Covid-19 la scuola digitale entra in primo piano. E si trova a fare i conti con una digital transformation mai davvero attuata, nonostante Lim e FabLab. Fioccano piattaforme e applicazione didattiche, ma il modello in campo rimane quello analogico. Un’analisi dello stato dell’arte e degli step che sarà necessario adottare anche in vista del dopo-emergenza.

Education Technology: dov’è l’Italia?

Alla vigilia del capodanno cinese, il 25 gennaio 2020 tornavo a Torino dal BETT di Londra, la manifestazione europea più importante dell’Education Technology: tra gli stand delle aziende, molte presenze istituzionali dagli Emirati Arabi, Oman, Marocco, Francia, che invitavano ad iscriversi alle loro scuole, presentando i grandi investimenti in infrastrutture – scuole, trasporti – per attirare insegnanti nei loro Paesi: inutile dire che la scuola italiana non c’era, né erano presenti startup o aziende italiane del settore.

A due mesi circa di distanza, nel pieno di un’emergenza che non si sa quando finirà, la scuola è nuovamente in primo piano per la sua “mancata presenza”. La scuola che non c’è ha sconvolto la vita dei ragazzi e delle famiglie: con una sequenza di ordinanze e circolari, sono stati dapprima fermati i viaggi di istruzione, sospese le lezioni e chiuse le scuole, prima al 15 marzo, poi al 3 aprile e ad oggi senza una data certa di riapertura

Da allora quasi tutti gli insegnanti d’Italia – ognuno a suo modo, ha messo in atto strategie per continuare a “fare lezione”. Animatori digitali e in generale, i docenti più tecnologicamente preparati, si sono impegnati giorno e notte a trovare soluzioni per videoconferenze, gestire le classi a distanza e fare formazione ai colleghi. Nelle chat e sui social, gli insegnanti chiedono consigli “meglio Meet, Classroom, Zoom, Jitsi, Edmodo”, “ma usiamo il registro elettronico”, “non bisogna usare whatsapp con gli allievi”, “per la prima volta ho dato il numero di cellulare ai miei ragazzi“, “non servono le lezioni in video conferenza, basta dare i compiti e poi correggerli”, “io mi occupavo di e-learning già trent’anni fa” mentre le famiglie raccontano di studenti invitati a collegarsi alle otto del mattino per essere interrogati a distanza, e inevitabilmente il pensiero che va ai ragazzi fragili per condizioni di divario socio economico o di salute, difficoltà di apprendimento o scarsa conoscenza della lingua.

Sotto shock non c’è solo la scuola italiana

Voglio sottolineare che si tratta di una situazione generalizzata e non solo italiana: le scuole nel mondo stanno sperimentando l’immersione nel digitale, con qualche rischio di annegamento, inevitabile con il metodo “ti butto a mare, così impari a nuotare”.

Negli ultimi dieci anni il MIUR ha erogato fondi per fornire dispositivi digitali, come le LIM, fare formazione agli insegnanti, fornire nuovi ambienti di apprendimento e più biblioteche, fablab e classi del futuro, sostenere acquisti personali per gli insegnanti e gli studenti.

Oggi si tirano le prime somme: gli insegnanti e i ragazzi “fanno cose” con il digitale, ma in generale sembrano prigionieri di un’idea di “scuola” che non è e non sarà più uguale a sé stessa. Il famoso aneddoto di Papert, che confronta sale operatorie e aule scolastiche dell’Ottocento con quelle di oggi, non regge finalmente più.

Non si poteva essere preparati a questa situazione, totalmente inaudita per dimensioni e gravità, ma è innegabile che il digitale a scuola non ha ancora attecchito del tutto, anche se in Italia se ne parla dagli anni ’90. Papert diceva, negli anni ’80, che il computer era visto come una minaccia, per il suo potenziale rivoluzionario: per questo forse i PC stanno nei laboratori e gli smartphone devono essere spenti, l’insegnante spiega e gli alunni ascoltano, poi ripetono cosa hanno ascoltato. E questo è il modello che molti insegnanti stanno riproponendo in questi giorni, attraverso il digitale. Generalmente questa modalità tranquillizza le famiglie che in alcuni casi sono una delle barriere all’innovazione educativa, anche grazie a quello che Sonia Livingstone definisce “moral panic”, ovvero l’ansia sociale sugli effetti del digitale sui giovani.

Ora abbiamo un’occasione, vera, non un’esercitazione per utilizzare il digitale a scuola in modo diverso, per fare scuola in modo nuovo, e questo richiede fatica e impegno da parte del governo, delle scuole, degli insegnanti, delle famiglie e degli studenti.

Scuola, azioni messe in campo dal Governo 

Il governo ha previsto nuovi stanziamenti, con l’art 120 del decreto Cura Italia si prevede un incremento di 85 milioni rispetto a quanto già previsto dalla legge 107, per le piattaforme a distanza, formazione, connettività, dispositivi: ottimo il richiamo all’accessibilità, ma sarebbe stato bello anche parlare di interoperabilità e privacy. Di queste risorse, 70 milioni sono destinati per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti in comodato d’uso dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e per la necessità di rete.

L’indice di digitalizzazione DESI nel 2019 vede l’Italia al 24esimo posto su 28 Stati europei: l’indice che tiene conto di vari parametri legati alla disponibilità di banda, alla digitalizzazione dei servizi pubblici e delle imprese, alle competenze digitali. Una persona su due non sa usare i servizi online: secondo il rapporto AGCOM Educazione Digitale siamo gli ultimi in Europa per capacità di presentazione domande online alla Pubblica Amministrazione.

L’ostacolo frammentazione

Il sistema economico italiano caratterizzato da micro imprese non è in grado di trainare l’innovazione sociale, né ci riesce l’amministrazione pubblica, caratterizzata da una frammentazione e sovrapposizione di competenze, che ne rallentano l’operatività. Solo per parlare della scuola, ci sono competenze frammentate sugli edifici scolastici (provinciali, comunali, circoscrizionali), sul personale (statale), sull’attribuzione delle risorse (statali, regionali), sull’organizzazione territoriale (regionale, provinciale, comunale).

Non abbiamo grandi infrastrutture nazionali di cloud e forse davvero senza i grandi server americani, l’anno scolastico sarebbe saltato? Non abbiamo un’infrastruttura pubblica di rete connettività: il GARR che gestisce la rete della Ricerca, ha avuto un picco di utilizzo in questi giorni, incrementando il traffico del 60% e dichiara di fornire connettività a circa 1000 scuole, un numero ancora insufficiente dato che le scuole secondarie di secondo grado sono più di 8800 e che tutte le scuole, incluse quelle dell’infanzia sono più di 57 mila…..

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Si tratta quindi di progettare un sistema distribuito che rispetti indicazioni nazionali e garantisca equità di accesso, adattando quello che di buono c’è in altri sistemi come quello cinese, dove i 230 milioni di studenti accedono a piattaforme nazionalizzate per l’educazione a distanza che offrono 24000 corsi online su 22 piattaforme , ma che presentano alcuni inconvenienti, ad esempio ogni documento condiviso dev’essere pre-approvato.

Scuola digitale senza connettività

La connettività per le scuole è un punto critico: hanno una connessione ad almeno 30 Mbps il 23% delle scuole secondarie di secondo grado, l’11,2% delle scuole secondarie di primo grado e per il 9 delle scuole primarie e va sottolineato tale ampiezza di bando è comunque insufficiente per avere tempi di risposta rapidi. Il rapporto AGCOM sottolinea che per avere una scuola digitale sono necessari tre fattori: “ i) l’esistenza di una connessione ad internet a banda ultra-larga, ii) la creazione di una rete telematica efficiente e iii) un’attività di manutenzione e di aggiornamento affinché si possa governare l’effetto dell’obsolescenza tecnica dell’infrastruttura” che significa avere risorse a bilancio per pagare i provider e competenze per gestire le rete, come sappiamo da tempo (Infrastrutture come fattori abilitanti per l’apprendimento a scuola, 2014).

Semplicemente la gestione dell’infrastruttura di rete per l’educazione non può essere demandata alle singole scuole: l’unica regione italiana in cui le scuole hanno una connettività adeguata è l’Emilia Romagna, che attraverso LEPIDA, ha gestito in modo sistematico, attraverso i comuni, la fornitura di banda larga alle scuole.

Il progetto Riconnessioni di Fondazione Scuola della Compagnia di San Paolo è un altro esempio di intervento sistematico di infrastrutturazione di tutte le scuole a livello cittadino che richiede anche alle scuole un impegno nell’aderire al progetto, partecipando alla formazione sulle competenze digitali erogata gratuitamente. Un modello virtuoso che dovrà prevedere una modalità sostenibile affinché le scuole possano continuare a fruire dei servizi di connettività a progetto concluso.

Come già detto la sovrapposizione di competenze in materia di scuole non facilita l’intervento pubblico: i comuni hanno competenza sulla programmazione dell’offerta e il coordinamento pedagogico del sistema zero sei, ma per tutti gli ordini di scuola è necessaria un’educazione al digitale è comunque necessaria per le famiglie, i bambini e le insegnanti. Nelle scuole dell’infanzia si utilizza il digitale per sviluppare il pensiero logico e anche la creatività.

Insegnanti in prima linea

In tempi di emergenza sanitaria, far capire ai bambini della scuola dell’infanzia perché non vanno più a scuola e non vedono più la loro maestra, spiegando cosa sta succedendo è una sfida che molte insegnanti hanno raccolto: in molti comuni le maestre registrano video con storie, filastrocche, descrivono giochi, mandano messaggi audio ai bambini per far loro sapere che anche se non ci si vede, il rapporto continua… A Torino l’abbiamo chiamata Didattica della vicinanza e condividiamo su facebook #unagocciadibellezzalgiorno. Nei prossimi giorni saranno organizzati, con il supporto di aziende sensibili come Rekordata, webinar online per dare anche alle insegnanti delle scuole dell’infanzia un supporto su come usare gli strumenti digitali al meglio.

In questi giorni, gli sforzi dei comuni sono orientati a non gravare sulle famiglie con costi per servizi non usufruiti, ma sicuramente un periodo così lungo di mancanza del servizio avrà ripercussioni sui fornitori delle mense e dei trasporti e sui molteplici operatori che ruotano intorno alla scuola: educatori, operatori sanitari, psicologi, animatori culturali.

I comuni spesso operano con progetti di sostegno per le categorie più fragili: a Torino, il progetto Provaci Ancora Sam, da trent’anni combatte la dispersione scolastica, con un approccio di “sistema” che coinvolge l’amministrazione locale, il ministero dell’istruzione, le scuole e associazioni che seguono e sostengono gli studenti a rischio. Con nuovi metodi gli operatori e le scuole riescono a garantire la loro presenza e mantenere la relazione con i ragazzi e fra di loro, per condividere dubbi e ansie anche attraverso riunioni periodiche che si fanno online.

Le città possono svolgere il ruolo di facilitare l’incontro fra chi offre servizi e chi ne ha necessità: Torino City Love è l’iniziativa di #solidarietàdigitale e innovazione aperta per offrire gratuitamente risorse, azioni e competenze a supporto di cittadini, imprese e scuole durante l’emergenza COVID-19 a cui hanno risposto grandi operatori come TIM, CISCO e piccole aziende come MAIEUTICAL LABS che propone licenze gratis per 30 giorni di piattaforme adattive per la didattica digitale per la grammatica e la letteratura italiana e latina.

L’attivazione di task force scolastiche

Le scuole sono enti pubblici complessi: sugli aspetti organizzativi lo Stato emana regole che bene o male sono seguite da tutti gli istituti. Questo spiega la copertura del registro elettronico nell’84% per cento degli istituti, la presenza di un coordinatore per il digitale nel 70% delle scuole. Circa il 63% delle scuole ha automatizzato la gestione economica finanziaria, mentre solo il 21,5% gestisce i pagamenti delle famiglie (dati Educare Digitale).

Vale la pena sottolineare che l’immissione in servizio di numerosi nuovi Dirigenti Scolastici nell’anno 2019-20 ha migliorato la situazione gestionale in molti istituti in sofferenza per la mancanza di un titolare. I nuovi Dirigenti Scolastici sono generalmente molto motivati e intenzionati a introdurre nuove metodologie organizzative e didattiche.

Come ha fatto Maria Stella Perrone, neo dirigente dell’Istituto V.Alfieri di Asti, esperta e da anni impegnata nell’innovazione didattica anche con l’uso delle tecnologie. Nel suo articolo, il racconto di come è stata organizzata la risposta all’emergenza nel suo istituto – 1200 studenti, 140 insegnanti e 3 sedi – a partire dalla prima videoconferenza di fine febbraio, alla condivisione di una mappa di risorse fino alla stesura di vere e proprie linee guida che recitano: “Didattica a distanza non significa replicare la didattica in presenza e mai la didattica a distanza potrà sostituire quella in presenza. Il percorso di un docente per mettere in atto un uso sensato delle nuove tecnologie è lungo, complesso e graduale e richiede desiderio di rinnovamento, capacità di adattamento, attitudine alla scoperta continua, formazione e autoformazione”. La scuola ha attivato una task force interna a cui tutti – studenti, famiglie e insegnanti – possono rivolgersi per chiedere supporto tecnologico, di progettazione didattica e altro, compilando un modulo online.

Rapporto insegnanti-tecnologie

Sempre secondo il rapporto AGCOM “Educazione Digitale” il 47% degli insegnanti usa le tecnologie nelle proprie attività formative, che significa meno della metà, ma se andiamo nel dettaglio la situazione è ancora più drammatica, letta alla luce dei fatti odierni: 1 su 5 usa il lavoro collaborativo a scuola e l’8,6% – meno di 1 su 10 gestisce attività progettuali a distanza.

Questo dato è un altro dei punti veramente critici della scuola digitale italiana. I dati OCSE del rapporto 2019 “Prosperare in un mondo digitale” sottolineano un ritardo nelle competenze digitali per l’Italia che, insieme a Grecia, Lituania, Repubblica Slovacca e Turchia, fa parte del gruppo di coda. E si richiede di rafforzare il sistema dell’apprendimento permanente formale e informale.

L’Italia non ha mai avuto una politica per l’apprendimento permanente e l’educazione aperta. Un grande buco che si è reso ancora più evidente con l’avvento dei MOOC – i Massive Open Online Course: se negli US l’offerta di questi corsi online è affidata ad università e aziende private, in altri paesi europei come la Gran Bretagna, l’Olanda e il Portogallo, la Catalogna sono proprio le grandi “open university” ad essere soggetti promotori dell’apprendimento permanente. In Italia, come abbiamo raccontato anche qui, nonostante il grande successo del primo MOOC sul Coding, con più di 30 mila maestre coinvolte nel 2016, promosso dal prof Bogliolo sulla piattaforma EMMA, non sono state mai avviate misure in questo senso: un grande piano, concertato con le grandi organizzazioni datoriali e sindacali, per le competenze digitali è ogni giorno sempre più urgente.

E’ il momento dei corsi online

Questo è un buon momento per fare corsi online, per chi conosce l’inglese l’offerta è molto ampia, si può fare un giro su Class Central dovete trovate l’elenco dei migliori MOOC tra cui ad esempio Learning to Learn, uno da non perdere o MOOC-LIST o come quelli offerti dal Politecnico di Milano, pensati per gli insegnanti in inglese e in italiano.

Che consigli dare agli insegnanti che si cimentano con la didattica a distanza? Informarsi e chiedere ai colleghi, su facebook ci sono tanti gruppi gestiti da colleghi esperti come Insegnanti, Insegnantiduepuntozero, Insegnanti online, Didattica a distanza. Leggere Le linee operative emanate dal MIUR sulla didattica a distanza e chiedere aiuto alle Equipe formative territoriali. Il consiglio principale resta comunque quello di non esagerare.

Giustamente c’è chi si lamenta per il sovraccarico dei compiti che dovrebbero dare agli studenti stimoli per esprimersi ed esplorare: avete presente le challenge? Questo e’ un esempio. #RoundTheWorld_ChainReaction .. creare la reazione a catena, filmarla e condiderla e per vivacizzare Kahoot si può usare anche in remoto.

Scuola digitale, ruolo delle famiglie

Si è già detto di mancanza di infrastrutture e di competenze digitali: in molte famiglie in questi giorni c’è il problema dei genitori che devono lavorare da casa, mentre gli studenti devono seguire le lezioni e quindi ci si contende il PC. Le misure di sostegno annunciate per l’acquisto di dispositivi auspichiamo che siano il più rapidamente possibili rese operative e sono state annunciate misure per liberare la banda disponibile, da parte di Netflix e Youtube.

In questi giorni abbiamo la possibilità di stare di più insieme: approfittiamo per giocare insieme, conoscere meglio i videogiochi che li appassionano, preoccupiamoci adesso di costruire un’educazione digitale per i nostri figli, dai tre anni in su non sono piccoli, ad esempio partendo dalle risorse di Parole O Stili. Usiamo le risorse online insieme: ci sono interi musei online da visitare e tanti libri gratuiti online che trovate raccolti ad esempio sulla pagina #ioleggoinrete o iscrivendovi a servizi come la Biblioteca Civica Digitale e ricordiamoci che nelle famiglie dove si legge, leggono di più anche i figli.

Gli studenti di fronte alle lezioni online

Le maestre e gli insegnanti raccontano di bambine e i bambini che hanno bisogno di normalità ancora e più degli adulti: avere un appuntamento ad una data ora, prepararsi per vedersi con i compagni e con le maestre dà un ritmo alla giornata. Poi sono loro a spiegare ai genitori come si fa, rispettano i turni nel parlare in modo autonomo. Anche i più grandi generalmente sono corretti e positivi. Tuttavia non tutti gli insegnanti sono portati a fare videolezioni in modalità sincrona e non tutti i ragazzi rinunciano alla possibilità di disturbare: per questo motivo le piattaforme si stanno adattando in base alle richieste che ricevono: non va dimenticato che si tratta di strumenti nati per fare riunioni di lavoro.

E’ importante sottolineare ancora una volta che scuola a distanza non significa replicare la scuola di prima: non funziona la lezione frontale e come è sempre stato la tecnologia non è salvifica di per sé, è necessario stabilire una connessione fra il mondo online e offline. Serve parlare di quello che stiamo vivendo, con attenzione alla relazione ma anche dando un valore a quello che si fa. E proprio l’aspetto della valutazione è ancora uno dei punti aperti in discussione in questi giorni, perché sia anche questo aspetto riportato al contesto che stiamo vivendo e quindi ci si orienti alla valutazione formativa e all’autovalutazione.

La scuola a distanza è una questione planetaria, secondo l’Unesco il 23 marzo erano più di un miliardo gli studenti a casa nel mondo pari al 73% della popolazione studentesca: speriamo che tutti i governi del mondo, oltre a gestire questa emergenza in modo solidale, si uniscano in una riflessione per progettare la scuola del dopo.

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