DATA ECONOMY

Business del dato, Italia all’anno zero: le sfide del nuovo Garante Privacy

Economia del dato e GDPR tardano ad attecchire nella realtà imprenditoriale del Paese. Rinnegando le grandi aspettative riposte nel “trattamento dati” come generatore di risorse e non di costi. Gli ostacoli in campo e le strategie per superare l’impasse

23 Set 2019
Valeria Tartamella

consulente per adeguamento normative Privacy e Iso9001:2015

privacy

Il mondo dei dati e della privacy stenta ancora a generare valore in Italia. Contrariamente alle promesse. La fotografia delle iniziative messe in gioco dal mondo imprenditoriale restituisce l’immagine di un Paese in cui l’indotto privacy fatica a generare una nuova economia del dato nonostante le regole imposte dal GDPR. Il presidente dell’Autorità Garante della Privacy Antonello Soro non è riuscito a trasmettere il concetto di Trattamento Dati come “risorsa” e questa sarà una delle principali sfide per il suo successore.

Privacy Day 2015, l’edizione “grandi speranze”

Facciamo un salto indietro, al 2015: durante la consueta annuale presentazione del Privacy Day Forum di Federprivacy, il presidente dell’authority Antonello Soro parlava di nuovi scenari a livello occupazionali, della Privacy non come un dovere ma bensì un’opportunità, non come un costo ma come un guadagno per le Aziende. Fu l’edizione delle anticipazioni, delle aspettative e delle promesse.

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Soro informava i partecipanti sulla redazione di quella che dal 2016 avrebbe rappresentato il vero cambiamento per l’idea di protezione dati, la norma UNI 2016/679 fino a quel momento solo in attesa di approvazione. Soro presentava il concetto di dato personale come “fulcro economico e sociale” chiarendo che “chi li possiede ha la chiave del futuro e il potere di condizionare i mercati”, “La protezione dei dati bussola nel futuro digitale” con l’arrivo della nuova normativa “si apriranno nuovi scenari a livello occupazionali”, “ il dato non come un costo ma come un guadagno”.

Ebbene, rileggendo, sembra quasi un sinonimo di ancora di salvezza per le aziende e l’intera umanità, un po’ come il ritrovamento del Santo Graal capace di diffondere vita eterna ed infinita conoscenza. Ma tutte le rassicurazioni e le previsioni, sono state poi rispettate? E’ stata davvero, come ha dichiarato l’autorità Garante “la prima e più importante risposta che il diritto abbia espresso nei confronti della rivoluzione digitale”?

Dati personali, a che punto è l’Italia

Per dare qualche risposta proviamo a fare un’oggettiva data analysis partendo dalle stime delle aziende che avrebbero dovuto certificarsi o comunque adeguarsi a partire dal 2018 e secondo i dati comunicati dalla Camera di Commercio le Aziende registrate alla fine del quarto trimestre 2018 erano ben quasi 500.000. L’Osservatorio Information Security & Privacy della School of Management del Politecnico di Milano dichiara ad inizio 2019 che solo il 23% delle imprese italiane si è adeguato alla nuova normativa e che solo il 59% ha progetti tematici in corso.

Non va molto meglio guardando i dati pubblicati dall’Autorità Garante nel bilancio dell’applicazione del primo anno della nuova normativa: dall’entrata in vigore del Gdpr al 31 marzo scorso sono stati registrati 7.219 reclami e 946 notifiche di data breach, di cui 641 solo negli ultimi sei mesi. Se ci limitiamo ad una lettura sterile del dato relativo alle notifiche solo a livello Italia, possiamo assolutamente affermare essere un risultato positivo, ma ricordiamo che la normativa è UE pertanto cerchiamo di dare un interpretazione più europeista di questo numero.

E così improvvisamente tutto cambia, diventa considerevolmente troppo basso rispetto alla media europea che è di circa 4.000 notifiche con a capo i Paesi Bassi con 15.400 violazioni e dietro di noi solo l’Austria con 580 notifiche, quindi come è possibile che il Garante della Privacy abbia festeggiato il primo compleanno del GDPR con lusinghiere considerazioni di crescita al valore e a alla consapevolezza del “Dato”? I numeri sono ancora troppo bassi per poter parlare di “fulcro economico e sociale” come da citazione di Soro nel 2015, ed anche la scarsa attitudine italiana alle notifiche di Data Breach, porta ad una sola interpretazione che siamo ancora ben lontani dalla contezza della “protezione dei dati come bussola nel futuro digitale”.

Adeguamento al GDPR, i numeri dei Dpo

Ma se i numeri fino ad ora letti vanno al momento contro il concetto di “valore aggiuntivo del dato”, così non è per gli scenari occupazionali che he creato il motore economico del GDPR, perché è vero che solo 1/4 delle imprese si è adeguato ma quel 25% è fatto quasi esclusivamente da realtà aziendali grandi sia private che pubbliche per le quali diventa obbligatoria la nomina del Dpo, una nuova figura introdotta dal GDPR.

Dpo acronimo di Data Protection Officer: secondo la normativa art. 37 è il soggetto designato dal titolare o dal responsabile del trattamento per assolvere a funzioni di supporto e controllo, consultive, formative e informative relativamente all’applicazione del  GDPR , deve avere approfondite competenze giuridiche così come informatiche, di cybersecurity, competenze sulle tematiche gestione dei rischi ed anche sullo studio dei processi aziendali. Secondo il nuovo regolamento è un dogma che il Dpo debba avere tutte le competenze prima citate, ma in quanti possono davvero avere tale completezza di formazione ed esperienza per poter ricoprire tale ruolo e poter rappresentare una plusvalenza?

Ebbene se nel 2017 uno studio dell’International Association of Privacy Professionals, aveva stimato che il Gdpr avrebbe generato una richiesta per almeno 75.000 Dpo in tutto il mondo, invece solo in Europa sempre l’IAPP conta circa 500.000 nomine di Data Protection Officer ed Italia i primi 6 mesi dall’entrata in vigore del GDPR le nomine al Garante della Privacy erano ben 40.738 numeri tendenzialmente in crescita con una media di parcella annua tenuto conto che in Italia tale figura si posiziona nel ruolo quadro di circa 60.000 euro annui, con prestazioni che in alcuni casi sono arrivate anche ad 90.000 euro.

Non solo Dpo: la nascita di nuovi specialisti

Ma se facilmente troviamo statistiche e numeri sulla professione del Dpo non è così semplice invece individuare la realtà dei numerosissimi Privacy Officer che hanno un ruolo strategico all’interno di tutte le aziende, ma che vedono la loro più grande azione di attacco nelle piccole e medie imprese, quelle più specificatamente che non incorrono nell’obbligo del Dpo. Quanti sono o meglio quanti siamo? Io non riesco davvero a quantificarlo, ma dal 2016 tante figure si sono spesso anche improvvisate in tali ruoli perché è vero che non è obbligatoria la certificazione per operare, ma è anche vero che attestare la propria professionalità in questa giungla di “specialisti” diventa davvero essenziale.

Ma l’indotto GDPR non si ferma a tali esperti privacy. Parallelamente sono nate o anche solo valorizzate tante nuove professionalità come lo Chief information security officer (Ciso), ossia il responsabile della sicurezza, presente solo nel 47% delle aziende ma anche figure ancora meno diffuse nelle piccole e medie realtà o come il il cyber risk manager, che identifica i possibili rischi e le minacce informatiche, il security administrator, che si occupa progettare e pertanto gestire un sistema sicuro,  il security auditor che testa e valuta l’efficacia delle soluzioni tecniche adottate.

Nicola Bernardi presidente della Federprivacy già nel 2016 intuiva che “la crescita occupazionale per le professioni legate all’adempimento della protezione dei dati sarà esponenziale nei prossimi anni” ma parallelamente anche i costi per le Aziende sono notevolmente aumentati perché se fino al 2017 l’investimento era di circa 480.000 euro per le grandi realtà, l’autorevole IAPP ha previsto per il 2018 un investimento solo per le multinazionali di almeno 5 milioni di euro per rendere applicabile la normativa ai propri sistemi di gestione. Per le PMI con una media di 10 postazioni di lavoro i numeri cambiano radicalmente e si passa da 500 euro annui circa del 2017 a circa euro 6.000 annui del 2018 per ottenere un full Data Protection.

La diapositiva che viene fuori da questa analisi è davvero in bianco e nero per il GDPR, che dimostra di avere serie difficoltà ad essere affrontata ed accolta nelle Imprese, sia a causa di motivazioni economiche per le quali soprattutto le PMI italiane soffrono, ma anche per la parte burocratica che non è terribile così come si possa pensare. In merito alla sensibilizzazione del concetto di “dato” il Garante della Privacy dovrà ancora ben lavorare, ma siamo certi che questi numeri inevitabilmente cresceranno quando le autorità di controllo ispettive allargheranno le verifiche anche alle piccole e medie imprese e per le grandi realtà aziendali non solo a seguito di notifica di data breach. In Italia il vero motore del cambiamento viene avviato solo a seguito di multe capaci di mandare in crisi un’azienda ed un grande aiuto viene fornito dal quadro sanzionatorio della normativa inasprito proprio come deterrente, ma adesso è compito del Garante della Privacy trasmettere il concetto basilare del GDPR: l’accountability che per il momento è davvero quasi assente.

Anche con grandi difficoltà comunque il “dato” ha già creato un suo business e appena verrà definitivamente sdoganato nelle imprese italiane sarà davvero una fonte di guadagno trasversale, sia per i professionisti che lavorano attorno a questa realtà ma anche e soprattutto per le aziende, che non hanno ancora compreso quanto sia dannosa all’immagine ed economicamente ingente, l’eventuale perdita o manomissione di un dato, certamente molto più rispetto ai costi da sostenere per la full compliance. Altro impegnativo compito per il Garante della Privacy che tanto sicuramente ha già fatto ma che ancora tanto deve fare per diffondere il concetto del “dato non come un costo, ma come un guadagno”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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