Eurostat 2019, è stallo digitale in Italia ed Europa | Agenda Digitale

DIGITAL ECONOMY AND SOCIETY

Eurostat 2019, è stallo digitale in Italia ed Europa

Dai primi dati Eurostat per il 2019, su cui si baserà il DESI 2020, emerge un’Europa digitale in sostanziale stagnazione, con la conferma dell’arretratezza delle PMI e un ritardo sulle competenze digitali che in Italia assumono il carattere di emergenza. Analisi e auspici che le nuove strategie diano presto frutti concreti

20 Gen 2020
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

EU flag waving in front of European Parliament building. Brussels Belgium

La nuova rilevazione Eurostat 2019 sulla Digital Economy and Society in Europa, la cui elaborazione porterà nei prossimi mesi al calcolo del DESI (Digital Economy and Society Index) 2020, conferma la presenza di due aree di particolare difficoltà (competenze digitali e innovazione delle PMI), con un trend positivo, ma lento, di miglioramento sulle diverse aree analizzate e una divaricazione ancora molto pronunciata tra i Paesi (che rende la media UE un dato spesso poco utile per l’analisi).

E con un fenomeno da non trascurare: se nella fascia di età 16-24 ormai l’accesso quotidiano a Internet supera il 98% per molti Paesi, gli usi avanzati (acquisti, internet banking, ..) rimangono sostanzialmente appannaggio di poco più tre quarti della popolazione di questa fascia in quegli stessi Paesi, ed è presente una percentuale non trascurabile di popolazione (per diversi Paesi oltre il 10%) che in quella fascia di età non possiede un livello di competenze digitali almeno di base. In questo contesto, la situazione italiana rimane tra le peggiori.

Ma andiamo per ordine, sapendo che il commento non potrà che prendere in considerazione solo alcuni dei dati pubblicati da Eurostat.

Gli indicatori chiave UE

Come nel 2016, nel 2017 e nel 2018, rimane positivo anche quest’anno il trend nelle aree in cui erano già stati raggiunti i target europei fissati per il 2015, come:

  • Popolazione che usa servizi di eGovernment e trasmette moduli, che nel 2019 sale al 38% (4% in più del 2018), grazie alla crescita di paesi come Regno Unito, Francia, Spagna e con un valore che però rimane basso e ancora frenato da Paesi come Germania (che cresce poco, fino al 21%) e Italia (sostanzialmente stabile al 14%);
  • Popolazione che ha acquistato online negli ultimi 12 mesi, che sale al 63% nell’Europa a 28 (con un incremento del 3% nell’ultimo anno, come nel 2018), con divari notevoli tra i Paesi (l’Italia, ad esempio, è al 38%, mentre la Francia è al 70% e la Germania al 79%);
  • Popolazione che usa internet regolarmente (almeno una volta la settimana), che va all’85% (2% in più del 2018, in crescita simile all’anno scorso), con Francia, Spagna e Germania oltre l’87% e l’Italia al 74%,  con il 79% della popolazione che usa internet quotidianamente e con un accesso ad internet via smartphone che è cresciuto in un anno dal 76% all’84% tra chi ha utilizzato Internet negli ultimi 3 mesi;
  • Popolazione che non ha mai usato internet o che non lo ha usato nell’ultimo anno, che scende all’11% (con una nuova riduzione del 2% nell’ultimo anno), frutto di un divario significativo tra Paesi come la Bulgaria, al 29%, ma anche l’Italia, al 20%, e Paesi come Germania, al 6%, Regno Unito al 4% e Svezia al 2%).

Si consolida il raggiungimento del target fissato per il 2015 (50%) e raggiunto nel 2018 sull’indicatore Popolazione che usa servizi di eGovernment, che raggiunge il 55% (3% in più del 2018).

Non ci sono progressi significativi per l’innovazione delle PMI, ambito in cui l’UE non riesce ancora a raggiungere il valore che era stato fissato come obiettivo per il 2015:

  • l’indicatore PMI che vendono online, infatti, al 18%, registra soltanto un piccolo incremento, poco significativo, dell’1% dopo tre anni di stasi al 17%, ancora molto lontano dal target del 33%, non ambizioso obiettivo fissato per il 2015. Il dato sconfortante di quest’anno è frutto in buona parte di alcuni arretramenti riscontrati nell’area Euro, soprattutto in Germania, di una stasi che coinvolge l’Italia (ferma al 10%) e anche la Francia, al 15%, solo parzialmente compensata dalla crescita di paesi come il Regno Unito (dal 19 al 24%), e l’Irlanda (dal 30 al 35%). Insomma, permane una forte difficoltà da parte delle PMI europee nel partecipare alla strategia di crescita digitale, mantenendo il coinvolgimento su aspetti essenzialmente di immagine (il 77% delle PMI ha un sito web) e non sostanziali sul business e sull’organizzazione interna. In un contesto, però, di generale ritardo, con una percentuale di grandi imprese che vendono online che vanno dal 64% della Svezia al 14% della Bulgaria (l’Italia è al 26%, la Germania al 36%).

Europa digitale, una prima valutazione: trend positivi e aree critiche

I problemi chiave che avevamo evidenziato anche nell’analisi dei dati 2018  rimangono sostanzialmente invariati, con un conseguente aggravamento della situazione, provocato probabilmente anche dagli effetti di una complicata transizione tra la vecchia e la nuova commissione.

L’auspicio è che possano rappresentare degli spunti di riflessione per la nuova Commissione UE, che ha posto il tema della crescita digitale come uno dei principali da sostenere.

Queste le principali aree critiche che credo sia utile porre in maggiore evidenza:

  • i divari tra i Paesi rimangono ancora troppo elevati;
  • l’innovazione nelle PMI non cresce in modo significativo;
  • le competenze digitali e l’uso di Internet.

Divari tra i Paesi e coordinamento

Non possiamo riscontrare neanche nel 2019 azioni di rilievo sulla diffusione delle buone pratiche, né la precedente Commissione UE è riuscita a creare un ambiente favorevole per lo sviluppo di tutti i Paesi, e i risultati lo evidenziano in modo chiaro. Monitorare il valore medio UE si consolida sempre più come un esercizio di stile, con poco significato sostanziale. D’altra parte, la nuova Commissione UE sembra 0rientata a dare impulso alla creazione di reti di collaborazione. Il coordinamento e l’accompagnamento per la diffusione di buone pratiche e per la omogeneizzazione degli strumenti normativi e di implementazione diventa fondamentale potrebbe essere così strutturato in modo finalmente efficace, superando le difficoltà mostrate da iniziative come la “Digital Skills and Jobs Coalition”, nonostante il lancio a settembre 2018 del piano delle 9 azioni da parte della Commissione UE.

In questa prospettiva potrebbe essere molto opportuno e utile un approccio metodologico che si basi sull’individuazione di fattori abilitanti e anche di una roadmap di maturità, partendo ad esempio dall’elaborazione dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano.

L’innovazione delle PMI

L’innovazione nelle PMI non si sviluppa in modo significativo. Di conseguenza, l’investimento sulla crescita digitale delle PMI per recuperare l’attuale ritardo, che rimane molto elevato e diffuso, non è più eludibile. Non è un caso che nella missione della commissaria Vestager ci sia la definizione e l’implementazione di una “nuova strategia per le PMI”, chiara ammissione del fallimento delle precedenti iniziative.

Nuova strategia significa andare oltre le iniziative già promosse dalla precedente Commissione UE. Il basso livello di competenze digitali della forza lavoro rimane un grande problema (nel 2019 solo il 66% possiede competenze digitali almeno di base, con una divaricazione consistente tra paesi come Germania, al 77%, regno Unito all’84% e Italia al 49%, la Romania al 36%), ma anche dei manager e degli imprenditori (nonostante cresca l’attenzione alla disponibilità di dispositivi mobili ai lavoratori, uno degli indicatori di eleadership per la digital transformation, anche qui con una divaricazione notevole tra i paesi scandinavi e gli altri paesi). Il ritardo nelle competenze digitali è certamente una delle cause di maggior peso per giustificare questa sostanziale stagnazione,anche se la struttura del mercato influisce in modo sempre più notevole.

È da rilevare anche come sia simile il trend stagnante tra grandi imprese e PMI rispetto all’utilizzo di tecnologie digitali per digitalizzare l’integrazione di processi come ERP (stabili a 76% e 33% rispettivamente come media UE) e CRM (stabili a 61% e 31% rispettivamente come media UE), dove la stasi che si registra è frutto anche di alcune regressioni significative in alcuni dei paesi di elevate dimensioni, come la Germania (che arretra sul complesso delle imprese dal 38 al 29% per l’uso di ERP e dal 46 al 43% nel CRM).

Se poi consideriamo come precondizione alla crescita digitale anche il livello di connessione, e in particolare quella ad almeno a 30 Mbps, nonostante continui a buon ritmo la crescita (la media UE è passata dal 43% al 49%), non si è ancora superata la metà delle PMI e in alcuni paesi di grandi dimensioni la percentuale è ancora molto bassa (ad esempio la Francia al 29% e l’Italia al 37%) anche se si registrano degli incrementi notevoli in diversi paesi come l’Italia, la Spagna (dal 47% al 60%) e il Regno Unito (dal 43% al 53%).

Competenze digitali

Quella delle competenze digitali rimane una delle principali aree critiche, con una media UE di popolazione che possiede almeno le competenze digitali di base, secondo il modello DigComp, che vale il 58%, con forti divaricazioni tra i Paesi, e una difficoltà che rimane anche se si considera soltanto la forza lavoro attiva (66%). La percentuale sale se si considerano soltanto i lavoratori delle PA (77%, con l’Italia al 64%).

Se andiamo a valutare le competenze digitali superiori a quelle di base, la media UE scende al 33%, e al 39% considerando solo la forza lavoro attiva.

Se si considerano le competenze almeno di base in materia software, la media UE è del 60% (stabile rispetto al 2017), che sale al 69% se si considera soltanto la forza lavoro attiva.

La situazione dell’Italia

L’Italia mostra positivamente progressi su gran parte dei fronti, ma in nessuno di questi riduce il divario verso gli altri Paesi europei in modo significativo. Molti dei dati sull’Italia erano già stati presentati tra l’altro a fine dicembre da Istat nei due rapporti “ICT nelle Imprese”, dove si evidenziava il buon progresso registrato sul fronte delle connessioni veloci e ultraveloci (8% per le PMI rispetto al 2018) a fronte di una situazione ancora non soddisfacente, e “Cittadini e ICT”, dove emergeva una situazione di generale stagnazione, legata a fattori non ancora affrontati in profondità (livello di istruzione, competenze digitali), con qualche segnale positivo legato all’incremento dell’accesso a Internet degli adulti over 65 e della maggiore frequenza nell’utilizzo di Internet da parte di coloro che comunque già accedevano.

È utile pertanto qui soffermarsi sui progressi e sui dati nazionali rispetto a quelli degli altri paesi europei. Ci focalizziamo su alcune aree di analisi, ripercorrendo la struttura dei dati Eurostat e del DESI.

Divario digitale di genere

Il divario digitale di genere rimane pronunciato rispetto ai grandi Paesi europei (5% è il gap tra maschi e femmine sulla popolazione di chi non ha mai usato internet o negli ultimi 12 mesi, mentre in Spagna, ad esempio, quest’anno è stato azzerato e nella media UE è l’1%). La nota positiva è che il divario digitale di genere si riduce con il diminuire dell’età, fino a sparire nella fascia dei giovani tra 16 e 29 anni (stesso valore per maschi e femmine, al 6%).

Capitale umano

I dati sulle competenze digitali sono senz’altro tra i più preoccupanti, anche perché è chiaro che si tratta di uno dei fattori che condiziona maggiormente la crescita digitale. I precedenti dati per l’Italia erano del 2016.

Un’analisi approfondita è stata presentata su questa testata sui dati pubblicati a dicembre da Istat, mettendo in risalto come l’analfabetismo digitale si innesti in una situazione di generale basso livello di istruzione. Qui ci soffermiamo sul confronto dei dati 2019 con gli altri Paesi, valutando in particolare alcuni indicatori utilizzati nel DESI e nelle analisi dei Digital Maturity Index dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano:

  • per quanto riguarda le competenze digitali almeno di base, solo il 42% degli italiani le possiedono (senza progressi dall’ultima rilevazione), rispetto al 58% della media UE il 57% di Francia e Spagna e il 70% della Germania, con un ritardo che rimane tale in tutte le fasce d’età, anche in presenza di basso livello di istruzione e anche se si considerano soltanto gli utenti Internet. Qui soltanto il 55% degli utenti Internet italiani ha competenze digitali sufficienti, lontani rispetto a una media UE del 67% e a paesi come la Germania al 75% e Francia (64%) e Spagna (63%);
  • per quanto riguarda le competenze digitali superiori a quelle di base, l’Italia è al 22% (3% in più rispetto al 2016), rispetto al 33% della media UE, il 36% di Spagna e il 39% della Germania, con un ritardo che rimane tale in tutte le fasce d’età, anche in presenza di alto livello di istruzione e anche se si considerano soltanto gli utenti Internet;
  • pertanto riguarda le competenze almeno di base in materia software, l’Italia è al 45% (3% in meno rispetto al 2016), rispetto al 60% della media UE (stabile rispetto al 2017), il 52% di Spagna e il 71% della Germania, con un ritardo che rimane tale in tutte le fasce d’età, anche in presenza di alto livello di istruzione e anche se si considerano soltanto gli utenti Internet
    Uso di Internet

Dati preoccupanti rimangono nell’area degli usi di Internet, dove il DESI 2019  collocava l’Italia in quart’ultima posizione, poiché i progressi pur significativi non consentono recuperi rilevanti. In particolare:

  • sul fronte dell’uso regolare di internet (almeno una volta la settimana) l’Italia è al 74%, in crescita del 2%, ma comunque lontana dalla Spagna (88%, in crescita del 5%), Francia (87%) e Germania (91%), anche loro in crescita come l’Italia.
    Andando ad un’analisi di dettaglio, i giovani italiani tra i 16 e i 24, pur con l’elevata percentuale del 91%, sono più avanti solo dei giovani bulgari (Spagna e Germania sono al 99%), mentre la progressione del 5% degli adulti italiani tra 65 e 74 anni (dal 34% al 39%, 12 punti percentuali in due anni, con uso dello smartphone per l’accesso che si raddoppia dal 12 al 24%) rende questa fascia quella tra le più dinamiche di quelle osservate in UE, anche se comunque con percentuale molto lontana dal 65% della Francia, e dal 57% della media europea;
  • rimane decisamente alta (20%) la percentuale di chi non ha mai usato Internet o non lo ha usato nell’ultimo anno, anche se la riduzione che si registra (anche quest’anno il 3%, come l’anno scorso) è comunque significativa, pur non spostando molto la posizione relativa in un panorama in cui si registrano riduzioni anche superiori (Bulgaria, Croazia) e i paesi di dimensioni simili all’Italia come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito hanno percentuali inferiori alla media UE dell’11% e continuano pure a diminuire.
  • per quanto riguarda le attività su Internet, nel caso dell’uso dell’internet banking l’Italia migliora passando dal 46 al 48% degli utenti internet, ma la Germania passa, ad esempio, dal 64% al 66%, in linea con la media UE, o in quello dell’utilizzo dell’e-commerce, dove un lieve progresso del 2% porta la percentuale di utenti internet italiani che ha acquistato online negli ultimi 3 mesi al 37%, senza modificare sostanzialmente però il rapporto con gli altri Paesi, con la Spagna al 52% e la Francia al 65% (la media UE è il 61%). Rimane bassa la percentuale di chi partecipa ai social network (che scende dal 63 al 56%, come la Germania, solo la Francia ha una percentuale inferiore) o quella di chi utilizza la rete per ascoltare musica e fruire di video (che però sale dal 54% al 58%, davanti a Germania e Francia e dietro la Spagna con il 69%, mentre la media UE è il 62% ). Per la lettura di notizie online l’Italia supera la Romania, progredendo dal 56% del 2017 al 58% (con un salto notevole nella fascia 65-74 anni dal 29 al 48%), ma la distanza dalla media UE (72%) e da paesi come la Spagna (78%) rimane notevole.
  • il timore che ci siano rischi legati alla sicurezza sugli acquisti online o sull’internet banking influisce molto poco in Italia (14 e 13% tra gli utenti internet) rispetto ad esempio a paesi come la Spagna, dove la preoccupazione sulla sicurezza è motivo per non effettuare acquisti online o per non utilizzare l’internet banking rispettivamente per il 26% e il 22% degli utenti internet.

eGovernment

Si confermano i dati dell’eGov benchmark 2019 con buoni risultati sul fronte della disponibilità dei servizi digitali e una penetrazione molto bassa. La percentuale di chi ha sottoposto moduli compilati all’amministrazione (tra chi ha utilizzato internet negli ultimi 12 mesi) ha un lieve regresso dal 19% al 18%, rispetto a una media europea del 43%, in crescita, e con Paesi come la Spagna che continuano a vedere crescere la propria percentuale, quest’anno dal 47 al 51%.

Fa riflettere, se proviamo un approfondimento sulla fascia 25-54 anni con livello alto di istruzione, il fatto che l’interazione online con le PA raggiunge quota 51% (in decrescita), a fronte di percentuali del 99% in Finlandia e del 95% in Francia, con una media UE dell’83%.

Il timore che ci siano rischi legati alla sicurezza nelle interazioni con le PA influisce molto poco in Italia (6% tra gli utenti internet) rispetto ad esempio a Paesi come la Germania e la Spagna (dove il rischio è motivo di non interazione con le PA per il 15% degli utenti internet).

Innovazione nelle imprese

Rispetto all’utilizzo del digitale da parte delle imprese, la posizione delle PMI italiane rimane anche nel 2019 tra le peggiori, pur se in leggera crescita: la percentuale di PMI che vendono online è ferma al 10% (davanti solo alla Bulgaria), in una situazione europea di criticità diffusa.

Rispetto alla digitalizzazione dei processi interni (ad esempio per l’utilizzo di sistemi ERP e CRM), la situazione italiana rimane complessivamente poco inferiore gli altri paesi di dimensioni simili: il 35% delle PMI ha un ERP e 26% un CRM mentre in Germania si registrano valori rispettivi del 43% e del 28%), e simile è il posizionamento rispetto all’uso di social media (47% delle imprese contro una media UE del 53%, stesso valore della Spagna, ad esempio).

Una prima valutazione per l’Italia

In confronto agli altri Paesi Europei, soprattutto quelli di dimensioni simili, la situazione italiana rimane di generale ritardo e la lieve crescita su alcune aree non avviene con tassi sufficienti a registrare un recupero significativo nei confronti dei Paesi europei di riferimento per dimensione (Spagna, Francia, Germania, Regno Unito e anche Polonia).

Senz’altro influisce anche il fatto che, dato lo stato di partenza, le principali azioni avviate non abbiano ancora dispiegato impatti significativi (mi riferisco ad esempio al Fondo Innovazione, a Impresa 4.0, al voucher per gli Innovation Manager, ai progetti del Piano Triennale ICT della PA inclusa la conseguente accelerazione prodotta su ANPR e la rimodulazione normativa e organizzativa che è stata definita su SPID).

Le aree di maggiore sofferenza, relative ai servizi di e-government, dell’innovazione delle PMI, degli usi di Internet sono correlate tutte alla carenza grave di competenze digitali, attualmente una delle principali zavorre per la possibilità di innovazione del Paese (e una delle principali leve di sviluppo). Fa ben sperare che la strategia presentata dal Ministro dell’Innovazione Tecnologica e la digitalizzazione, in consultazione fino al 30 aprile, affronti in un quadro strategico tutte queste aree critiche, e che in questi mesi siano previsti dei piani operativi, per una risposta programmatica e complessiva, che è indispensabile siano accompagnati dalle risorse necessarie.

Mi sembra siamo dentro gli auspici avanzati a valle dell’analisi dei dati Eurostat 2018: “si deve puntare con convinzione ad affrontare in modo organico e incisivo i temi dell’innovazione delle imprese e quello, di vera emergenza, delle competenze digitali”.

Su quest’ultimo fronte, in particolare, Repubblica Digitale nel documento “Italia 2025” viene indicata come l’iniziativa strategica nazionale (tanto attesa e suggerita più volte da commissione UE e OCSE), necessaria per affrontare il tema delle competenze digitali. Certamente non bastano la consapevolezza dei dati, una strategia e un percorso adeguati: per conseguire un rapido e significativo cambiamento occorre che la trasformazione digitale e l’innovazione diventino realmente una priorità governativa e in generale del Paese.

L’auspicio, che i nuovi segnali sembrano prospettare positivamente, è che il 2020 sia davvero l’anno della svolta per un reale cambio di passo.

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