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bilancio e consigli

Fare l’Italia digitale, dopo Piacentini: ecco come

Una strategia per informatizzare la PA, focus su progetti chiave (Spid, Anpr, PagoPA), una governance per coordinare la trasformazione digitale del Paese. Sono molte le iniziative avviate da Diego Piacentini, dal suo team e Agid. Altre non è riuscito a farle e potrebbero essere prese in carico dal suo successore. Ecco quali

15 Ott 2018

Luca Gastaldi

Direttore dell'Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano

Italia digitale

È tempo di bilanci riguardo all’operato di Diego Piacentini come Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale. Iniziato nel 2016, sotto il governo Renzi, tale mandato prevedeva di:

  • accelerare e coordinare tutti gli Enti, le Agenzie e le Istituzioni italiane con deleghe e competenze in materia di agenda digitale;
  • forzare in alcuni casi l’attuazione degli interventi di digitalizzazione.

Il “giudizio” del DESI a Piacentini

Se ci si limita a guardare gli effetti delle azioni prodotte, prevalentemente misurate dal DESI, si rischia di concludere che l’attività commissariale sia stata infruttuosa. L’Italia è infatti quartultima in Europa sull’indice, davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania e lontana dai Paesi a lei simili (Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e Polonia). Come ho già avuto modo di sottolineare in un articolo scritto con Nello Iacono:

  • nell’area della connettività siamo 26esimi su 28 Paesi (retrocedendo di una posizione rispetto all’anno prima): siamo molto in ritardo su copertura e utilizzo di banda larga a 100 mbps;
  • nell’area del capitale umano siamo 25esimi su 28 Paesi (anche in questo caso retrocedendo di una posizione rispetto all’anno prima): l’Europa ci contesta l’assenza di una strategia sul fronte delle competenze digitali;
  • nell’area dell’utilizzo di internet ci confermiamo al penultimo posto in classifica: lievi aumenti nello shopping online e utilizzo di eBanking ma meno degli altri Paesi EU;
  • nell’area dell’integrazione delle tecnologie digitali siamo 19esimi su 28 Paesi (ancora una volta retrocediamo di una posizione rispetto all’anno prima): critico il fronte dell’Ecommerce delle PMI;
  • nell’area dei servizi pubblici digitali rimaniamo 19esimi su 28 Paesi, la stessa posizione dello scorso anno: miglioriamo su open data pubblici ma abbiamo servizi eGov poco usabili.

Insomma: quando è andata bene abbiamo mantenuto la posizione dello scorso anno; nella maggior parte dei casi abbiamo perso posizioni e continuiamo ad essere fanalino di coda nell’Europa digitale.

Non bisogna tuttavia usare il DESI come metro per giudicare quanto prodotto da Piacentini. Per due ragioni:

  • L’ultima versione del DESI fa riferimento a dati raccolti a metà 2017. Tali dati permettono di fare un bilancio parziale dell’operato di Piacentini, soprattutto se si considerano i tempi per rendere il suo team operativo.
  • È velleitario pensare di migliorare in poco tempo la nostra posizione sul DESI. Anni di miopia sul fronte del digitale non possono essere corretti in poco tempo, soprattutto se si pensa che gli altri Paesi non stanno fermi a guardare il nostro recupero ma investono molto sull’innovazione digitale.

La trasformazione digitale del nostro Paese — in particolare della nostra PA — è un’impresa titanica che non si può pensare di demandare a 30 persone guidate da un bravo leader per 2 anni. Penso che Piacentini abbia fatto tanto lavoro per cercare di metterci nelle condizioni di non doverci più rivolgere a un Commissario straordinario per attuare la nostra Agenda Digitale. D’altro canto, ci sono alcune cose che Piacentini non è riuscito a fare e che mi sento di suggerire al prossimo Commissario che si insedierà a capo del Team per la trasformazione digitale.

Cosa è stato fatto grazie a Piacentini (e Agid)

La gran parte dei risultati prodotti da Piacentini non sono riflessi nel DESI perché prodotti “dietro le quinte”. L’obiettivo del Commissario era infatti quello di creare un sistema operativo del Paese. Insomma: lavorare alle fondamenta e non al tetto dell’Italia digitale. Credo che i principali risultati che ci portiamo a casa grazie a Piacentini siano solide fondamenta:

  • il Piano triennale per l’informatica nella PA, che mette nero su bianco cosa fare nei prossimi anni;
  • l’accelerazione di alcuni progetti infrastrutturali chiave (SPID, ANPR e PagoPA);
  • una governance che sfrutti le più moderne tecnologie per coordinare gli sforzi di chi realizzerà la trasformazione digitale del nostro Paese.

Prima di approfondire tali risultati è necessario specificare che essi sono stati prodotti grazie a un lavoro congiunto con l’AgID. Se all’inizio del mandato di Piacentini il suo Team e l’Agenzia sembravano in forte contrapposizione tra loro, col tempo sono riusciti a stabilire una proficua collaborazione, dove ognuno si è focalizzato su specifici aspetti.

Il piano triennale

Per prima cosa il Team di Piacentini insieme ad AgID ha steso una strategia di digitalizzazione per la PA riconosciuta come moderna e adeguata da tutti gli addetti ai lavori. Il Piano triennale indirizza finalmente in modo chiaro la trasformazione digitale della PA italiana, fissando i principi architetturali fondamentali e le regole di usabilità e interoperabilità da seguire. Grazie al Piano si chiarisce il modello per lo sviluppo del digitale in ambito pubblico. Secondo tale modello:

  • centralmente sono realizzate le piattaforme (ad esempio PagoPA) che dovrebbero abilitare in modo irreversibile la digitalizzazione dei processi della PA;
  • le PA sviluppano servizi secondo le proprie specificità, utilizzando competenze interne o di mercato, appoggiandosi alle piattaforme nazionali e cercando di riqualificare la propria spesa in innovazione digitale;
  • le aziende private possono programmare investimenti di lungo periodo e sfruttare nuove opportunità di mercato, creando soluzioni che si integrino o valorizzino le piattaforme nazionali;
  • i cittadini godono di servizi pubblici più efficienti ed efficaci.

Il Piano ha diversi pregi:

  • poggia su alcuni principi chiave come la necessità di architetture multi-livello fortemente interoperabili e il coinvolgimento del privato per accelerare i processi di digitalizzazione della PA;
  • focalizza in un quadro organico le varie iniziative da intraprendere per superare il caratteristico approccio a “silos” storicamente adottato dalla PA nell’offerta di servizi digitali;
  • specifica come riqualificare i 5,6 miliardi di euro attualmente spesi dalla PA italiana in tecnologie digitali, indicando le azioni da fare entro specifiche scadenze da parte dei vari attori.

Come ho già indicato, il piano prevede 108 risultati da produrre di cui 44 sono stati ottenuti a un anno dal suo rilascio. L’avvicendamento di un nuovo Governo, di un nuovo Direttore presso l’AgID e, tra poco, di un nuovo Commissario, hanno rallentato l’attuazione e l’aggiornamento del Piano. La sfida dei prossimi mesi sarà quella di recuperare i ritardi accumulati, focalizzando meglio alcune aree ancora solo abbozzate ma chiave – come ad esempio quella relativa agli ecosistemi verticali.

I progetti infrastrutturali chiave

Oltre al Piano triennale, molta attenzione è stata posta sui progetti infrastrutturali chiave. Se in molti casi non è ancora stato realizzato il deciso cambio di paradigma che era stato auspicato con l’insediamento di Piacentini, i numeri in gioco riflettono un sistema che sembra aver “cambiato passo” e che finalmente si muove, con tutti i suoi limiti, verso un nuovo scenario in cui la PA digitale potrebbe essere funzionale e non un freno allo sviluppo degli altri settori dell’economia. Piacentini, in questo caso, ha deciso di concentrarsi su alcuni ambiti chiave che, una volta digitalizzati, dovrebbero attivare processi di cambiamento irreversibili e costituire delle fondamenta che non possano essere messe in discussione. Penso in particolare al lavoro fatto su ANPR, PagoPA e SPID, per cui riporto i risultati prodotti grazie alla spinta del Commissario:

Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR)

  • da uno a oltre 500 comuni subentrati in ANPR (anche se siamo lontani dal target di tutti gli 8.000 comuni entro la fine del 2018 ma spero di essere strabiliato);
  • da 16.000 a 8 milioni di cittadini presenti in ANPR (oltre il 10% della popolazione residente);
  • da zero a oltre 1.600 comuni in pre-subentro (che hanno fatto tutti i testi per integrare le loro anagrafiche a quella nazionale).

Sistema Pubblico dei pagamenti (PagoPA)

  • rivista l’interfaccia dell’applicazione che ora è semplice ed accetta pagamenti da PayPal e Satispay;
  • da 700.000 a 12 milioni di transazioni gestite (anche se siamo lontani dal target di 50 milioni fissato per la fine del 2018);
  • da 81 milioni a 1,7 miliardi di euro incassati;
  • da 14.000 a 17.000 PA aderenti al nodo dei pagamenti (complessivamente sono 23.000 e dovrebbero aver già aderito tutte a PagoPA);
  • da 10.000 a 13.000 PA attive (che hanno completato l’adesione al nodo);
  • da 80 a 400 prestatori di servizi di pagamento.

Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID)

  • da 100.000 a 2,8 milioni di identità digitali rilasciate; questo risultato, ad onore della cronaca, è maggiormente “figlio” dell’operato di AgID, in particolare grazie alle iniziative 18app e della Carta Docente;
  • ancora troppo pochi servizi pubblici che valorizzino SPID (3 comuni su 4 non hanno servizi online);
  • il livello di effettivo utilizzo di SPID da parte dei cittadini è ancora limitato e pertanto non comunicato.

La governance dell’agenda digitale

È stato profondamente rivisto il modo con cui le Istituzioni preposte al governo della trasformazione digitale del Paese interagiscono con gli altri attori che possono contribuire alle varie iniziative in corso. Durante il 2017 sono stati avviati diversi spazi virtuali con lo scopo di aggregare gli sforzi, discutere problemi e favorire la partecipazione attiva di PA, imprese, professionisti e cittadini:

  • una piattaforma (github.com/italia) per condividere e gestire revisioni in modo collaborativo alla documentazione tecnica associata all’Agenda Digitale e al codice sorgente relativo agli applicativi pubblici;
  • una community di sviluppatori (developers.italia.it) che aggreghi tutte le persone con competenze di programmazione interessate a contribuire alla digitalizzazione dei servizi pubblici;
  • una community di designer (designers.italia.it) e, più in generale, di tutti gli attori interessati a semplificare le interfacce utente e la grafica dei servizi pubblici, rendendole a misura di cittadino;
  • un forum (forum.italia.it) per discutere sui progetti, scambiarsi trucchi e consigli e parlare con i responsabili delle varie iniziative relative all’attuazione dell’Agenda Digitale;
  • un canale di collaborazione in tempo reale (developersitalia.slack.com) in cui è possibile gestire sia comunicazioni pubbliche che private, scambiarsi file e tenere facilmente traccia degli aspetti discussi;
  • uno spazio web (docs.developers.italia.it) che ambisce a raccogliere e rendere disponibile l’ultima versione di tutta la documentazione tecnica relativa all’attuazione dell’Agenda Digitale (regole, linee guida, piani di sviluppo, ecc.), permettendo una lettura chiara e agevole dei contenuti su ogni dispositivo;
  • una serie di newsletter per essere aggiornati sulle principali attività e/o su opportunità di lavoro connesse all’attuazione dell’Agenda Digitale;
  • diverse dirette live in cui esperti di AgID o del Team per la Trasformazione Digitale affrontano specifiche tematiche tecniche chiave e/o risolvono dubbi.

Questa apertura alla collaborazione è stata ulteriormente incentivata con due interventi degni di nota:

  • lo stanziamento di 1 milione di euro per lo sviluppo di codice interamente open source, tramite una serie di gare su MEPA6 rivolte a piccole aziende e startup con forti competenze tecnologiche;
  • l’organizzazione di un hackaton di 2 giorni, il più grande mai fatto in ambito pubblico, in cui 800 sviluppatori hanno generato 96 proposte di valorizzazione e utilizzo delle piattaforme abilitanti caratterizzanti l’Agenda Digitale italiana (SPID, DAF, 18app, CIE, ANPR).

È ancora troppo presto per valutare se tutte queste iniziative rappresentino un vero “scatto in avanti”: una rivoluzione in grado di cambiare il modo di collaborare per fare innovazione digitale in Italia. C’è sicuramente da contrastare il rischio che si generi uno spazio caotico e dissipativo, appannaggio solo di pochi tecnici e sconnesso dai decisori delle PA centrali e locali o dal mondo della Politica.

Cosa potrebbe fare il nuovo Commissario

Piacentini ha fatto tanto ma ci sono 4 ambiti su cui, a mio modesto parere, lui e il suo team potevano fare di più. Mi auguro che il nuovo Commissario focalizzi la propria attenzione su questi 4 ambiti, con l’aiuto di Agid e la sua dg Teresa Alvaro.

  • Migliorare il coordinamento con le Regioni: finalizzando gli accordi di collaborazione in atto e gestendo le regioni come hub per il dispiegamento delle strategie di digitalizzazione sui territori e il monitoraggio dell’execution.
  • Inquadrare gli acquisti pubblici come uno straordinario volano di digitalizzazione: e non, come oggi succede, come un freno alla trasformazione digitale del nostro Paese.

A questo proposito è necessario (per maggiori dettagli si veda questo mio articolo):

  • promuovere maggiormente sul territorio l’adozione degli strumenti di Consip: le PA locali non sono infatti pienamente consapevoli della possibilità di sfruttare i contratti quadro stipulati dal Soggetto aggregatore nazionale per soddisfare le proprie esigenze di digitalizzazione;
  • sciogliere definitivamente l’incertezza normativa sul tema: rendendo pienamente operativo il Codice dei contratti pubblici e rivederlo per andare definitivamente oltre la logica dei function points e delle offerte al massimo ribasso;
  • qualificare e aggregare la domanda pubblica di innovazione digitale: da questo punto di vista un ruolo chiave potrebbe essere giocato dalle società in-house tecnologiche;
  • favorire l’impiego di procedure di procurement innovativo: come appalti pre-commerciali e partenariati per l’innovazione, che consentono alle imprese private di collaborare con la PA per la realizzazione di iniziative di digitalizzazione.
  • Sviluppare un piano strategico per lo sviluppo di competenze digitali: in particolare servirebbe:
    • sensibilizzare PA, imprese e cittadini sulle opportunità offerte dal digitale e sui propri diritti e doveri nel modo del digitale;
    • fare assessment delle competenze digitali oggi a disposizione e di quelle necessarie per gestire adeguatamente il processo di transizione al digitale;
    • il rilancio di una scuola per la PA che non guardi alla sola dimensione legale-amministrativa ma che incorpori tutti gli elementi relativi a come favorire e gestire il cambiamento abilitato delle tecnologie digitali.
  • Usare maggiormente i poteri commissariali: forzando quando necessario alcuni enti pubblici a prendere scelte necessarie ad accelerare la trasformazione digitale del Paese.

Ulteriori suggerimenti per il prossimo Commissario

  • Cosa non fare: non si deve ricominciare da capo; al nostro Paese non servono nuove strategie di digitalizzazione ma perseveranza nel portare a termine le buone strategie definite con enormi sforzi negli scorsi anni.

  • Cosa accelerare: va accelerata l’attuazione delle strategie già identificate attraverso:
  • azioni volte a potenziare le infrastrutture materiali nazionali, come la progressiva copertura in banda ultra-larga del territorio, la razionalizzazione dei data center pubblici e l’introduzione del cloud computing;
  • il pieno sviluppo delle attuali piattaforme immateriali (SPID, ANPR, PagoPA).

  • Cosa è essenziale aggiungere:
  • Una chiara governance: in questo senso è necessario:
    • dare ascolto ai bisogni dei diversi territori e degli svariati stakeholder (pubblici e privati) che devono essere coinvolti nel processo di trasformazione digitale del Paese;
    • strutturare un sistema di monitoraggio dell’attuazione delle strategie di digitalizzazione che sappia coniugare aspetti tecnici ed economico-finanziari, valutando impatti e sostenibilità degli interventi proposti.
  • Un imponente piano di formazione e incentivazione: per non demandare l’innovazione solo ad alcuni ma coinvolgere attivamente tutti – in particolare il personale della PA – mettendolo nelle condizioni di comprendere il profondo cambiamento in atto, trasferendo metodologie e strumenti con cui re-ingegnerizzare i processi e sviluppare solide competenze digitali.
  • Un piano di comunicazione che promuova l’utilizzo di servizi pubblici digitali: per incentivare l’uso esclusivo del canale digitale (dove presente e funzionante) e riabilitare la reputazione della PA, spesso percepita come una forza inerziale indispensabile ma incapace di generare innovazioni digitali

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