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L’arte fatta dall’IA non ucciderà la creatività umana

Le Intelligenze artificiali (AI) fanno sempre più incursione nei meandri della creatività generando pareri entusiastici e altri densi di perplessità. Tuttavia, la strada sembra essere tracciata e tornare indietro non è un’opzione, perché quello che poteva essere inteso come un gioco, sta diventando una realtà tangibile

Pubblicato il 29 Dic 2022

Alessio Plebe

Università degli Studi di Messina

AI Midjourney art giuditta mosca

Portrait of the Computer as an Artist non è una riedizione in chiave tecnologica del celebre romanzo di James Joyce, è il titolo di un capitolo del recente libro di Arthur Miller, The Artist in the Machine, che offre una panoramica delle sempre più frequenti incursioni dell’Intelligenza artificiale (AI), in un ambito ritenuto da molti il più sublime e unico della natura umana: la creatività artistica.

L’IA stimola la creatività: ecco perché è una freccia in più nella faretra dell’arte umana

Alan Turing, nella sua anticipazione dell’AI del 1950, Computing Machinery and Intelligence, metteva sullo stesso piano macchine ed essere umano, nel cimentarsi in una delle capacità che riserviamo nello scrigno prezioso delle facoltà unicamente umane: il linguaggio. Non solo, si spingeva pure a sfiorare l’eventualità che le macchine potessero avere qualcosa di cui siamo gelosi sopra ogni altra: la coscienza.

L’AI come musa ispiratrice

Per più di mezzo secolo l’eventualità per l’AI di raggiungere le capacità umane senza limiti, ha regalato ispirazioni per letteratura e cinematografia, e foraggiato accese speculazioni. È una specialità dei filosofi addentrarsi in analisi sofisticate di qualcosa che non esiste ed è proprio, la sua stessa possibilità o meno di esistere, il punto focale delle diatribe.

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Il filosofo americano Hubert Dreyfus, per esempio, ha speso l’intera sua vita intellettuale a negare per l’IA ogni possibilità di accedere a quelle nobili capacità umane come linguaggio, creatività e coscienza, mentre nel campo opposto troviamo nomi come John Haugeland e Daniel Dennett.

La cognizione umana e le AI

Fuori dai salotti dell’alta filosofia, nessuno si accalorava tanto per queste diatribe. Fino agli inizi di questo secolo, i grandi sforzi a livello mondiale della ricerca in AI avevano prodotto sistemi artificiali certamente di grande valore scientifico e con qualche impatto applicativo, ma avevano al contempo stigmatizzato l’abisso che separava i sistemi artificiali dalla cognizione umana, non appena si toccavano certe capacità.

Per quella di conversare alla stregua degli umani, proposta da Turing nell’articolo menzionato sopra, negli anni ’60 del secolo scorso aveva fatto scalpore la geniale invenzione di Joseph Weizenbaum, uno psicoterapeuta artificiale di nome Eliza che abbozzava risposte credibili, nascondendosi dietro la tipica laconocità e genericità degli psicoterapeuti. Era solamente un gioco, successivamente programmi più seri tentarono di basarsi sulle teorie grammaticali del funzionamento del linguaggio, impresa epica e sostanzialmente fallimentare, di cui si è già parlato durante la primavera del 2021.

Negli ultimi anni le prospettive di vedere l’ingerenza dell’AI in quella sfera di facoltà di cui l’essere umano è particolarmente orgoglioso e geloso, sono bruscamente passate da argomento di salotto filosofico a evidenza ampiamente tangibile. Circolano sistemi artificiali di conversazione che non fanno più sorridere per la loro ingenuità. Un ingegnere di Google, Blake Lemoine, si era talmente convinto della genuina capacità di conversare del software LamDA in fase di test, da venire licenziato per aver dichiarato pubblicamente che LamDA doveva essere dotato di coscienza.

Le velleità artistiche delle AI

Qualcosa di simile sta succedendo per la creatività artistica. L’argomento non era affatto nuovo, se ne è parlato in passato, ma tenendo ben lontana la possibilità che delle macchine potessero veramente avere le carte in regola per essere considerate degli artisti artificiali.

Una delle più importanti scienziate cognitive, Margaret Boden, aveva formulato nel 1994 una teoria della creatività in termini rigorosamente meccanicistici che teoricamente avrebbero potuto essere implementati in un computer.

Nella pratica, a quell’epoca, si era ben lontani dall’implementare tale teoria in un computer. Nemmeno era quello l’intento di Boden, che voleva invece formulare una nuova proposta rispetto ad un interrogativo tutt’altro che banale in filosofia e psicologia: come definire la creatività, come funzioni nella mente umana. E Boden, forte della sua adesione all’Intelligenza artificiale e alle scienze cognitive, lo ha fatto impiegando concetti computazionali.

Volendo sintetizzare in due parole la sua teoria, essa anzitutto caratterizzata la creatività umana come capacità mentale di generare qualcosa che sia al contempo nuovo, sorprendente e di valore. Viene esplicata attraverso un numero di funzioni cognitive che includono il focalizzare attenzione, il contestualizzare, la creazione di associazioni e l’individuazione di analogie.

In assenza di esempi di computer anche lontanamente dotati di spirito artistico, la teoria di Boden non poteva raggiungere l’opinione pubblica, ma non mancò di scandalizzare gli addetti ai lavori. Nella tradizione estetica cosa ci può essere di più estraneo alla creazione artistica della fredda e meccanica computazione?

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I computer al servizio degli artisti

Ben diverso è stato il progressivo affermarsi del computer come possibile strumento nelle mani di un artista in carne ed ossa, nel facilitare la generazione di alcune opere pittoriche, soprattutto composte da configurazioni geometriche complesse.

Il genere di produzione classificata come computer art, che ha trovato una sua accettazione nel mondo artistico, non metteva in discussione che l’unica creatività in atto, fosse dell’artista che impiegava il computer come una sorta di sofisticato moderno pennello.

Nel capitolo Portrait of the Computer as an Artist, citato all’inizio, Miller racconta qualcosa di ben diverso rispetto a quello che sta accadendo oggi. Il suo primo ritratto di computer come artista vero e proprio riguarda DeepDream. Naturalmente si riferisce al Deep Learning, le reti neurali artificiali con molti strati interni che hanno rivoluzionato la recente AI, di cui si è parlato varie volte,  accarezzando comunque, nell’ambiguità del termine “profondo”, il senso concettuale.

L’idea è di un ricercatore di Google, Alexander Mordvintsev, assegnato al gruppo SafeSearch per sviluppare filtri anti spam e porno nelle ricerche. Nel suo incarico, Mordvintsev si era trovato a lavorare con le reti neurali convolutive, fiore all’occhiello di Google per i successi nel riconoscimento di immagini.

Si tratta di modelli con centinaia di milioni di neuroni artificiali connessi tra di loro, in cui è arduo tentare di decifrare cosa succeda nel processare le immagini e dare una spiegazione su come mai funzionino talmente bene. Nel 2015 Mordvintsev volle provare a farle funzionare in un modo inverso, lasciando generare al modello immagini proiettate dallo strato di uscita, che corrisponde alle classi di oggetti.

L’immagine può essere a quel punto riutilizzata come se fosse un vero input e il processo reiterato. Qui si giustifica il “Dream”, il meccanismo ricorda in qualche modo il sognare, in cui dà segnali ad alto livello, non in modalità visiva, viene innescata la produzione immaginaria di contenuti visivi, i quali vengono processati come se si trattasse di stimoli esterni reali.

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I risultati di DeepDream

I prodotti di DeepDream sono inquietanti, del genere surreale o psichedelico. Mordvintsev aveva condotto le sue sperimentazioni artistiche per pura curiosità e diletto ma le sue immagini diventarono presto virali e Google comprese la portata innovativa di DeepDream, rendendolo pubblico. In pochi anni guadagnò una gran popolarità, che condusse alla creazione del gruppo Ami (Artists and Machine intelligence) nella sede Google di Seattle, sotto la guida di Blaise Agüera y Arcas, ingegnere a metà strada tra l’arte e le tecnologie emergenti.

Nel 2016 Ami organizza una mostra denominata DeepDream: The Art of Neural Networks, in cui furono vendute 29 opere per un costo complessivo di oltre 100.000 dollari. Anche se la produzione di DeepDream è sorprendente, e nel suo genere potrebbe risultare apprezzabile, è tuttavia il risultato di certe strategie di utilizzo non convenzionale di una rete neurale convolutiva.

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L’incontro tra arte e linguaggio naturale

Poco dopo la pubblicazione del libro di Miller vi è stata una svolta più radicale, con il connubio tra le reti convolutive che elaborano immagini e gli emergenti language models. Si tratta di potenti sistemi linguistici, basati sull’architettura denominata Transformer, della quale abbiamo già parlato qui.

Inizialmente sviluppati per la traduzione automatica, essi sono diventati una formidabile base concettuale per una varietà di utilizzi, come generare automaticamente sommari o anche articoli completi, rispondere a domande, descrivere immagini e filmati.

Perché non plasmare un modello di linguaggio, corroborato dalla parte convolutiva per la visione, per produrre creazioni artistiche? Lo ha fatto nel 2021 un team di OpenAI diretto da Ilya Sutskever, con un programma il cui nome non nasconde le sue ambizioni artistiche: DALL-E. Questo modello venne subito apprezzato da un vasto pubblico per le sue capacità di generare immagini curiose, in stile cartoon, per esempio un riccio vestito da babbo Natale che porta un cane al guinzaglio, oppure una poltrona a forma di avocado. Ben presto DALL-E si dimostrò all’altezza delle sue aspirazioni, entrando progressivamente nel mondo proprio degli artisti. L’immagine di copertina del numero di Cosmopolitan del giugno 2022 è stata realizzata con DALL-E, seguendo indicazioni formulate da un gruppo di curatori della rivista e di ricercatori di OpenAI, coordinati dall’artista (persona) Karen Cheng.

Furono sperimentate diverse indicazioni, del tipo A fashionable woman close up directed by Wes Anderson oppure A woman wearing an earring that’s a portal to another universe, e ogni volta DALL-E in risposta proponeva una serie di disegni, finché non fu scelta la copertina definitiva. Nell’agosto di quest’anno un’evoluzione di DALL-E ha dimostrato un elevato potenziale nella creazione di modelli per il comparto della moda, suscitando interessi da parte di marchi come Estée Lauder, Bulova, Tommy Hilfiger, e Dolce & Gabbana.

Questo successo ha presto stimolato lo sviluppo di altri modelli del genere e oggi l’offerta è variegata, comprendente software totalmente open come StableDiffusion, o commerciali come Midjourney. Quest’ultimo ha portato alla ribalta l’argomento della creatività di una macchina, nell’ambito di una competizione artistica. Al Colorado State Fair Fine Arts, nell’agosto 2022, il primo premio è stato conferito all’opera di Jason Allen, realizzata da Midjourney, Théâtre D’opéra Spatial (Teatro dell’Opera Spaziale). Si tratta di un’immagine indubbiamente suggestiva per la sua combinazione tra stile rinascimentale e retro-futurismo e necessariamente pregevole, per essere stata scelta come miglior opera. La giuria era all’oscuro della natura artificiale dell’artista, anche se un giudice intervistato successivamente, Cal Duran, ha dichiarato che avrebbe comunque confermato il primo premio, data la bellezza dell’opera.

Teatro dell’Opera Spaziale

(Immagine: Théâtre D’opéra Spatial, Jason Allen)

Critiche e detrattori

Pur di fronte a questi eclatanti successi, diversi non sono disposti a concedere genuina creatività ai sistemi di AI, rivendicandola ancora una volta come esclusiva degli artisti umani. Tra le obiezioni più ricorrenti, si contesta alle macchine la mancanza di una consapevolezza di creare un’opera d’arte. Un loro corrispettivo umano, nel momento in cui muove il pennello sa di voler creare. Magari produce un’opera che, alla fine, non giudica all’altezza e la butta via ma la sua intenzione era chiara. Mancherebbe quindi alle macchine l’ingrediente fondamentale della motivazione interiore al creare qualcosa. Un pittore potrebbe essere spinto semplicemente dal guadagnarsi da vivere, aspirare alla fama, o anche dal volere dare espressione a qualcosa che sente prepotentemente dentro di sé. Sono tutte considerazioni che sembrano sensate ma, questa come altre, sono obiezioni poco stringenti, per ciascuna si potrebbe replicare con contro-obiezioni.

Piuttosto che elencare qui gli argomenti, ben noti, in difesa dell’AI e della sua possibilità di creatività rispetto alle ovvie obiezioni, più interessante notare invece un altro genere di critiche, innescate dai successi artistici dei modelli appena citati. Quando divenne esplicito che l’opera vincitrice al Colorado State Fair Fine Arts era il prodotto del sistema Midjourney, vi fu un’aspra protesta, inizialmente sollevata dagli altri artisti partecipanti alla competizione. Il premio fu comunque confermato e Allen sottolineò, come riportato dal New York Times: “Non ho intenzione di scusarmi, ho vinto e non ho infranto nessuna regola (…) L’arte è morta, amico. È finita. AI ha vinto. Gli umani hanno perso”.

La partita non si chiuse li, proteste ed espressioni di malcontento verso questi modelli emersero in diversi ambienti artistici. L’organizzazione inglese Dacs (Design and Artists Copyright Society) espresse preoccupazione per il futuro degli artisti e la salvaguardia del loro lavoro.

È  lampante come questa levata di scudi a protezione degli artisti umani racchiuda l’implicito riconoscimento della creatività di certi computer, che oggi si potrebbero porre come potenziali concorrenti. Ancor più illuminante a questo proposito la strategia di difesa di Allen per conservare il suo premio. Ha spiegato come la realizzazione del Teatro dell’Opera Spaziale non comportasse la semplice formulazione di una frase opportuna ma gli ci siano volute ore di tentativi con frasi diverse, prima di quella da cui è scaturita l’immagine vincitrice. Allen, insomma, ha cercato di rivendicare almeno un briciolo di creatività personale, che è andata a fondersi con quella ben più preponderante dell’AI nel creare l’opera vincente.

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