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Direttore responsabile Alessandro Longo

Restiamo un Paese analogico (nonostante i piani di Renzi). Che fare?

14 Ott 2016

14 ottobre 2016

La crescita digitale in Italia non si è ancora avviata in modo significativo. Quali sono i problemi che si stanno fronteggiando e quali i cambiamenti di percorso necessari? Ecco alcune proposte

La crescita digitale in Italia non si è ancora avviata in modo significativo. Abbiamo qualche segnale positivo, soprattutto a livello qualitativo, ma di fatto restiamo un Paese poco digitale e in ritardo su tutte le classifiche internazionali che valutano le performance dei Paesi in ambito di digitale (venticinquesima nel Digital Economic and Society Index –DESI- della Commissione UE, quarantacinquesima nel Networked Readiness Index del World Economic Forum).

Classifiche e dati che, però, non utilizziamo come base di riferimento della situazione di partenza e per costruire obiettivi rispetto ai quali misurare le politiche e i programmi. Tranne qualche eccezione, la nostra attenzione ai dati internazionali in tema di maturità digitale rimane una sollecitazione esterna, qualche volta lo spunto per convegno, ma non diventa approfondimento per definire una roadmap di miglioramento e per misurarci.

E invece proprio dai dati conviene partire per capire come cambiare una situazione che rimane, in gran parte, di stallo, e in cui si rischia di non utilizzare appieno l’opportunità dei fondi della programmazione europea 2014-2020, se è vero che a fine 2016, ad esempio, il PON Governance non si è ancora attivato (durante un evento di queste settimane è stato annunciato un primo avvio, vedremo).

Le strategie, i programmi e lo stato attuale

Su questo fronte il governo ha risposto con due programmi strategici (Banda Ultra Larga e Crescita digitale), affidati rispettivamente nell’attuazione a Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e AgID, non esplicitamente correlati tra loro né nei tempi né  nella governance.

Il Piano per la Banda Ultra Larga (BUL) si è posto degli obiettivi in coerenza con quelli della Commissione Europea e quindi punta per il 2020 al 100% di copertura della popolazione con banda almeno a 30Mbps e all’85% copertura popolazione con banda almeno a 100Mbps (in modo da raggiungere l’obiettivo europeo del 50% di sottoscrizioni a 100Mbps) e al 100% di copertura per gli edifici pubblici a 100Mbps.

Obiettivi da raggiungere tramite un programma di interventi molto articolato, con suddivisione del territorio in circa 94000 aree appartenenti a 4 cluster/tipologie, per ciascuno dei quali era definito un tipo di intervento. Nelle aree a fallimento di mercato (aree bianche), ad esempio, con intervento diretto pubblico. A che punto siamo?

Oggi (a metà 2016) la copertura a 30Mbps è del 35,4%, mentre è dell’11% su 100Mbps. Le previsioni che troviamo sul sito ufficiale di monitoraggio predisposto dal MiSE ci indicano per il 2018 e il 2020 delle percentuali che per la banda a 30Mbps sono in linea con gli obiettivi (anche se nel Piano BUL di marzo 2015 si asseriva che la copertura a 30Mbps era già al 45%), mentre sono molto preoccupanti per i 100Mbps. Qui le previsioni sono di gran lunga inferiori agli obiettivi (la metà nel 2018 e meno ancora nel 2020 – 34% contro 85%) ed è significativa la notevole differenza che si stima ci sia tra le diverse regioni (alcune al di sotto del 20%).

Discorso simile anche per i programmi della Strategia di Crescita Digitale. A fronte di un Piano che non indica obiettivi correlati con quelli del DESI e non evidenza obiettivi numerici intermedi per gran parte dei programmi, la situazione di attuazione desta qualche preoccupazione.

Sulla base dei dati esposti sul sito del Monitoraggio AgID[1], rileviamo che

  • 122mila sono state le  identità digitali rilasciate. Sono tante? Poche? L’obiettivo 2016 non è certo: nel mese di marzo era stato dichiarato un obiettivo di 6 milioni di identità digitali rilasciate, di cui la metà non relative al recupero di identità pregresse. Il confronto però a mio avviso utile è con i 18 milioni di pin unici ad oggi rilasciati da Inps e che dovrebbero rappresentare l’obiettivo di biennio;
  • 14472 le PA aderenti al nodo PagoPA e 9544 quelle realmente attive. L’obiettivo, per legge, è del 100% di adesioni entro il 2016;
  • per l’altro programma strategico, l’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente)

26 sono i comuni “pilota”, con test in corso e nessuno con completamento del subentro (quindi nessuno realmente operativo). L’obiettivo 2016 è la copertura del 100% dei comuni. Chiaramente non raggiungibile anche per la presenza di problemi legati a carenze progettuali (es. ad oggi il subentro della nuova anagrafe non prevede il caricamento dello storico e quindi, ad esempio, delle persone scomparse prima dell’attivazione) che rallentano la possibilità di messa a regime.

Insomma, anche se in misura diversa, siamo di fronte a programmi che rivelano chiari problemi di implementazione, in alcuni casi senza obiettivi che tengano conto della situazione corrente (quello dell’ANPR è il più macroscopico) in altri senza che ci sia la chiara percezione che sono in atto azioni di recupero rispetto ad una tabella di marcia molto lontana da quella prevista.

In questo quadro, il nuovo CAD e il modello per l’architettura dell’IT della PA costituiscono dei buoni riferimenti di strutturazione e di scenario, ma non si tramutano in realtà da soli e rischiano di non essere sufficienti per quella che sembra sempre di più come una necessaria presa d’atto di un problema di implementazione.

Alcuni spunti per un cambiamento di percorso

La ricetta non è in mano a nessuno, ma se si analizzano a fondo e con obiettività le situazioni a cui ho fatto cenno, ne derivano alcune considerazioni credo utili per cambiare approccio e, in alcuni casi, percorso. Le raggruppo per temi:

politiche e programmi

  • bisogna dare centralità e priorità al tema delle competenze (digitali e non solo). Nei convegni questo assunto sembra condiviso da tutti, ma nelle azioni non vedo una corrispondenza in termini di programmi e risorse;
  • senza politica industriale non c’è crescita digitale. Credo debba essere un assunto da cui partire, per definire finalmente una politica di sistema per le imprese, piano industriale per il digitale. Qualcosa c’è nel piano Industria 4.0, ma rischia di essere un piano non correlato con il piano BUL e con il piano Crescita Digitale. E quindi ancora parziale;
  • visione di sistema. Il digitale è ancora area di nicchia. Abbiamo bisogno, invece, di una visione di sistema che consenta di rispondere a domande sul mondo del lavoro, sulle organizzazioni, sulle città, legandole all’evoluzione del digitale. E con programmi di azione organici;

governance

  • nei programmi di crescita digitale deve essere evidente come si raccordano governo, regioni, enti locali, valorizzando le rispettive competenze, risorse e caratteristiche;
  • ci sono temi trasversali (quello delle competenze è uno di questi) per cui è necessaria l’identificazione di un process owner “di sistema” che si preoccupi di raccordare le azioni in ottica organica e nazionale;
  • la collaborazione multistakeholder deve essere metodo e non concessione, parte integrante del modo con cui si progettano e si realizzano i programmi. Bisogna dare peso ed enfasi ai momenti di confronto e apertura ai contributi, non relegarli alle fasi di consultazione a valle di una decisione presa;

coordinamento operativo

  • ogni cambiamento si compone di una visione, di un modello, di un’architettura di scenario da realizzare e di una strategia e un piano di implementazione. Il nuovo CAD e il modello dell’IT per le PA rimangono teoria senza un piano di accompagnamento delle PA;
  • l’organizzazione operativa deve essere adeguata al contesto e agli obiettivi che si perseguono.  Il ruolo di AgID, in questo senso, trova compiutezza ed efficacia soltanto se integrato con un’organizzazione territoriale (come i centri di competenza proposti dalle Regioni);
  • ciascun programma strategico deve avere condivisi e solidi piani di diffusione, che possono essere monitorati rispetto agli obiettivi definiti. Piani che hanno componenti di competenza, organizzazione, azione sui mercati e azioni sociali, oltre che comunicazione;
  • ciascun programma deve avere obiettivi comuni, chiari, condivisi e misurabili, sia nel traguardo finale sia nei passi intermedi. In questo senso, l’obiettivo dell’accountability (che con i siti di monitoraggio AgID e MiSE cercano di raggiungere) è da perseguire come risultato naturale di una politica di programmazione e controllo di gestione;

metodo

  • recuperare rapidamente sul terreno della maturità digitale è possibile, ma per farlo bisogna avere l’umiltà di valorizzare gli standard e i framework comuni (come Digcomp per le competenze), oltre che imparare dalle esperienze altrui;
  • bisogna, con decisione ed esprimendolo come valore assoluto, mettere a sistema la collaborazione tra le PA (basta agire a macchia di leopardo) e l’openness, anche come condizione per la creazione di ecosistemi di innovazione;
  • assumere la responsabilità della “forzatura” verso il percorso della trasformazione digitale, sapendo che i cambiamenti culturali hanno bisogno anche di strappi: per questo, agire dove necessario con sistemi di tolleranza zero, transizione forzata, switch-over digitale, superando la cultura dell’inadempienza, la logica dei silos.

Credo che abbiamo la possibilità di un recupero rapido, e di porci su un percorso di cambiamento, ma per riuscirci dobbiamo partire da un sano esercizio di realismo. Sapendo che lo sforzo da compiere è necessariamente collettivo.

 

[1] Tutti i dati sono stati rilevati il 9 ottobre 2016.

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