servizi pubblici digitali

Sbloccare la PA per rilanciare il Paese: tre punti chiave

Incentivare l’uso di Spid con l’offerta di servizi utili al cittadino, completare (senza rinvii) la digitalizzazione dei pagamenti e rendere usabili/accessibili i siti istituzionali. Tre semplici mosse per andare avanti con la trasformazione della PA. Adesso basta scuse. Lo dice (in parte) anche il piano Colao

09 Giu 2020
Michele Vianello

consulente e digital evangelist

digitale

Il premier Giuseppe Conte, il responsabile del gruppo di lavoro per la Fase 2 Vittorio Colao con il suo piano appena presentato, i principali partiti: tutti hanno posto con enfasi, tra le condizioni inderogabili per la ripresa del nostro Paese, la semplificazione e la riforma della Pubblica Amministrazione.

Il processo di digitalizzazione è indicato, a ragione, come una precondizione indispensabile per il successo di un cambiamento storico. Posso affermare con sicurezza che il più grave errore sarebbe quello di pensare di “ricominciare da capo”, come spesso si è fatto nella storia recente.

Senza sminuire l’importanza e la complessità delle attività da impostare, posso dire che gli strumenti per andare avanti ci sono tutti.

La base legislativa è ormai affermata, a partire dal CAD e dalle disposizioni in materia di trasparenza (FOIA).

Molte piattaforme di interoperabilità sono in funzione ormai da tempo (a partire da Spid, PagoPA, Anpr).

Le direttrici di fondo per far passare al “paradigma cloud” la PA sono state tracciate da troppo tempo (semmai i ritardi sono da imputare ad Agid). Potrei continuare ad enunciare alcuni altri punti sia normativi che applicativi già a disposizione del decisore politico.

Cosa manca allora? In questo articolo mi permetto di enunciare tre punti importanti sui quali bisogna assolutamente insistere e poi sanzionare le Amministrazioni inadempienti.

I tre punti di “PA digitale” su cui intervenire

Questi tre punti sono per me decisivi perché un loro successo consentirebbe di far scendere in campo il bisogno del cittadino, meglio l’esercizio dei diritti già sanciti più volte dal Codice dell’Amministrazione Digitale.

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Sono assolutamente convinto che la “burocrazia difensiva” – atteggiamento prudenziale che spinge il dirigente PA a bloccare il cambiamento per tutelarsi – e la cultura dell’autoreferenzialità (anche quella digitale) possono essere sconfitte a condizione che scendano in campo i cittadini, esigendo consapevolmente di poter fruire del loro diritto all’accesso.

Incentivare l’identità digitale

La prima cosa da chiarire è l’inderogabile necessità di incentivare l’utilizzo di Spid (CIE, CNS).

In questi giorni si è celebrato il fatto che Spid ha ormai superato i 7 milioni fruitori. Questo risultato lusinghiero è però il frutto di una imposizione al cittadino più che di una scelta consapevole.

Per fruire di determinati servizi e dei benefit erogati dal Governo come risposta al coronavirus, era (è) necessario essere in possesso di Spid come forma di identificazione.

Tutto ciò è positivo ovviamente. Ciò che manca perché Spid (ma ragionamento analogo vale anche per CIE) decolli definitivamente è l’offerta dei servizi al cittadino attraverso le piattaforme web o le app. Mi permetto di sottolineare che la stragrande maggioranza dei Comuni non offre oggi servizi fruibili interamente on line identificandosi con Spid.

Come è noto sono proprio i Comuni l’istituzione che potrebbe rendere “virale” l’utilizzo di SPID e rendere interamente digitale la fruizione dei servizi.

Si va dall’iscrizione ai servizi scolastici, alla iscrizione alle palestre, alle biblioteche, alla richiesta di un certificato di destinazione urbanistica, ai servizi anagrafici eccetera.

Senza timore di smentita, in tempi rapidissimi ogni Comune potrebbe offrire almeno un centinaio di servizi utilizzando Spid (o CIE).

A questi si potrebbero aggiungere i servizi anagrafici fruibili da ANPR attraverso il rilascio di api ai Comuni. Non si può assolutamente più attendere che tutti i Comuni aderiscano ad ANPR. Chi non ha ancora aderito va sanzionato severamente.

Troppo ottimismo?

Assolutamente no. Da un punto di vista informatico l’offerta del login Spid ai cittadini è veramente banale. Naturalmente serve un sito web configurato per Spid (e PagoPA) e l’accesso da ambiente web ai gestionali documentali e di protocollo. Ma, ciò non rappresenta nulla di particolarmente complicato e costoso.

Cosa ostacola la diffusione di Spid nei Comuni (nelle Provincie, nelle Regioni)?

Sicuramente alcuni fattori di tipo culturale. La stragrande maggioranza degli Amministratori Locali, dei dirigenti, dei dipendenti non ha Spid e non sa come funzioni. Non ne conosce i vantaggi per l’Amministrazione e per i cittadini. Sicuramente va sradicata l’idea che il poter scaricare un modulo PDF da consegnare in Comune equivalga all’offrire un servizio on line.

Così non è. Il login Spid genera un originale digitale, il modulo, per quanto scaricato da un sito, è un originale analogico che andrà poi scansionato.

Si tratta però, come si capisce, di ostacoli facilmente superabili.

Un ostacolo importante, ma non insormontabile, è rappresentato dalla ridondanza e dalla non fruibilità della modulistica a disposizione del cittadino.

Una attività importante da realizzare è quella della semplificazione e della standardizzazione della modulistica.

La “burocrazia difensiva” si basa, prima di tutto, sull’abuso dei moduli. Ogni modulo, per quanto ridondante, equivale ad un procedimento. Più procedimenti in carico ad un servizio equivalgono a più potere.

Sicuramente, vista la semplicità informatica e i pochi costi per attivare definitivamente Spid, andrebbe stabilito che un sito web di una PA viene dichiarato accessibile dall’Agid (quindi può essere messo on line) solo se offre per i servizi ai cittadini il log con Spid (con Cie/Cns).

Si potrebbero poi dare ai Comuni sei mesi per adeguarsi. Vi posso garantire che è un obiettivo assolutamente raggiungibile.

Per inciso, si noti che nel piano Colao per queste piattaforme si prevedono nuove risorse umane di accompagnamento delle PA gestite centralmente, ma nessun obbligo stringente di switch off e relative sanzioni per inadempienza.

Pagamenti digitali

Il secondo punto da chiarire è la completa digitalizzazione degli strumenti di pagamento.

Dal punto di vista informatico valgono le stesse considerazioni che ho fatto più sopra con Spid.

Non è quindi accettabile alcuna proroga del termine del 30 giugno 2020 per l’obbligo dell’utilizzo della piattaforma PagoPA.

Anche in questo caso vanno superate alcune pigrizie (revisione della modulistica, eliminazione dai moduli e dai siti dell’IBAN) ma, insisto, nulla di complicato da un punto di vista informatico.

Si potrebbe, per smuovere anche i fornitori dei gestionali ai Comuni (soprattutto il documentale), accettare nel cloud market place di AGID, solo prodotti e fornitori che consentano nativamente la piena interoperabilità e l’utilizzo, nel flusso informativo, di PagoPA e Spid.

Va sottolineato come, soprattutto, il mondo delle Poste Italiane consenta una scarsa interoperabilità (ottimizzazione dei flussi finanziari) con i Comuni, disperdendo così informazioni preziose e rendendo più faticoso il lavoro di dematerializzazione per questi ultimi.

Questo è assolutamente inaccettabile.

Ricordo infine che la legge stabilisce che è il cittadino che sceglie le modalità di pagamento (diverse modalità di pagamento digitale). Questa disposizione legislativa oggi non è conosciuta e resa attuale.

Siti web delle PA

Il terzo punto riguarda i siti istituzionali della Pubblica Amministrazione. La stragrande maggioranza dei siti di tutta la Pubblica Amministrazione non è a norma, non è facilmente fruibile dai cittadini, in termini di usabilità e accessibilità.

Meglio, la home page e qualche pagina, rispettano quanto previsto dalle linee guida di AGID sul design ma, la fruizione dei contenuti è spessissimo impossibile.

In questi mesi di coronavirus il cittadino si è trovato stretto in una tenaglia. Il cittadino non ha potuto fruire dei servizi allo sportello ai quali era abituato ma, non ha potuto fruire degli stessi servizi dalle piattaforme web.

È balzato agli occhi di tutti noi il crash del sito dell’INPS ma, provate a fare una pratica di successione sul sito dell’Agenzia delle Entrate, provate a fruire del sito del catasto (richiesta di una visura catastale), provate a cercare la Vostra situazione previdenziale sul sito dell’INPS, provate a fruire di un servizio on line dal sito di un Comune eccetera.

Spid, PagoPA ecc. potranno essere pienamente fruibili a condizione che siano resi accessibili in modo chiaro dal sito istituzionale.

Nei siti istituzionali la “burocrazia difensiva” ha dato il peggio di sé. Si sono trasformate le distorsioni burocratiche in piattaforme digitali. Si è così ingessato il procedimento, si è resa impossibile la fruizione per il cittadino.

Il servizio allo sportello è così necessariamente inevitabile e molto richiesto.

Per fortuna, il 23 settembre diventano obbligatorie le norme previste dalle linee guida dell’AGID in materia di “accessibilità degli strumenti informatici”.

Le linee guida stabiliscono che l’accessibilità di un sito web non si intende riferita solo a una singola pagina web, ma anche alla documentazione collegata a quella pagina.

La mancata osservanza prevede pesanti sanzioni per gli RTD e per i responsabili dei servizi. Visitate i siti dell’INPS, dell’Agenzia delle Entrate, di molti Comuni. Siamo in presenza di pagine assolutamente non accessibili non solo ai disabili, ma anche ai normali cittadini.

Spessissimo nel contenitore nuovo (linee guida sul design di AGID) si sono trasferiti (porting) tutti i contenuti “vecchi”, che si sono stratificati e sedimentati nel tempo e che non sono assolutamente accessibili.

Il 23 settembre è molto vicino, non c’è tempo da perdere.

Molti sono convinti che la sburocratizzazione del Paese si basi “solo” sulla semplificazione del Codice degli Appalti o su interventi che allevino la “responsabilità del dirigente” agli occhi della Magistratura civile e contabile.

Tutto vero. Ma, come ho dimostrato, poche e semplici misure potrebbero aiutarci concretamente nella lotta alla “burocrazia difensiva”.

Piano Colao e innovazione PA, alcuni punti chiave consigliati dalla task force al premier Conte

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