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governance del digitale

Diamo un futuro all’Agid e al Team Digitale: dieci punti per ripartire

I problemi che bloccano la PA digitale sono noti, le soluzioni pure ma si ricade sempre negli stessi errori. Una sola persona – il dg Agid- non può risolvere tutto: serve potere economico e di “comando” e bisogna scardinare il digitale dalla politica. E serve anche il Team Digitale. In dieci punti ecco come ripartire

13 Lug 2018

Giovanni Manca

consulente, Anorc


In questo momento (luglio 2018) ci troviamo in una particolare fase di transizione generalizzata. Si è da poco insediato il nuovo Governo, sta scadendo il mandato al Commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale (15 settembre) ed è in corso il Bando per la scelta e la nomina del nuovo Direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Questa particolarissima fase storica va colta in modo positivo al fine di modificare modalità di Governance del digitale che da sempre hanno segnato il passo.

Vediamo come siamo arrivati qui, per procedere oltre.

Una generazione fa è significativamente partita la storia del digitale nella pubblica amministrazione. Una generazione di autorevoli menti ha progettato, sviluppato, attuato migliaia di progetti per realizzare la ben nota Italia digitale. Chi scrive è stato un modesto osservatore che ha eseguito indicazioni, che ha diligentemente attuato le progettualità governative e quindi è stato “testimone oculare” dei fatti. Le predette autorevoli menti hanno detto tutto di pars destruens e pars adstruens (cit. Bacone) ovvero di criticità e proposte quindi nulla di realmente originale può essere detto.

Comunque è utile tenere memoria con un continuum di testimonianza al fine di descrivere cosa non ha funzionato (quasi sempre) e cosa, subito dopo, si è detto per la correzione del problema.

Nel frattempo, i millennials sono maggiorenni.

Questo è il contenuto del seguito del presente articolo sintetizzato in 10 punti (con particolare attenzione alla Governance del digitale).

La competenza e il capitale umano

Tutti hanno concordato e concordano che l’innovazione digitale può produrre rinnovamento solo se associata ad adeguate e specifiche competenze. Queste creano domanda e l’offerta è efficace e tempestiva.

Numerosi tentativi sono stati fatti, compresa l’originale lavagna elettronica. Ma la gioventù, tecnologica fuori dalla scuola non lo è in classe, l’uso dello smartphone non è competenza informatica e i programmi di studio sono ispirati al cartaceo.

Il coding (l’uso del linguaggio dei computer) dovrebbe essere una materia di base. Anche perché Il programmatore è l’operaio del futuro.

Sono altresì cruciali le competenze professionali del personale PA. Gli sforzi fatti per la formazione sono elevati, i risultati poco percepiti.

Chi scrive svolge numerose attività formative ma i discenti sono sconosciuti, non si conosce a priori la loro preparazione di base, finita la lezione tutti a casa senza nemmeno qualche quiz.

Infine nelle aule dove si fa formazione, con i limiti appena detti, i dirigenti sono rarissimi.

E il docente spesso sente la domanda: “Ma se il dirigente vuole la carta, io che posso fare!”.

Anche i cittadini devono essere alfabetizzati. Pochissimi hanno capito cos’è SPID e cosa ci possono fare!

Le infrastrutture digitali

Il Piano triennale per la pubblica amministrazione 2017-2019 è l’ennesimo di una serie di progetti (anche validi) che si sono succeduti. L’ottanta per cento dei contenuti è analogo a quello precedente. Che magari cambiano nome e quindi sembra che ci sia una cosa nuova anche se non lo è. Il principale problema è la quasi totale assenza di memoria tra cicli quinquennali. Chi arriva pensa di avere avuto una buona idea ma, al di là dell’evoluzione tecnologica, lo scenario è identico.

Il Piano Triennale stabilisce l’uso di Poli Strategici Nazionali orientati all’utilizzo tecnologia cloud. Per arrivarci bisognerà ammortizzare i CED tradizionali e migrare le applicazioni. Una strada molto in salita ma indispensabile per arrivare al traguardo.

La semplificazione amministrativa

È vigente la sesta versione del Codice dell’amministrazione digitale (CAD). In questa norma troviamo sempre meno principi generali e sempre più norme che raramente sono dei principi.

Queste norme sono spesso basate su una migrazione della burocrazia cartacea verso il digitale.

Ogni versione cerca di star dietro a un mondo che cambia molto più velocemente delle norme.

La tecnologia è uno strumento per la burocrazia digitale ed è applicabile solo se i procedimenti amministrativi sono ripensati per lo scenario digitale. Regole distanti dalla realtà contribuiscono anche a favorire la cosiddetta burocrazia difensiva.

Innovazione digitale, trasparenza e controllo della spesa pubblica

Un bel titolo. Certamente le norme sulla trasparenza sono arrivate. E anche il controllo della spesa pubblica è arrivato. Ma al prezzo di procedure bizantine e un codice degli appalti che gli addetti ai lavori non giudicano positivamente. Questo percorso peraltro è iniziato da poco e quindi ha difetti di gioventù che possono essere eliminati.

Ben avviata ed efficace, per sua natura, la fatturazione elettronica.

I servizi online per cittadini e imprese

Valanghe di denaro sono state spese per i servizi online per cittadini e imprese. Ci si è concentrati sull’identità digitale e i servizi connessi ad essa spesso hanno meccanismi che coinvolgono il cartaceo o sono non servizi che si possono completare in rete.

Al momento ci sono quattro identità digitali (PIN, CIE, TS-CNS e SPID) e servizi a macchia di leopardo simili ma diversi. Il che significa poco riuso e conseguenti sprechi e rallentamenti nella realizzazione. L’accelerazione del progetto SPID, la definizione delle sue basi di sostenibilità economica e lo sviluppo “guidato” dei servizi in rete (ma anche la pubblicità della loro esistenza) è urgente. Alcune Regioni (ma una minoranza) hanno sostenuto l’evoluzione del loro territorio.

Politiche industriali e PMI

Questo è il Paese delle PMI. Lo sviluppo dei servizi digitali passa attraverso le PMI anche quando la PA non è strettamente coinvolta. Vedi lo sviluppo della “Industria 4.0” e il digital manifacturing che usa la robotica e sta valutando lintelligenza artificiale. Ma sul fronte della PMI – “software house” si affronta una migrazione verso logiche di mercato centralizzate accessibili solo ad aziende di grandi dimensioni di fatturato. I risultati sono tutti da vedere. Anche in questo caso si tratta di processi giovani.

Nel passato i finanziamenti a pioggia e per progetti non strutturali ma localizzati ha portato anche a progetti che abbastanza spesso non sono stati completati.

In modo coordinato all’orientamento politico del momento alcuni progetti significativi sono stati eliminati in seguito all’alternanza democratica di governo centrale o locale.

Politiche territoriali per il digitale nel meridione

Sarebbe utile sostenere il digitale nel meridione (per esempio in ambito sanitario) con le competenze delle Regioni più ricche. Nell’interesse nazionale dovrebbe essere attivato e gestito un effetto “vasi comunicanti”.

Una politica digitale “convergente”

Tanti, troppi progetti. Forse si è a regime con la CIE 3.0 ma anche in questo caso la parte di identità per i servizi in rete da tempo annunciata non è attivata.

I grandi temi di banche dati che non si parlano, punto di accesso unico per la cittadinanza digitale, cooperazione tra pubbliche amministrazioni e flussi documentali “nazionali” si susseguono di legislatura in legislatura. Ma si ricomincia al 90% da capo, cambiando nome al progetto precedente.

Il vigente Piano Triennale dovrebbe essere aggiornato in fisiologica evoluzione e continuità. I massimi sistemi delle architetture digitali sono sempre quelli.

L’Open Source e le comunità pubbliche di sviluppo

Tanto si è detto e non troppo fatto sul tema. Il vigente Piano triennale ha specificamente affrontato il tema anche imponendo meccanismi comunicativi e organizzativi tipici del mondo del software libero (Es. la piattaforma GitHub). Tali meccanismi fanno evolvere anche il concetto di riuso delle applicazioni. Questo punto di svolta è interessante ma deve avere il tempo di maturare. Se il frutto non sarà colto acerbo e gettato via.

La Governance del digitale: che fare

Questo ultimo punto del decalogo è quello più dolente. Si vuole innovare senza costi, si obbliga a innovare senza maggiori oneri e allora il dirigente, anche formato e innovatore, si rifugia nei formalismi burocratici e si difende con una applicazione dei principi generali di “adempimento”.

A livello di vertice nell’ultimo periodo la presenza di Funzione Pubblica, Commissario straordinario e l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) è la conferma di una Governance spezzettata sulla quale pesa anche l’autonomia delle singole Amministrazioni Centrali e degli enti locali.

Chi ha le capacità lavora per se stesso. Chi non le ha per orgoglio non chiede aiuto e la democratica alternanza delle forze di Governo centrale e locale favorisce la carenza di “gioco di squadra”.

Una “governance” digitale vo’ cercando…

Come uscire da questa fase e fare meglio?

  • In particolare la politica dovrebbe definire obiettivi nazionali specifici per l’amministrazione centrale e per quella locale. Pochi obiettivi per facilitarne l’attuazione e il controllo.
  • Le Regioni dovrebbero attivare meccanismi di “vaso comunicante” al fine di omogeneizzare gli skill e il riutilizzo di soluzioni tecnologiche.
  • La politica dovrebbe assicurare che le Leggi siano applicate mentre AgID dovrebbe aiutare ad applicarle con diffuse e specifiche indicazioni operative riportando in auge i Quaderni AIPA e CNIPA che tanto successo hanno avuto nel passato.
  • Il Team digitale è importante per le specifiche professionalità che lo caratterizzano. E’ molto utile per indicazioni nella realizzazione di codice, per la semplificazione e omogeneizzazione architetturale delle soluzioni e per il supporto alla progettualità delle amministrazioni.

In questo biennio ha potuto affrontare e gestire le difficoltà di “contestualizzazione” delle proprie competenze all’interno della complessità della PA centrale e locale.

Concludendo possiamo dire che i problemi sono noti, le soluzioni anche ma si ricade sempre negli stessi errori.

Competenze, ingerenza politica, discontinuità operativa ciclica, non applicazione delle norme senza conseguenze reali, Governance distribuita, numerosità di progetti, gestione progettuale degli stessi a tempi indefiniti.

Non può essere il nuovo DG di AgID a risolvere queste situazioni così estese e complesse. Con un adeguato potere economico e di “comando” la situazione potrebbe migliorare.

Il digitale non dovrebbe avere colore politico ma ad oggi così non è stato.

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