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agenda digitale

Nuova governance digitale, Bruno Bossio: “Ecco perché è un salto nel buio”

La norma che sposta al premier o a un ministro delegato le funzioni del commissario all’Agenda digitale dal 2020 apre a molti rischi. Quello di paralisi dei progetti digitali nel 2019. Confusa l’idea di avvalersi di un ministro per una materia così trasversale. In generale è pericoloso che si lascino indefinite le funzioni

15 Feb 2019

Enza Bruno Bossio

deputato, Partito Democratico


Le nuove misure in materia di governance dell’agenda digitale nazionale rischiano di compromettere i risultati ottenuti grazie alle strategie messe in atto negli ultimi 5 anni, sia in termini di infrastrutture che di trasformazione digitale della PA, e di paralizzare le iniziative già in cantiere da qui al prossimo anno. Si tratta di un salto nel  buio che il Paese non può permettersi data la delicatezza della materia e la posta in gioco sia a livello sociale che economico. 

Nuova governance digitale e modernizzazione del paese

Le misure introdotte dall’art.8 concernente le “Piattaforme Digitali” del Decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135  – Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione” prevedono una nuova governance dell’Agenda Digitale italiana particolarmente generica, confusa, dilatoria, che rischia di incidere molto negativamente sul processo di modernizzazione del Paese.

Nessuno ha la certezza, prima, se effettivamente potrà funzionare questo o quel modello di governance di un sistema che guidi la transizione della PA italiana verso il digital first.

Ma certamente un ottimo antidoto è il confronto e la concreta semplificazione e specificazione del ruolo dei diversi attori che fino ad oggi sono intervenuti nel settore.

È del tutto evidente che con il governo giallo-verde questo confronto non c’è stato né nella forma né nella sostanza.

Infrastrutture digitali, gli interventi degli ultimi 5 anni

Vorrei al contrario evidenziare come e con quale metodologia i Governi PD si sono approcciati alla “questione digitale”.

Nel 2013 l’Italia versava in una situazione a dir poco drammatica, sia sotto il profilo delle infrastrutture, sia per quanto riguarda lo sviluppo digitale della pubblica amministrazione.

Per affrontare questo enorme “buco nero”, sono stati predisposti, nel marzo 2015 (dopo aver fatto confronti per mesi con stakeholder, operatori, regioni, istituzioni e soprattutto anche attraverso una consultazione pubblica online) due Piani strategici da parte del Presidente del Consiglio Matteo Renzi: il Piano della banda ultra larga e quello della crescita digitale mentre nel 2017, il Presidente Gentiloni ha firmato il Piano triennale per l’informatica. Senza dimenticare che nel 2016 è stato varato il Piano Industria 4.0.

È stato così possibile avviare un Piano complessivo in grado di far recuperare posizioni al nostro Paese. Se è vero che nell’indice digitale (DESI) del 2018 l’ Italia conferma una non lusinghiera venticinquesima posizione in Europa, è altrettanto vero, come dimostrano i report della Commissione europea, che, per l’indicatore relativo alla copertura in fibra ottica, siamo passati dal ventitreesimo posto del 2013 al tredicesimo del 2017. Questo stesso risultato viene sottolineato nella relazione annuale dell’Agcom del 2018, che conferma la valutazione sui segnali positivi generati dall’azione dei Governi in questi cinque anni precedenti.

Le misure per la PA digitale

Con l’obiettivo di migliorare il coordinamento tra Stato e Regioni sul tema della crescita digitale nella PA, in questi 5 anni è stato dato un forte impulso e nuova mission all’Agid, e con l’istituzione del Team digitale e del Commissario straordinario sono stati affrontati, in termini innovativi, questioni annose e non risolte come (tra gli altri) l’anagrafe unica dei comuni, la nuova riforma del codice dell’amministrazione digitale, il rafforzamento del ruolo del responsabile della transizione digitale.

E la cosa non trascurabile è che queste iniziative di “Governo” hanno trovato confronto, e migliorie anche attraverso il confronto e le critiche che sono giunte dalla funzione parlamentare anche attraverso ad esempio la Commissione d’inchiesta sul digitale della PA, (strumento che abbiamo riproposto anche in questa legislatura ma ancora giacente), oltre che dal ruolo svolto dall’intergruppo sul digitale, che ha visto un lavoro comune di tutti i parlamentari, di tutti i gruppi parlamentari.

D’altra parte, è risaputo che l’attuazione dell’Agenda digitale avrebbe riflessi positivi in termini percentuali anche sul PIL e la creazione di nuova occupazione. Quello del digitale non è un segmento produttivo ma rappresenta l’elemento fondante dello sviluppo del Paese!

Tutti i rischi della nuova governance

Eppure di fronte ad una sfida così ambiziosa, cosa fa questa maggioranza? Invece di implementare, magari anche modificando, rafforzando i risultati conquistati in questi anni, decide di superare la funzione Commissariale avanzando in maniera confusa l’ipotesi di un Ministero pur sapendo benissimo quanto sia articolata e trasversale la materia.

Non solo, si lasciano indefinite funzioni e prospettive puntando su assunzioni non normate da selezioni concorsuali e su cui sicuramente si accentua il rischio di profili clientelari o, probabilmente, anche di conflitto di interessi che potrebbero nascondersi nelle pieghe della formula di cui al comma 1-quater “si avvale di un contingente di esperti”

Per non parlare, poi, della decorrenza dal 2020, che quindi potrebbe determinare la paralisi in questo anno di tutte le iniziative già in cantiere.

Il confronto sul decreto legge è stato “strozzato” dall’apposizione del voto di fiducia che non ha consentito di valutare nel merito alcune proposte emendative, a partire ad esempio dall’affidamento ad Anac del compito di emanare linee guida per procedure di trasparenza per la selezione del personale.

Come deputati Pd, abbiamo anche presentato un ordine del giorno, anch’esso bocciato, per impegnare il Governo ad attivare un Osservatorio sul processo di transizione per l’approdo al gennaio 2020.

Così il risultato finale è che con l’approvazione delle norme di questo decreto gli attori precedenti rimangono e vedono aggiungersene altri senza alcuna forma di coordinamento da qui al 1° gennaio 2020 con un salto nel buio che può essere letale per i risultati che fin qui l’Italia ha raggiunto in questi anni.

C’è una evidente presunzione di una parte della maggioranza, quella più prossima a conflitti di interessi, già venuta a galla per quanto riguarda il Blockchain, di considerare il digitale come cosa propria.

Chiediamo a questo punto che il Parlamento possa tornare interlocutore reale in tempi rapidi prima di vedere compromessi i risultati raggiunti, attraverso la costituzione della Commissione speciale. La delicatezza della materia, la presenza di dati sensibili e la necessità di una indispensabile azione di controllo pubblica rendono ancora più impellente una adeguata attenzione parlamentare.

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