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l'analisi

Piano triennale Agid 2019-2021, Coppola: “Inefficace se scollato dai piani performance delle PA”

Il nuovo Piano triennale Agid va integrato con le migliaia di altri Piani delle PA. Va sventato il rischio che venga visto come un “affare” di Agid e del Team digitale, di buone intenzioni, ma lontano dalla realtà quotidiana degli enti. Un esempio su tutti: la razionalizzazione dei data center

05 Apr 2019

Paolo Coppola

Professore associato di informatica, Università di Udine


Il nuovo Piano triennale Agid per l’informatica nella pubblica amministrazione 2019-2021 è un ottimo piano. Sarebbe bene che non rimanesse isolato, ma che venisse integrato negli altri piani delle Pubbliche Amministrazioni, i cosiddetti “Piani delle performance”. 

Un esempio su tutti delle azioni che andrebbero opportunamente programmate e monitorate e che dovrebbero trovare le loro rispettive voci nei piani delle performance degli enti è la razionalizzazione dei data center. Vediamo perché. Ma partiamo dalle note positive che caratterizzano il nuovo Piano.

Nuovo piano triennale Agid, le note positive

La prima nota positiva, che va messa in evidenza, è che nonostante il cambio di Governo, il modello ha resistito e questo è un bene, perché il nostro Paese ha bisogno di stabilità. La necessità di portare avanti la digitalizzazione della PA sembra quindi mettere d’accordo tutti e la bontà del modello strategico scelto durante la scorsa legislatura, anche se con qualche lieve modifica, è stata confermata.

Il piano si occupa di definire gli obiettivi e le azioni che le oltre 50.000 pubbliche amministrazioni italiane devono perseguire nel prossimo triennio per assicurare uno sviluppo coordinato, efficace ed efficiente della digitalizzazione e spinge nella prosecuzione dei grandi progetti infrastrutturali degli ultimi anni: il sistema pubblico d’identità digitale (SPID) e la carta d’identità elettronica (CIE), l’anagrafe unica per la popolazione residente (ANPR), il sistema dei pagamenti elettronici della Pubblica Amministrazione (PagoPA), affiancandone altri altrettanto importanti, come il sistema di gestione degli acquisti pubblici, quello per la gestione degli incassi e pagamenti o, ancora, quello per la gestione dei procedimenti amministrativi.

La seconda nota positiva è che uno degli obiettivi riguardanti la spesa pubblica, quello che puntava ad una maggiore centralizzazione passando per Consip o per le centrali di committenza, è stato in parte raggiunto, come è possibile constatare dalla lettura del paragrafo 12.2.2.

L’obiettivo (mancato) del risparmio di spesa

L’obiettivo di risparmio, invece, non è stato nemmeno minimamente sfiorato e, anzi, la spesa è aumentata, come d’altra parte si poteva immaginare visto che la spesa ICT della PA nel nostro Paese è sostanzialmente in linea con quella dei nostri maggiori competitor europei.

Una ulteriore prova del fatto che l’obiettivo di risparmio del 50% presente nel disegno di legge di bilancio 2015 varato dal Governo a fine 2014 era una vera e propria sciocchezza che, fortunatamente, il Parlamento ha modificato permettendo di spostare la spesa verso le centrali di committenza unica e verso progetti strategici di innovazione tecnologica.

La necessaria integrazione coi Piani performance

La cosa che forse manca di più al Piano triennale è l’integrazione con gli altri piani. È una cosa poco nota ai non addetti ai lavori, ma tutte le Pubbliche Amministrazioni ogni anno redigono e approvano piani di azione sulla base dei quali vengono distribuite le risorse umane e finanziarie e dovrebbero essere valutati i risultati. Tutti questi migliaia di piani, che sono detti “Piani delle performance”, sono pubblici, ma quasi nessuno ne conosce l’esistenza e quindi quasi nessuno ne chiede conto. Sarebbe naturale aspettarsi che il Piano triennale per l’informatica della pubblica amministrazione avesse un suo corrispettivo all’interno dei piani delle performance degli enti.

Se, infatti, i dipendenti delle PA riceveranno risorse e verranno valutati su quello che è scritto nei loro piani delle performance come potranno dare priorità a quanto scritto in altri piani che non ricevono risorse e non vengono valutati?

Eppure le priorità ci sarebbero. Una, evidente, messa in risalto maggiore rispetto alla vecchia versione del Piano, è quella della razionalizzazione dei centri elaborazione dati della PA e l’adozione delle tecnologie Cloud. L’insieme delle PA italiane contano decine di migliaia di centri elaborazione dati, più o meno piccoli, più o meno sicuri, più o meno efficienti. Negli anni passati si è tentato più volte di ridurne il numero, per razionalizzare la spesa e per aumentare efficienza e sicurezza, ma i risultati sono stati molto deludenti.

Come mai è così difficile fare un passaggio di buon senso su cui tutti si dicono a parole d’accordo? Il nuovo Piano triennale risolve finalmente il problema?

Purtroppo non lo possiamo sapere. Il piano, infatti, definisce solo in modo generico alcuni obiettivi e alcune azioni da compiere, ma non entra nel dettaglio delle criticità da affrontare, né descrive i problemi che vanno risolti per riuscire a raggiungere l’obiettivo.

Da un certo punto di vista questa mancanza è ragionevole, perché il Piano è già molto lungo e se approfondisse tutti gli aspetti di tutte le azioni da svolgere diventerebbe enciclopedico, ma se fosse integrato con i piani delle performance degli enti, se in ognuno di essi vi fosse un obiettivo specifico con indicatori da misurare e risorse assegnate, allora potremmo essere più ottimisti. Tutto questo perché l’obiettivo di razionalizzazione dei data center è un classico esempio delle difficoltà che vanno affrontate nell’azione di digitalizzazione della nostra PA.

L’impatto del taglio dei data center

Passare da 20.000 data center a poche decine significa tagliar fuori migliaia di piccoli fornitori di hardware ed eliminare per migliaia di dipendenti pubblici la necessità, ma in alcuni casi anche il piacere, di avere rapporti con loro.

Ridurre i data center significa ricontrattare e tagliare i contratti di manutenzione oltre a ridurre i budget degli investimenti in hardware e quindi il potere di tanti piccoli centri di costo sparpagliati per la nostra penisola.

Ridurre i data center significa riqualificare dal punto di vista professionale i dipendenti che se ne occupavano e sappiamo che purtroppo nella PA nostrana la formazione dei dipendenti è un’attività estremamente scarsa. Infine, ridurre i data center, nel caso di condivisione di risorse tra PA, significa definire livelli di servizio e responsabilità, oltre che trovare il modo, anche contabile, di spostare la spesa da investimenti a parte corrente.

Tutte azioni che andrebbero opportunamente programmate e monitorate e che dovrebbero trovare le loro rispettive voci nei piani delle performance degli enti, senza parlare della necessità della contabilizzazione dei risparmi ottenuti che, se solo venisse finalmente applicato l’articolo 15 del codice dell’amministrazione digitale, verrebbero destinati per un terzo a nuovi progetti di innovazione e per due terzi a premiare i dipendenti pubblici meritevoli.

Naturalmente il Piano triennale contiene molte altre priorità e molte altre azioni che se portate a termine porteranno grande beneficio al nostro Paese, ma credo che anche solo l’esempio del passaggio al cloud e della razionalizzazione dei data center sia sufficiente a mettere in guardia dalla sottovalutazione dei problemi da affrontare e dal mancato collegamento con gli altri strumenti di pianificazione e controllo previsti per la PA.

Il rischio che il Piano venga visto come un “affare” di Agid e del Team digitale, di buone intenzioni, ma lontano dalla realtà quotidiana degli enti, va sventato, altrimenti continueremo a vedere una digitalizzazione a macchia di leopardo che fa convivere nel Paese isole di eccellenza digitale in mezzo a oceani di menefreghismo analogico. Non ce lo possiamo più permettere.

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