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Il GDPR a Scuola, per rilanciarne il ruolo educativo nell’era digitale: ecco come

Anche il GDPR è percepito come un pesante adempimento burocratico, al quale far fronte con soluzioni standardizzate. La scuola, tuttavia, potrebbe affrontare il problema non solo dal punto di vista amministrativo-burocratico e cogliere l’occasione per rilanciare il suo ruolo educativo. Ecco qualche esempio

26 Apr 2018

Antonio Fini

dirigente scolastico


Anche il mondo della scuola, con una certa apprensione soprattutto da parte di dirigenti scolastici e DSGA, sta attendendo il 25 maggio prossimo. Data fatidica, nella quale entrerà in vigore il Regolamento generale europeo della privacy. La sigla GDPR sta diventando familiare, anche se in molti si stanno ancora interrogando sulle conseguenze: cosa comporterà il GDPR, in termini di adempimenti?

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Inutile fingere: nella Pubblica Amministrazione (scuola inclusa) le norme si affastellano sistematicamente, da anni, producendo soprattutto una quantità crescente di atti, documenti, moduli, procedure. In estrema sintesi, gli aspetti burocratici tendono a prevalere.

Il GDPR, la scuola e la “logica dell’adempimento”

È la cosiddetta “logica dell’adempimento”, secondo la quale non sono tanto importanti il processo o il contenuto, ma è indispensabile (sufficiente?) dimostrare di avere le “carte in regola”.

A giudicare dagli annunci pubblicitari che si trovano in rete, anche grazie ai famigerati algoritmi dei social network, si direbbe che il GDPR sia già percepito come un pesante adempimento burocratico, al quale far fronte con soluzioni standardizzate, ove possibile.

Ad esempio, per la figura del Responsabile della Protezione dei dati (RPD, DPO nella versione inglese), si configurano già possibili incarichi esterni, così come già accade per la sicurezza, con il RSPP. Un’altra sigla, da aggiungere alle tante (troppe!) già in uso?

Il GDPR a scuola può essere un’opportunità

Nella scuola, tuttavia, si potrebbe affrontare il problema non solo dal punto di vista amministrativo-burocratico. La doppia natura delle istituzioni scolastiche (pubbliche amministrazioni e comunità educative) potrebbe questa volta tramutarsi in un’occasione.

Partendo dalle questioni amministrative, si dovrebbe intanto riflettere sulla quantità e qualità dei dati personali che le scuole sono tenute, per compiti istituzionali, a trattare e ad archiviare ma anche ad altri che si trovano a detenere, sui processi di trattamento e le modalità anche tecniche di archiviazione e comunicazione.

Sul lato educativo, le recenti vicende legate alle violazioni perpetrate attraverso i social network rimandano direttamente, da un lato, alla regolamentazione delle attività di tali servizi ma anche al tema delle competenze digitali.

Partecipare volontariamente ad un giochino proposto attraverso un social network è per molti un momento di svago innocente, ma quanti sono consapevoli di quali e quanti dati personali possono essere divulgati (a chi?) attraverso tale azione?

Ci sono poi i numerosi casi di vita quotidiana, nelle scuole, nei quali talvolta si osservano atteggiamenti “estremi”: la circolare emessa da un dirigente scolastico per vietare la “foto di classe” è un esempio, prontamente ripreso dai media e dai commentatori di fenomeni di costume.

Sembra un po’ una “terra di nessuno”, nella quale si oscilla pericolosamente tra rigore eccessivo e noncuranza: come valutare, ad esempio, i non pochi casi nei quali insegnanti pubblicano sui social foto o video degli alunni, anche se per fini lodevoli come la documentazione e la condivisione di buone pratiche didattiche?

Il ruolo della scuola nel “benessere digitale”

Sul versante delle competenze digitali, va detto che i framework internazionali oggi più accreditati, proposti in ambito europeo (DigComp, attualmente in fase di traduzione italiana da parte di Agid, DigCompEdu, la versione “education” di cui abbiamo già trattato su questa testata) valorizzano un ambito più ampio rispetto alla sola privacy, denominato digital wellbeing, il “benessere” digitale che include inevitabilmente la capacità di salvaguardare i propri dati personali propri e rispettare le regole nel trattare quelli altrui.

Dove, come si “imparano” queste regole? Dove, come si acquisiscono tali competenze? L’educazione di un bambino, poi ragazzo e giovane, oggi, include aspetti che non sempre sono trattati in modo esaustivo in famiglia: la scuola dunque ha il dovere di occuparsene, anche per una ragione di equità sociale.

Quanto ha influito l’evoluzione tecnologica, nel ridefinire accettabilità di alcune pratiche?

Un esempio “scolastico”: l’affissione dei risultati finali, i cosiddetti “quadri”. Tradizionalmente affissi all’albo “fisico”, nell’atrio della scuola o attaccati al cancello di ingresso, hanno una visibilità di un certo tipo, limitata anche se potenzialmente amplificata dalle fotografie facilmente ottenibili con un comune smartphone. Cosa accade se l’albo si trasferisce sul web? È lecito/desiderabile/sensato pubblicare online ciò che è pensato sì come comunicazione trasparente ma diretta ad un pubblico limitato?

A questi e altri dubbi, in realtà, aveva già più volte risposto l’Autorità Garante per la Privacy, con due successivi documenti dedicati alla scuola (l’ultima edizione è del 2016).

La protezione dei dati personali nel curriculo

C’è poi la questione dell’uso di piattaforme digitali destinate all’uso didattico: GSuite Education (Google) e Microsoft 365 (Microsoft) offrono da anni servizi specifici per le istituzioni educative (scuole e università), con condizioni d’uso diverse e molto più rispettose della riservatezza dei dati. Il trattamento dei dati personali su questo tipo di sistemi è (giustamente) da tempo nel mirino di autorità nazionali ed europee. L’argomento principale era il trasferimento dei dati su server al di fuori dell’Unione Europea, con conseguenti dubbi sulla giurisdizione, in caso di contenzioso. Dopo il fallimento del primo accordo, basato su una decisione della Commissione Europea (Safe Harbor), dichiarato incompatibile con il diritto europeo da parte della Corte di Giustizia dell’UE nel 2015, dal 2016 è in vigore la nuova intesa, denominata Privacy Shield, che il Garante della Privacy ha dichiarato essere compatibile, al momento, con il GDPR.

Tornando alle questioni più strettamente educative, l’opportunità sta nell’idea di considerare la protezione dei dati personali all’interno del curricolo, in modo esplicito (attraverso iniziative di formazione) ma anche implicito, mediante l’instaurarsi di comportamenti e atteggiamenti, in forma progressiva, compatibilmente con l’età degli studenti.

La maestra che riprende un’attività in classe, adottando alcuni accorgimenti di ripresa, per evitare inquadrature che mostrino i volti degli alunni, a tutti gli effetti sta insegnando il valore della protezione dell’immagine personale, a maggior ragione se condivide e spiega le sue scelte alla classe, composta magari da bambini che da lì a poco entreranno in possesso del loro primo dispositivo mobile (secondo Save the Children, l’età media del “primo smartphone” è di 11 anni).

I ragazzi e la privacy

Quando abbiamo a che fare con adolescenti, i significati della privacy cambiano: danah boyd (volutamente minuscolo, una scelta “estetica” dell’autrice!), una delle più affermate studiose internazionali di educazione ai media, nel suo libro “It’s complicatedLa vita sociale degli adolescenti sul web”, sostiene che i nostri ragazzi abbiano una loro peculiare idea di privacy:

“Quando gli adolescenti – e se è per questo la maggior parte degli adulti – cercano la privacy, lo fanno in relazione a chi ha potere su di loro. Al contrario dei sostenitori della privacy e degli adulti con più coscienza politica, in genere non si preoccupano per i governi e le multinazionali. Cercano invece di evitare la sorveglianza di genitori, insegnanti e altre figure autoritarie vicine alla loro vita”.

Adolescenti che sembrano non curarsi tanto della diffusione (potenzialmente planetaria) di una loro fotografia, ma che si defilano con una certa determinazione dal mondo degli adulti. La “fuga” dei giovani da Facebook, ad esempio, secondo alcuni osservatori (inclusa la stessa boyd) è motivata proprio da questa perenne ricerca di “luoghi” (una volta prevalentemente fisici, ora soprattutto virtuali) diversi da quelli frequentati dagli adulti.

Sono gli stessi ragazzi, tuttavia, che dovranno inevitabilmente prendere consapevolezza di una digital footprint, che acquista sempre più importanza nella vita reale di ciascuno.

Essere consapevoli della natura onlife (termine coniato dal filosofo Luciano Floridi. Si veda “La quarta rivoluzione”) delle nostre esistenze è qualcosa che ancora forse si dà per scontato, a scuola (anche se, fortunatamente, lo stereotipo dei “nativi digitali” sembra avviato al ridimensionamento) ma che deve trovare, al contrario, spazio e rilevanza all’interno dei curricoli.

Il problema, si può facilmente intuire, è sempre lo stesso: può la scuola farsi carico di tutte queste “educazioni”? Anche volendo farlo, vi sono le competenze necessarie?

La formazione dei docenti, tema centrale

Il tema della formazione dei docenti rimane dunque centrale: insegnare, oggi, è un’attività a largo spettro, che difficilmente può risolversi, come qualcuno anche auspica, nella mera trasmissione di contenuti e di saperi. Sebbene rimangano fondamentali, non sono sufficienti per la formazione del cittadino odierno.

Iniziative come Generazioni Connesse (incluso il recente sillabo dell’Educazione civica digitale) possono aiutare le scuole ad affrontare questi temi. Sarebbe importante che ciò si realizzasse all’interno dei curricoli e non, come ancora spesso accade, soprattutto sotto forma di “progetti”. Ben vengano gli interventi di esperti esterni (l’annuale conferenza con la Polizia Postale, ad esempio, è ormai un “must” in moltissime scuole) ma è dentro le discipline, magari attraverso una didattica rinnovata, che si dovrebbero includere anche le questioni legate al digitale.

Un esempio, tornando alla questione privacy e al citato libro di Floridi: l’autore dedica un intero capitolo all’argomento, trattandolo da un punto di vista decisamente innovativo, attraverso il concetto di “frizione informazionale”. Potrebbe essere interessante, all’interno di un curricolo di filosofia?

In conclusione, sta sempre a noi scegliere: gli imprevisti possono sempre tramutarsi in buone possibilità; anche un adempimento complesso come il GDPR può essere l’occasione per rilanciare il ruolo educativo delle nostre istituzioni scolastiche.