Corte dei conti

PA digitale, enti locali in ordine (troppo) sparso: il vero gap è culturale

L’indagine della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Piano Triennale per l’Informatica descrive l’esistenza di un netto divario digitale tra gli enti territoriali, che si distribuisce secondo fattori sia geografici che dimensionali, tali da determinare un significativo gap tra le amministrazioni locali. Le cause

08 Set 2020
Angelo Alù

Consigliere Internet Society - Osservatorio Giovani e Internet


L’obiettivo di realizzare un’amministrazione digitale aperta, inclusiva e accessibile è ancora lontano, sebbene, il budget di spesa complessivo per l’informatica pubblica si attesti a quasi 6 miliardi di euro annui e nonostante un quadro normativo all’apparenza completo e sempre più integrato dalla crescente proliferazione di correttivi emanati nel corso del tempo con l’intento di perfezionare l’impatto della legislazione vigente sul settore pubblico.

L’indagine della Corte dei conti sul Piano triennale

La concreta realtà continua a descrivere risultati ancora ben lontani dall’obiettivo di orientare gli assetti organizzativi della PA in una direzione di piena e generalizzata innovazione digitale conforme ai principi di buon andamento, efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa. Uno stato confermato anche dall’indagine sullo stato di attuazione del Piano Triennale per l’Informatica compiuta dalla Corte dei Conti, con l’intento di “fornire al Parlamento una fotografia della situazione attuale di Comuni, Città metropolitane, Province e Regioni” sul processo di digitalizzazione dei servizi pubblici.

L’indagine si basa sulle risposte date a 7.273 questionari somministrati (pari al 90,51% rispetto al totale degli enti coinvolti), articolati in 13 sezioni che identificano i 5 fattori chiave per la trasformazione digitale della PA (Sez. A “gestione del cambiamento”: governance interna delle pubbliche Amministrazioni territoriali per l’attuazione dell’agenda digitale; Sez. BC-D-E-F “infrastrutture fisiche”: reti per la connettività, Cloud e Data Center B le infrastrutture fisiche; Sez. G-H-I “infrastrutture immateriali”: piattaforme abilitanti SPID, pagoPA, NoiPA e ANPR, Open data e riuso del software; Sez. J-K “offerta di servizi online”: offerta di servizi on line e mobile government; Sez. L-M “competenze digitali del capitale umano”: formazione dei dipendenti, servizi di assistenza).

Gli indicatori utilizzati (Trasformazione digitale, Consapevolezza, Adesione al cloud, Digitalizzazione, Open data, Riuso del software, Servizi on line, Access point, Formazione e Servizi di assistenza) sono tati esaminati per monitorare il grado di digitalizzazione degli enti locali (Regioni/Province autonome, Province e Città metropolitane, Comuni).

Lo studio descrive “l’esistenza di un netto divario digitale tra gli enti territoriali, che si distribuisce secondo fattori sia geografici che dimensionali”, tali da determinare un significativo gap tra le amministrazioni locali con popolazione superiore a 250.000 abitanti che si concentrano, prevalentemente, nel Centro-nord e i restanti enti di piccole dimensioni, con popolazione inferiore a 20.000 abitanti, le cui performance incidono negativamente sugli obiettivi del Piano Triennale 2017-2019 (al riguardo, si registra un punteggio di 15,4 punti per le aree del Nord-Est, 14,4 punti per l’area Nord-Ovest e l’area del Centro, 9,6 punti per l’area del Sud e 7,6 punti per le Isole).

Il ritardo digitale è altresì testimoniato dal fatto che “le richieste di assistenza alla compilazione del questionario hanno rivelato, spesso, una conoscenza molto elementare, o in diversi casi addirittura assente, delle modalità di funzionamento dei principali sistemi tecnologici per la digitalizzazione dei servizi”.

Nonostante il – relativamente – positivo grado di diffusione dei sistemi Cloud, Spid, PagoPA, NoiPA e ANPR, secondo i magistrati contabili una delle principali cause dell’attuale arretratezza tecnologica è costituita dal basso livello di competenze specialistiche ICT riscontrabile nelle strutture operative delle PA in linea con quanto rilevato dal DESI, a fronte di “carenze e inadeguatezze sia nei criteri di selezione della figura istituzionalmente preposta a guidare i processi di digitalizzazione nella PA […] sia nel campo della formazione delle risorse umane nelle tecnologie dell’informazione”.

Responsabile per la transizione al digitale, questo sconosciuto

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Pur essendo centrale per l’attuazione di processi innovativi della PA, infatti, “a livello nazionale, il Responsabile per la transizione al digitale è nominato solo dal 36,7% delle Amministrazioni territoriali, con una percentuale superiore per gli enti di maggiori dimensioni”: questo significa che sono ben 4.605 (pari al 63,3% del totale) gli enti privi di tale figura.

Cosa ancor più grave, a prescindere dall’adempimento formale previsto, nel merito delle nomine conferite anche ove esistenti, nel 67,9% dei casi, “il Responsabile per la transizione al digitale è privo di competenze specifiche nel campo IT […] soprattutto negli enti di minori dimensioni: oltre il 70% degli enti che hanno effettuato la nomina ha individuato un soggetto che non detiene specifiche competenze”.

Poiché la presenza di esperti specialisti ICT è “cruciale” per promuovere qualsivoglia processo di trasformazione digitale della PA, il deficit cognitivo di competenze, aggravato dall’endemica carenza di personale, incide inevitabilmente sul livello qualitativo e quantitativo di erogazione dei servizi forniti agli utenti, a causa di “poca conoscenza e dimestichezza” dei sistemi operativi, considerato che “oltre il 70% delle Province e Città metropolitane, infatti, ed ancor più i Comuni – con una percentuale che supera l’80% – non consente ancora l’accesso al proprio portale e servizi on line attraverso il sistema di autenticazione SPID”, mentre “delle 27 Province e Città metropolitane (su 98) e dei 1.373 Comuni (su 7.153) che hanno attivato la piattaforma abilitante SPID, meno della metà richiede SPID come forma preferenziale rispetto ad altri sistemi di autenticazione”.

Il vero freno alla PA digitale è culturale e organizzativo

Sembra, quindi, ancora lontano l’obiettivo di realizzare un’amministrazione digitale aperta, inclusiva e accessibile, sebbene, come osservano i giudici contabili, il complessivo budget di spesa per l’informatica pubblica raggiunga quasi i 6 miliardi di euro annui, a fronte di radicate resistenze culturali e organizzative, espressione di un modus operandi obsoleto che, ancor più del presunto problema della scarsità delle risorse finanziarie, impediscono il necessario adeguamento degli apparati amministrativi, vanificando la disponibilità di risorse “ragguardevoli”, ma che non sempre vengono utilizzate nel modo più razionale.

In un momento storico decisivo per fare il definitivo salto di qualità tecnologico, superando lo stallo digitale che da anni paralizza le concrete prospettive di crescita del Paese, è indispensabile realizzare efficaci processi di innovazione della PA, per migliorare la qualità dei servizi pubblici erogati alla collettività degli utenti, destinatari al contempo di capillari programmi di alfabetizzazione digitale, se si vuole evitare il rischio di rendere vane le imminenti novità introdotte dal DL Semplificazioni 2020/76, con ripercussioni negative sull’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza, suscettibili di essere pregiudicati nelle dinamiche partecipative e dialogiche che caratterizzano i rapporti con la PA, in mancanza di una consapevolezza minima adeguata nell’uso delle ICT, tale da richiedere il possesso di una cultura digitale di base da parte della popolazione italiana, ancora troppo esposta ai pericoli di una preoccupante esclusione sociale provocata dal rilevante livello di digital divide riscontrato dal DESI.

In controtendenza con il poco proficuo approccio selettivo caratterizzante le tradizionali procedure di reclutamento del personale dipendente pubblico, basate su metodologie generalmente obsolete che prevedono ancora l’accertamento di contenuti nozionistici di stampo teorico-generalista, sarebbe auspicabile valorizzare la portata precettiva del nuovo art. 13-bis del CAD (introdotto dal DL Semplificazioni), al fine di immettere, all’interno della PA, esperti specialisti ICT in grado di progettare efficaci azioni di trasformazione digitale, anche per colmare il deficit di competenze professionali e tecniche, mediante l’utilizzo di fondi vincolati da riservare alla concreta attuazione di tali piani straordinari di assunzioni mirate, come obiettivo strategico prioritario funzionale ad assicurare il rinnovamento della PA in senso digitale.

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