Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

AGID

PA digitale, basta fare gli snob: bisogna ripartire dalle persone

Se i cittadini non conoscono i propri diritti, sarà difficile che qualcuno possa farli osservare. Uno dei limiti del nuovo piano triennale Agid è proprio quello di non mettere al centro il cittadino, continuando ad adottare un approccio elitario. Ecco perché il digitale non è ancora in grado di risolvere i nostri problemi.

07 Giu 2019

Andrea Lisi

Coordinatore Studio Legale Lisi e Presidente ANORC Professioni


Il nuovo Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione Agid ancora non sembra mettere al centro quello che dovrebbe essere il vero punto nevralgico di tutto il processo di trasformazione digitale: le persone.

L’approccio al digitale, insomma nel nostro Paese è ancora velatamente elitario e tecnocentrico quando invece dovrebbe partire dal “basso”, ossia dalla semplificazione e razionalizzazione giuridica, normativa, manageriale, culturale e solo dopo tecnologica.

Solo educando i cittadini, rendendoli edotti dei loro diritti in campo digitale nei confronti della pubblica amministrazione, rendendoli – in una parola – consapevoli, si potrà puntare sul decollo dei servizi come leva del cambiamento.

Un nuovo approccio – che è quanto abbiamo provato a trasferire con l’evento DIG.Eat – servirà anche all’Europa per ricalibrare le normative sulla “privacy su aspetti finora trascurati e che attengono allo strapotere delle piattaforme online.

keyboard_arrow_right
keyboard_arrow_left
DIG.Eat 2019, il lato oscuro del digitale

“People have the power” con questo ritornello Patty Smith, la poetessa del rock, irrompeva negli anni ’80 nelle classifiche mondiali, incoraggiando la presa di coscienza da parte delle persone e istigando il potere decisionale delle masse. Un accenno musicale non poteva d’altronde mancare, sulla scia delle forti suggestioni ed emozioni provocate dalla XII edizione del DIG.Eat che ha riscosso un grande successo presso il Teatro Eliseo di Roma lo scorso 30 maggio ed è riuscito nell’intento di “raccontare, attraverso un occhio irriverente, il lato oscuro del digitale”, diffondendo la convinzione che la società debba sforzarsi di uscire dall’oscurità per andare verso nuove dimensioni più “umane”. Non possiamo non riflettere, infatti, sul fatto che – come è emerso durante l’anti-evento romano – siamo oggi in presenza di un immenso, terribile potere che è in grado di schiacciare tutto, sottomettere e controllare singoli individui o peggio interi popoli, specie se mansueti e ammaestrati a colpi di “interazioni social”.

Il controllo dei poteri sovranazionali

Ignorare questo approccio equivale a chiudere gli occhi sul presente.

In un contesto socio-economico come quello attuale, in cui viviamo su Google (del resto oggi se non sei su Google non esisti), gestiamo il nostro business su Amazon (che ridisegna ogni giorno e inesorabilmente le nostre abitudini di acquisto) e conversiamo in modo ossessivamente intimo su Facebook (e pochi altri social), siamo direttamente noi stessi a consegnare il nostro patrimonio personale e informativo nelle mani di pochi, grandi player IT.

Si tratta di enormi imperi economici sovranazionali in grado di imporre il proprio controllo attraverso le tecnologie digitali, posizionando strategicamente propri chairman come modello commerciale. Ed è avvenuto in fin dei conti anche da noi: non è un caso, infatti, che l’Italia abbia avuto, per anni, Diego Piacentini, l’allora vice di Bezos, seduto a occupare il posto di Commissario Straordinario per il Digitale. Non possiamo dimenticarlo e non riflettere su questo.

Come potrebbe non essere un semplice caso che oggi la stessa Amazon si sia posizionata in Italia sul mercato cloud per le PA e che magari abbia tra le sue fila persone che nel recente passato rivestivano importanti ruoli istituzionali nell’Agenda digitale italiana. Ma l’esempio di Amazon – sia chiaro – può valere per una qualsiasi delle grandi sorelle IT, oggi in grado di controllare le nostre esistenze digitali. Del resto, le economie europee e nazionali rischiano di piegarsi inesorabilmente di fronte alle incredibili pressioni economiche di chi detiene dati e informazioni e con essi ha costruito il suo impero.

Durante il Digeat 2019, Giovanni Buttarelli, European Data Protection Supervisor, ha dichiarato che – considerata l’evoluzione delle tecnologie – “l’Europa deve già iniziare a pensare di ridisegnare l’intero scenario normativo legato alla nostra privacy, perché spariranno i concetti di dato personale e di dato anonimo e si parlerà solo di informazione”. Occorrerà, secondo Buttarelli, occuparsi di più degli aspetti sociali, economici, collettivi perchè non è possibile che il benessere, il tornaconto, il vantaggio siano solo nelle mani di tre o quattro operatori commerciali. Questo, a prescindere dall’invasione sulla privacy, è un problema (appunto) di potere.

Mettere il cittadino al centro

In altre parole, occorre aiutare il cittadino a pretendere di essere il soggetto primario dal quale partire nelle strategie nazionali di natura digitale: la memoria digitale, la protezione dei dati personali, come la sicurezza informatica oggi sono (o dovrebbero essere) riconosciute emergenze nazionali ed europee alle quali rimediare con efficacia.

E non posso quindi che condividere appieno quanto sostenuto dall’attuale Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Luca Attias[1], nel momento in cui ha ricordato che l’Italia è un Paese in continua emergenza, occupazionale, di emigrazione, di qualità, di immigrazione, di criminalità organizzata, di evasione fiscale, di corruzione. Ma esiste un’altra emergenza, trasversale a tutte le altre e pervasiva, ed è l’unica che, se affrontata strutturalmente, può aiutarci anche in tutte le altre: quella digitale. Ma l’emergenza digitale va trattata con intelligenza e non con eccessiva fretta, adottando facili scorciatoie. E le scorciatoie non possono essere solo tecnologiche, magari confidando nell’usabilità delle soluzioni IT offerte “gratuitamente” o a buon mercato proprio dai grandi player IT che rischiano di schiacciarci come individui e come Stati.

Cosa manca nel piano triennale Agid

A livello nazionale, il Piano Triennale dovrebbe essere lo strumento chiave – il più possibile chiaro e operativo – di quest’opera di salvaguardia, utile così a promuovere la trasformazione digitale dell’amministrazione italiana e del Paese facendola ruotare intorno ai diritti del cittadino nell’ecosistema digitale. Nel nuovo Piano Triennale per l’informatica nella PA 2019-2021 stilato da AGID non può non riconoscersi lo sforzo profuso nel razionalizzare una materia complessissima (specularmente pachidermica alla situazione in cui versa la nostra PA). Tuttavia, qualcosa “manca” e forse si tratta proprio della lettura dettagliata della PA, di ciò che essa è nelle sue articolazioni più complesse e soprattutto nella sua componente più umana.

Si incontrano moltissimi slogan corretti, parole d’ordine efficaci, ma poco che possa davvero raccogliersi tra le dita della mano e che possa rassicurare il futuro digitale del nostro Sistema Paese. Per carità, non solo pessime notizie e sul riuso, ad esempio, stiamo muovendo dei passi importanti ed è giusto ricordarlo. Ma la sensazione è che ancora ci sfugga qualcosa e che in mano continuiamo ad avere poco di concreto.

Per alcuni continuano a mancare le sanzioni, ma è giusto affidare le strategie digitali del nostro Paese – mentre affonda nelle sabbie mobili di poteri digitali incontrollati – alla maledetta e semplice paura di una sanzione esemplare?

Sicuramente nel Piano Triennale 2019-2021 si è approfondita di più rispetto al passato la materia della gestione documentale, della conservazione ed è anche teoricamente corretto (pur se poco praticabile) l’approccio alla figura del “manager della transizione digitale” ex art. 17 del CAD. Non c’è nulla di sostanzialmente “sbagliato” nel documento che, con pazienza, va letto nelle sue circa 300 pagine di riepilogo su ciò che oggi è l’Agenda Digitale nel nostro sistema Paese.

Il Piano è, infatti, una completa e sintetica mappatura di ciò che c’è e si deve proseguire a fare (e infatti esso è in continuità con il Piano precedente…e per una volta si è deciso di non buttare tutto all’aria), dalla normativa minuziosamente citata (forse per trovare un appiglio di coraggio in ogni affermazione scritta), alle basi di dati, ai data center da razionalizzare, alle piattaforme abilitanti, dai poli strategici nazionali fino alla fede cieca verso il cloud.

Tecnologia innovativa, insomma, al servizio di concetti correttissimi come accessibilità, usabilità, riuso, interoperabilità, open source, e ovviamente sicurezza informatica (ricordando che ancora non abbiamo le regole tecniche per la sicurezza ICT delle PA previste da oltre 15 anni dall’art. 51 del CAD, pur se – con un certo imbarazzo – si sottolinea che almeno in soccorso c’è la buona, ma non sufficiente, circolare AGID n. 2 del 18 aprile 2017[2]). Ma resta un ma di fondo…

Meno speculazione, più contaminazione

Non potrà mai esserci una piena partecipazione democratica elettronica come sognata dall’art. 9 del Codice dell’amministrazione digitale, se non compiamo lo sforzo collettivo di credere davvero nella contaminazione culturale, lasciando da parte le aride speculazioni tecnologiche che non fanno altro che lasciar terreno fertile ai grandi player IT.

Insomma, vanno bene SPID, Cloud, ANPR, PEC, CIE, PSN e così via. Ma la chiave è (ri)mettere al centro la persona, generando consapevolezza diffusa anche sui rischi del digitale, oltre che sulle opportunità. Questo potrà (forse) alimentare esigenze di trasparenza e anche richieste di maggiore sicurezza e magari (finalmente) si inizierà anche a riflettere un po’ di più sui rischi insiti in una semplicistica centralizzazione.

Per concludere, un Piano di trasformazione digitale della PA dovrebbe porre al centro non la tecnologia, ma le persone accostandole a questi termini: alfabetizzazione, formazione e specializzazione. Poi a ruota seguirebbe tutto il resto. In modo finalmente consapevole[3].

Del resto, se i cittadini non conoscono pienamente i propri diritti in una dimensione digitale, sarà difficile che qualcuno possa farli osservare. E invece un cittadino consapevole sa anche apprezzare la stessa trasparenza che altrimenti rischia di essere un ricco e copioso dovere compilativo di cui nessuno si interessa. Come purtroppo sta accadendo oggi.

__________________________________________________________________

  1. Nel corso dei lavori del DIG.Eat 2019.
  2. In realtà, in passato di questi temi pur si discuteva e si producevano utili documenti, come proprio – ad esempio – delle Linee Guida AGID sulla Sicurezza ICT del 2006, documento oggi introvabile, se non su un vecchio sito di raccolta giuridico-informatica ormai dismesso (e da me fondato molti anni fa), e in nostro possesso grazie alle ricerche attente di Giovanni Manca che ringrazio.
  3. Quello italiano infatti è un problema di consapevolezza e i dati restituiscono specularmente questo deficit nei riguardi del digitale: nel Transparency International (l’indice di Percezione della Corruzione 2018) l’Italia occupa il 53° posto su 180 Paesi nel mondo, mentre nel DESI (Digital Economics Society Index) l’indicatore attraverso il quale la Commissione Europea misura il livello di attuazione dell’Agenda Digitale di tutti gli Stati membri l’Italia si posiziona al 25° posto fra i 29 Stati membri dell’UE: la correlazione tra questi due ranking è quasi pari all’unità. Emerge dunque chiaramente la trasversalità del “problema” digitale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4