LA PROPOSTA

Digitale nei piccoli Comuni, non esiste il “costo zero”: ecco da dove ripartire

Riduzione dei data center, accorpamento degli uffici, personale dedicato: passa da qui (ma non solo) un rilancio per la digital transformation della Pubblica amministrazione locale. Analizziamo i punti critici del decreto Semplificazioni e le strategie da mettere in atto

Pubblicato il 01 Dic 2020

Andrea Tironi

Project Manager - Digital Transformation

digitaL transformation

Una politica attenta, spinta economica, partner tecnologici abilitanti, domanda di servizi digitali da parte dei cittadini. Sono questi gli ingredienti base per la digital transformation della PA. Ma il Dl Semplificazioni non sembra ancora orientato in questa direzione.

Vediamo come rilanciare il progetto per rendere la Pal una “Amazon per cittadini digitali“.

Digital transformation per la PA

Lo spunto per questa riflessione mi è arrivato leggendo un interessante articolo di Carlo Mochi Sismondi su Agenda Digitale, “Semplificazioni, così non innoviamo la PA. Mochi: “Ecco le quattro mosse che mancano ancora, in particolare quando afferma: “Chiarezza negli obiettivi, nei tempi e nelle risorse per la digital transformation delle amministrazioni pubbliche”. Il “terzo punto” individua un argomento a me molto caro: l'”accompagnamento” della Pal verso il digitale.

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Da anni cerchiamo come azienda di accompagnare la trasformazione digitale nei comuni medio-piccoli (sotto i 10.000 abitanti) e mi piacerebbe focalizzare alcune opzioni che ho valutato nel tempo (e che a volte vanno oltre le mie e le nostre possibilità) ma che potrebbero far fare il salto alla PAL dei comuni.

Opzione 1: fusione disruptive

La soluzione sicuramente più efficiente e di medio-lungo periodo è eliminare i comuni sotto gli X mila abitanti, con X uguale a 1, 3 o 5 mila (con X=5 i comuni di cui si parla sono 5495). Eliminarli vuol dire che i comuni si aggregano come unione e/o diventano un comune solo fondendosi. Dal punto di vista dell’efficienza tecnologica, dei costi, dell’ottimizzazione del personale questa soluzione non ha paragoni.

Dopo un investimento iniziale in tecnologia per unire le basi dati, in attività per unire gli uffici e le funzioni, in “battaglie” personali per le responsabilità, è chiaro che avere un solo ente con più persone, una sola sede invece di N, un solo “server” invece di N, una sola gestione invece di N è più efficiente.

Inoltre si potrebbe ridurre drasticamente i datacenter della PA, passando dai 22.000 attuali ai probabilmente 19.500 (5000 comuni con un rapporto 1 a 3 di fusione, rende il numero a 1600 circa, ovvero si fondono/spariscono ben 3400 comuni), con una riduzione del 15% circa. I fondi in questo momento non mancano/mancheranno. L’Europa accetterebbe di gran lunga una soluzione del genere.

La fattibilità c’è, la Regione Emilia Romagna lo fa da tempo. I comuni assorbiti potrebbero mantenere le sedi comunali come sportelli al cittadino nel medio termine, intanto che tutti i servizi diventano digitali e i nuovi cittadini diventano i nativi digitali. In fondo, qualcuno è mai andato in un negozio Amazon per caso?

Se rendiamo efficiente e digitale la PA, nessuno vorrà più andare allo sportello. Farlo in maniera massiva ovviamente ha degli aspetti di complessità superiori all’impatto che può avere la sola Emilia Romagna con qualche comune all’anno. Questi aspetti vanno valutati: ma è una possibilità che per tanto “folle” che possa sembrare va messa sul tavolo.

Opzione 2:  Systemic Innovation

Da anni si chiede ai piccoli comuni di digitalizzarsi a “costo zero”. Questo lo devono fare gli RTD (Responsabile per la Transizione Digitale, un ufficio che deve essere creato a costi invariati). Ma poco succede: poiché mancano fondi, l’RTD lo fa il Segretario e gli effetti sono piuttosto limitati. Nel decreto semplificazione la parte che trovo “orribile” è quando si continua a dire che è necessario fare digitalizzazione/innovazione (pagopa, IO etc etc) senza costi.

Come si può fare innovazione senza investire? E’ una cosa che sa fare solo la PA (ovvero che non sa fare nessuno, perché poi la PA non fa niente e le cose rimangono uguali). Per fare systemic innovation, come ricorda Mochi Sismondi, serve altro: “Nelle raccomandazioni per il Governo lasciate quasi due anni fa – si legge nell’articolo -, alla fine del suo incarico di Commissario straordinario, Diego Piacentini ha proposto di ‘formare un team dedicato all’implementazione della trasformazione digitale della pubblica amministrazione e alla sua esecuzione sul territorio, in affiancamento e a supporto delle amministrazioni centrali, locali e ai fornitori di tecnologia.

Una prima stima è di 510 esperti di tecnologia e di processi industriali di cambiamento (di cui indicativamente 115 all’interno del team centrale, 105 in assegnazione alle PA centrali che vengono coinvolte nella gestione dei progetti lanciati dal Team e 290 sul territorio in affiancamento alle amministrazioni centrali, locali e ai fornitori di tecnologia). Questo tipo di qualifica è riscontrabile raramente nei dipendenti della PA”.

L’eredità di Piacentini

Il documento di Piacentini era un lascito a chi sarebbe arrivato dopo, e spiegava con chiarezza il perché di tante proposte, oltre che il come e con cosa. Molte sono state portate avanti. Ma quello che manca ad oggi è presenza sui territori. Pensare che i territori possano farcela da soli a fare trasformazione digitale, a invarianza di costi, è “simpatica utopia”.

Per fare trasformazione digitale, in un ente locale di piccole dimensioni, servono almeno 5 attori:

  • una politica attenta al digitale
  • la forza economica
  • un partner tecnologico abilitante (che dà all’ente il supporto tecnologico neutro per fare le scelte che deve fare)
  • uno o più partner tecnologici (fornitori) che forniscono soluzioni possibilmente compliant alle disposizioni normative
  • domanda di servizi digitali da parte dei cittadini

La politica attiva e attenta al digitale non si “attiva” dalla mattina alla sera. I sindaci sono protempore (durano dai 5 ai 10 anni anni, in base alla rielezione), puntano alla rielezione in molti casi, hanno un sacco di problemi che ritengono più importanti del digitale e usano ancora i soldi per gli asfalti e le buche in via prioritaria. Che incentivo hanno a pensare al digitale? Oltretutto sono alle prese con un periodo non facile di governance (Covid-19) e non sono esperti di tecnologia.

I segretari comunali non aiutano i sindaci lato digitalizzazione, perché spesso sono “manager” presenti molto poco (qualche ora la settimana), con competenze burocratiche e legali, ma non di project management, people management e tecnologiche. Quindi possono aiutare il sindaco solo laddove capiscono, visto che non hanno tempo nemmeno per fare il “loro” burocratico lavoro.

Il partner tecnologico abilitante spesso si fonde con il fornitore di soluzioni, quindi fa il proprio interesse e non quello dell’amministrazione. Il fornitore dice che la sua soluzione è la migliore, e quindi indirizza l’ente sui propri prodotti, non puntando alla maturazione dei servizi, ma alla fornitura e al lockin.

Due proposte per il rilancio

  • Un Innovation Manager per la PA. Forse una persona sola è poco, ma un innovation manager per la PA potrebbe essere una proposta (e provocazione) che aiuti i comuni a migliorare affiancandosi a Sindaci e Segretari e cambiando così dinamiche, processi e tecnologie negli enti.
  • Un team di digitalizzazione. Un gruppo di persone che “di mestiere” fa la digitalizzazione degli enti locali, si prende in capo 50-100 comuni, li porta ad un livello di digitalizzazione al passo con i tempi (pagoPa, iO, Spid, Anpr) e poi procede su altri 50-100 comuni in un progetto annuale. Una specie di “cottimisti del digitale” assunti centralmente.

Entrambi avrebbero il compito di eseguire il piano triennale. So che dovrebbe farlo l’RTD, ma fino anche l’RTD sarà il segretario comunale che diventa un accentratore di responsabilità che poi non hanno attuazione, ha poca utilità. Quindi potrebbero entrare nel suo staff e dargli quelle competenze manageriali e di tecnologia che gli mancano, coadiuvandolo con anche l’apporto della politica (il Sindaco).

Personale e meccanismi di premialità

Ma si può andare oltre: e se cambiasse il progetto? Proviamo ad immaginare una governance diversa: la PAL come gli sportelli bancari. Io accedo alla sportello comunale ovunque sia e ho i servizi che si danno a livello comunale. Faccio la CIE, chiedo dettagli sulla mia TARi, chiedo un sussidio dei servizi sociali. Alcuni hanno già detto che questa è utopia, ma le visioni sono utopie solo fino a che qualcuno non le attua.

Sul rilascio della CIE ne abbiamo parlato con il Ministero dell’Interno. L’unico limite sembra quello di avere in ANPR un flag che dica se la CIE è rilasciabile oppure no, perché questo dato ce l’ha solo il comune di residenza. Se ci fosse questo flag potrei fare la CIE dove voglio, senza problemi. E questo ridurrebbe la congestione di richieste CIE nelle grandi città permettendo di fare la CIE nei comuni medio-piccoli, con una redistribuzione fatta dai cittadini in “automatico” delle richieste. Se poi queste richieste fossero visualizzabili in un pannello di prenotazione “AgendaCie” che per esempio avverte che “il comune che ti permette di fare la CIE più velocemente nel raggio di 30 km è il comune di Crema”, sarebbe il massimo per il cittadino.

Certo ci sono problemi organizzativi da valutare (il dimensionamento del personale dei comuni in base agli abitanti) e economici (se i tuoi cittadini vengono al mio comune, direbbe un Sindaco, mi paghi tu i servizi?). D’altra parte se un comune eroga servizi migliori e serve più cittadini, si possono trovare meccanismi di premialità.

Credo questo sia #cittadinoalcentro. Probabilmente è ora di vedere una nuova PAL e partire da una nuova governance per trasformazione grazie a fondi e persone. La PAL che, con tutta la buona volontà, non ce la può fare da sola. Del resto chiosa Mochi Sismondi: “Ora i soldi ci sono, i progetti anche, la responsabilità politica è chiara: sbagliare sarebbe imperdonabile”.

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