tecnologie e semplificazione

PA e Scuola: la digitalizzazione in 3 passi e altre buone pratiche

Infrastruttura, standardizzazione delle procedure e identità digitale sono tre passi ineludibili per rendere davvero efficace la digitalizzazione. Analizziamo allora questi step uno ad uno, da una parte con indicazioni di massima e dall’altra con spunti dedicati alla situazione e alle esigenze del sistema scolastico

26 Mag 2020
Giovanni Perani

consulente in digital transformation

Photo by kyo azuma on Unsplash

Time out. Tempo scaduto. Ci rimangono solo i supplementari per far sì che l’Italia e la sua Amministrazione pubblica approdino ordinatamente online, unico modo per raddrizzare quella burocrazia nei cui lenti meandri si annidano non inestimabili biodiversità come accade nell’ecologia fluviale, bensì sacche inamovibili di problematiche che si autoalimentano.

Lo denuncia da tempo e senza risparmiarsi Alfonso Celotto, avvocato e professore di Diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma 3 che si domanda nel titolo del suo ultimo libro: “È nato prima l’uomo o la carta bollata?”[1] «La burocrazia è un labirinto nei cui meandri per i cittadini è inevitabile perdersi e rappresenta un problema serio per lo Stato perché non solo costa molto in termini di mancata crescita del Pil e frena lo sviluppo ma diventa anche terreno fertile dove attecchisce la corruzione. La burocrazia è un male antico che viene da molto lontano» parafrasa uno dei suoi recensori. «Troppe leggi, troppa lentezza, troppi enti, troppa frammentazione di competenze, un linguaggio troppo oscuro». [2]

Da Aipa ad Agid, ma a che punto è la digitalizzazione?

Ecco a grandi linee la storia – verrebbe da dire burocratica se in questo contesto non fosse aggettivo paradossale – delle agenzie investite della digitalizzazione in Italia:

  • in origine fu l’Autorità per l’informatica nella pubblica amministrazione (AIPA), istituita con d.lgs. 39 del 12 febbraio 1993;
  • l’AIPA fu sostituita dal Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (CNIPA) in base all’art. 176 del d.lgs. 196 del 30 giugno 2003;
  • il CNIPA fu soppresso e sostituito con l’ente DigitPa ai sensi del d.lgs. 177 del 1° dicembre 2009;
  • a sostituzione del DigitPa è nata infine l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) con D.L. 83 del 22 giugno 2012 (convertito nella Legge 134 il 7 agosto 2012), che è ancora attiva.[3]

È evidente, dunque, che il processo di digitalizzazione non è neonato, anzi, è un adulto dalla vita travagliata.

Ma, in concreto, a che punto siamo?

Di recente l’AgID ha pubblicato sul proprio sito il piano per la razionalizzazione delle infrastrutture digitali della Pubblica Amministrazione del Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione,[4] in accordo con la strategia europea #DigitalUE. Ma vi si trovano solo indirizzi poco specifici e qualche volontà puntuale, come quella di adottare il modello del Cloud nelle PA («il programma che indica a tutte le PA centrali e locali quali procedure seguire per gestire in cloud alcuni [corsivo nostro] dei propri servizi»)[5] e di creare di un Polo Strategico Nazionale (PSN) che avrà la funzione di convogliare su un numero ridotto di data center nazionali «tutte le infrastrutture che oggi gestiscono i servizi strategici delle PA centrali garantendo il funzionamento dei servizi cruciali del Paese attraverso standard di sicurezza, qualità ed efficienza».

Tre passi per rendere efficace la digitalizzazione

Come crediamo invece che si debba procedere? Pensiamo che sia necessario ripartire con il piede giusto e compiere speditamente tre passi ineludibili al fine di rendere davvero efficace la digitalizzazione:

  • infrastruttura,
  • standardizzazione delle procedure,
  • identità digitale.

Alla fine di questo cammino ci sono le applicazioni. E, da subito, è imperativo far crescere le abilità digitali in tutte le fasce di popolazione.

Analizziamo allora questi step uno ad uno, da una parte con indicazioni di massima e dall’altra con spunti dedicati alla situazione e alle esigenze del sistema scolastico, l’argomento che in questa sede più ci interessa.

Infrastruttura

L’infrastruttura, che è il cardine della rivoluzione digitale, è una realizzazione complessa e si articola in rete fissa e sistemi di connessione mobile; razionalizzazione e organizzazione dei data center e applicazione di stringenti sistemi di controllo e certificazione, come la tecnologia blockchain; dispositivi di ricezione (computer, tablet, smartphone).

Se da un lato è risaputo che troppe zone d’Italia sono prive a tutt’oggi di una rete fissa o mobile degna di questo nome e che troppe utenze finali sono prive di un device o dispongono solo di devices datati, dall’altro non tutti sanno che nel nostro Paese esistono circa 11 mila data center di varie dimensioni e capacità, gestiti da 22 mila Pubbliche Amministrazioni[6] che non sono interconnessi tra loro e perciò non comunicano. Ciò significa solo una cosa: inefficacia del sistema nel suo insieme.

Teniamo presente, inoltre, che infrastrutturale è anche l’organizzazione interna dei data center. Una volta terminata la digitalizzazione degli archivi – a oggi ancora per molta parte conservati in cartaceo[7] – è necessario che successivamente si superi la modalità di pura digitalizzazione del dato tradizionale invertendo la procedura, cioè con documentazione che nasce direttamente su supporto digitale e possibilità piena di applicare sistemi di Intelligenza Artificiale per l’elaborazione dati, analisi predittive, implementazioni e ottimizzazione dei processi.[8]

Che cosa significa oggi l’infrastruttura per il sistema scolastico

È risaputo, e questa emergenza per Covid-19 non ha fatto altro che confermarlo: l’infrastruttura fa acqua (per fortuna non da tutte le parti) e penalizza pesantemente anche il funzionamento del sistema educativo. Radio scuola, le maestre vanno in onda là dove il web non arriva[9] è il titolo di un articolo pubblicato da “Repubblica” il 22 aprile scorso.

Ma anche dove la situazione di rete è migliore, l’arretratezza digitale sa dove colpire, e colpisce l’ultima propaggine, la diffusione di devices adeguati: Riciclati, usati o regalati: è la catena solidale di tablet per gli studenti costretti a casa dal coronavirus[10] è il titolo di un altro intervento su “Repubblica”.

Se l’università è risparmiata da questo handicap, sia perché le sedi sono localizzate in centri urbani serviti sia perché ha dato l’avvio alla digitalizzazione ormai da tempo, in alcune realtà del nostro territorio nazionale la mancanza dell’infrastruttura si riflette pesantemente sia sulla scuola primaria sia su quella la secondaria, rallentandone le attività o addirittura costringendole al palo. Tutti i dati si trovano in innumerevoli documenti di analisi, tra cui quelli Istat 2018.[11] Non è difficile immaginare ciò che tale situazione comporta: un sistema educativo che procede a diverse velocità, che si permette di lasciare indietro una parte di quella popolazione che costituirà la cittadinanza attiva del futuro.

Insomma, senza infrastruttura non è neppure possibile immaginare un progetto complessivo ed egualitario.

Standardizzazione delle procedure

Standardizzare una procedura significa documentarla e renderla standard e, di conseguenza, significa semplificazione e interoperabilità.[12]

Entriamo qui nell’area dell’e-government, ovvero il ricorso alle tecnologie innovative nei processi utilizzati dalle pubbliche amministrazioni per fornire i servizi agli utenti finali (cittadini e imprese).[13] Unitamente al ricorso all’ICT – si badi – si deve “umanamente” procedere a una riorganizzazione e a uno snellimento burocratico delle attività della PA, poiché non basta sostituire gli strumenti senza modificare i processi sottostanti: «[…] l’e-government non solo mira a semplificare i rapporti tra amministrazione e cittadini ma punta a una reingegnerizzazione dei processi in modo tale da eliminare lunghi ed inutili passaggi tra utenti e amministrazioni. Sono le PA che debbono avere l’onere della raccolta delle informazioni in possesso del settore pubblico riducendo le duplicazioni di attività e di controlli con un accentramento dei servizi di supporto identici nelle varie amministrazioni (grazie alla gestione dei sistemi informativi, ecc.). Al centro del processo vi è il criterio dell’interoperabilità, esso riguarda sia le infrastrutture, sia i dati e le informazioni» si legge in una tesi di laurea, disponibile online, discussa all’Università Ca’ Foscari di Venezia.[14]

Tradotto: occorrono digital asset uniformi a livello nazionale, sia nei contenuti sia nella veste. Le scelte politiche territoriali, invece, si ostinano verso la frammentazione. Un esempio lampante in questi giorni di emergenza del Covid-19 sono i portali e le normative che variano da Regione a Regione per le imprese costrette a chiedere la Cassa integrazione per i propri dipendenti. Stessa cosa dicasi per i portali SUAP (Sportello Unico Attività Produttive) e non è pratica sufficiente che alcuni Comuni si siano consorziati e utilizzino la medesima piattaforma.

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L’universalità del linguaggio amministrativo, e non il regionalismo delle procedure, è un diritto sacrosanto della comunità tutta, che ne è la beneficiaria.

Che cosa significa oggi la standardizzazione delle procedure per il sistema scolastico

In posizione digitale decisamente avanzata troviamo gli atenei che, già da anni, offrono agli studenti sia programmi di studio confrontabili a livello europeo o addirittura sovraeuropeo, sia innumerevoli servizi funzionali (gestionali studenti, Wi-Fi, catalogo delle biblioteche, accessi al materiale di ricerca, piattaforme di didattica online ecc). Per questo motivo, per la sua solida esperienza sul campo, la comunità universitaria deve essere ritenuta centrale nell’indirizzare e accompagnare il percorso che deve investire la scuola tutta.

Standardizzare non significa svilire, bensì scegliere il sistema procedurale migliore al momento, costruendo un iter che metta i singoli studenti nella condizione di poter seguire una carriera di apprendimento scandita da punti salienti di omogeneità su base nazionale, se non europea, un iter che sia aggiornabile in tempi rapidi ma anche riparametrabile se le circostanze lo richiedono.

Una buona visione di insieme sugli standard educativi è offerta dai temi di indagine del PISA (Programme for International Student Assessment).[15] Si tratta di una ciclica e vastissima analisi internazionale promossa da una ventina d’anni dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Nella pratica, questa indagine è anche un ottimo rilevatore della mancata standardizzazione: il permanere delle peculiarità e delle profonde differenze tra le politiche scolastiche adottate e di conseguenza tra i sistemi in atto nei Paesi partecipanti, o addirittura nelle regioni di ciascun Paese, rende difficile e per nulla immediata la comparazione e l’interpretazione dei risultati.

Identità Digitale

Lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) oggi si configura come la soluzione che, mediante un unico account con username e password scelti dall’utente, permette di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione (per esempio certificati anagrafici, prenotazioni sanitarie, iscrizioni scolastiche, accesso alla rete Wi-Fi pubblica, pratiche d’impresa ecc.) e dei soggetti privati aderenti. È utilizzabile da computer, tablet e smartphone e assicura la piena protezione dei dati personali, non essendo consentito alcun tipo di profilazione.[16]

Messo in cantiere nel 2014 dall’AgID, il progetto SPID è stato attivato nel 2016 e ad oggi conta più di 6 milioni di identità rilasciate. È molto acceso il dibattito sull’emendamento all’ultimo Milleproroghe proposto dal Ministro dell’Innovazione tecnologica Paola Pisano, in base al quale lo SPID dovrebbe venire rilasciato gratuitamente insieme alla carta d’identità in formato elettronico, mentre l’attuale procedimento consiste nel far richiesta ad alcuni soggetti detti Identity Provider (principalmente Aruba, Infocert, Intesa, Namirial, Poste Italiane, Register, Sielte, Tim, Lepida).[17]

Registriamo però che, più che un’identità digitale vera e propria, lo SPID è una chiave personale o aziendale di ingresso ai servizi nazionali e territoriali. In buona sostanza, l’utente si trova ad accedere a piattaforme pubbliche che non solo sono differenti (da Regione a Regione, da Comune a Comune ecc.) anche se erogano il medesimo servizio – come abbiamo detto più sopra –, ma le piattaforme dei diversi enti nazionali (per esempio anagrafe, INPS, Agenzia delle Entrate ecc.) non dialogano affatto tra loro. Ne consegue che l’utente è costretto ogni volta a ripetere inserimenti di dati e documentazioni che sono già presenti nel sistema (ma in altro data center) e che sono già stati validati dall’ente pubblico o di riferimento della pratica.[18] Certo, attualmente abbiamo guadagnato quel tempo che una volta impiegavamo a “girare per uffici” e sono andate in pensione le molteplici password, chiavi e codici necessarie per accedere fino a pochi anni fa ai servizi, eppure siamo tuttora ancorati a un’idea logora di burocrazia, carte da presentare per la centesima volta, poco più che una traslazione dell’analogico in digitale.

Per inciso, registriamo una problematica di non poco conto per le imprese: poiché non è prevista la possibilità di delega, in assenza del legale rappresentante autorizzato all’uso dello SPID, casca il palco…

Se invece l’infrastruttura fosse compiuta in tutti i suoi aspetti, se le procedure fossero già standardizzate, si potrebbe cominciare a progettare un’identità virtuale a tutto tondo, un luogo del web che riconosca appieno il nostro profilo di cittadino o il profilo d’impresa, dove tutto il pregresso è già lì e non serve altro che aggiungere l’ultima variazione, l’ultima domanda, l’ultimo pagamento di tributo, l’ultima richiesta di servizio, in un clic e con una firma digitale, per ottenere un documento valido e certificato. Progetto che non è per domani, ma è futuribile.

C’è anche un orizzonte ancor più lontano, una cittadinanza sul web sganciata dagli accessi dipendenti dagli attuali monopoli di Google, Apple, Facebook ecc., dunque a ingresso davvero libero. Una cittadinanza regolata da una identificazione certa con una chiave univoca che permetta l’ingresso a un sistema costruito per esempio su tecnologia blockchain, il cui livello di sicurezza si autoalimenta grazie alla concatenazione e all’immutabilità dei documenti.

Che cosa significa oggi l’identità digitale per il sistema scolastico

Anche su questo fronte in posizione decisamente avanzata troviamo gli istituti universitari che si sono adoperati per rendere compatibili con lo SPID le proprie piattaforme digitali già in uso da anni, al fine di offrire una maggiore sicurezza e una maggiore semplicità nell’accesso online rispetto alle precedenti credenziali (e che comunque permangono valide). Hanno fatto da apripista per questa operazione l’Università La Sapienza di Roma,[19] il Politecnico di Milano e l’Università di Torino. Dunque in ambito universitario quantomeno è disponibile un accesso sicuro e contestuale alla didattica online, a tutti i servizi offerti dall’ateneo e al proprio fascicolo di carriera scolastica. Insomma, una soluzione simile al Fascicolo Digitale del Cittadino – cui abbiamo accennato in una nota di questa sezione – ma più evoluta, di accesso a un ambito omogeneo di status e attività. Per quanto si rimanga sempre in un recinto parziale, per ora è la miglior strada da seguire.

Dolente invece la situazione della scuola dell’obbligo e secondaria di secondo grado: non solo sono ancora pochi i servizi con accesso SPID, ma in più vi ricorrono in maniera decisamente frammentaria Regioni, Province e Comuni.[20] Il servizio più diffuso per l’utenza è l’iscrizione scolastica.

Tra le funzioni più conosciute legate allo SPID è l’ottenimento della Carta del Docente (per i docenti ammessi al ruolo), che permette di accedere al Bonus per l’acquisto di prodotti legati alla formazione culturale (per esempio libri, riviste, ingressi nei musei, biglietti per eventi culturali, teatro e cinema), per l’iscrizione a corsi di laurea e master universitari o corsi per attività di aggiornamento svolti da enti qualificati o accreditati presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Gli studenti diciottenni, da parte loro, possono utilizzare lo SPID per registrarsi a 18app e ottenere il Bonus Cultura per cinema, musica e concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti ecc.

Non è facile invece individuare tutti i servizi ai quali i singoli istituti in quanto enti autonomi possono accedere con lo SPID basandosi sulla pagina “Dove puoi usare SPID” del sito dell’AgID;[21] tra questi segnaliamo comunque i servizi INAIL per polizze scuole e i collegamenti con l’azienda sanitaria locale per la coordinazione del controllo vaccinale obbligatorio.

La situazione da dolente è diventata dolentissima con l’emergenza Covid-19: detto che ovviamente non è possibile attribuire lo SPID ai minori,[22] il fatto che molti istituti (non tutti) abbiano dovuto ricorrere in fretta e in furia alle più svariate piattaforme sul mercato senza un’adeguata analisi, senza preparazione e senza l’istituzione di canali sicuri e univoci di accesso alle lezioni online ha esposto e sta esponendo gli studenti a un’aggressione senza precedenti di violenza online (il cosiddetto “zoombombing”), esterna ma anche interna.[23] C’era da aspettarselo quando si è costretti a strappi in avanti senza aver posto fondamenta solide. Il tema è strettamente connesso con il livello di abilità digitale dei corpi direttivi, amministrativi e docenti degli istituti, di cui parleremo nella prossima sezione.

Le abilità digitali e le applicazioni

C’è un confine invisibile che una volta di più divide le generazioni: è il fossato che separa chi è nativo digitale da chi no. Fortunatamente è un confine permeabile, in continuo divenire, ma lasciare il livello di questa permeabilità al caso, alla buona volontà o alla spinta che viene dal lavoro è un errore. Anche perché ha ripercussioni negative sugli stessi Millenials e sulla generazione Z quando il contesto non permette loro di accedere alle tecnologie.

Un’infrastruttura digitale efficiente è solo un mezzo che si deve saper usare, al pari di ogni altro strumento. Non per niente da lunghissimo tempo è stata istituita la patente europea per l’uso del computer (ECDL/ICDL, European Computer Driving Licence),[24] una certificazione che prevede diversi livelli di conoscenza e che in Italia è gestita da AICA.[25] Facendo mente locale sul fatto che sono ormai trent’anni che gli strumenti della tecnologia digitale sono entrati nella nostra vita quotidiana, se da una parte è ragionevole continuare a chiedere allo Stato le infrastrutture e gli up-grade del sistema, dall’altra è anche ragionevole chiedere ai cittadini di raggiungere un’abilità perlomeno basica nell’utilizzo di tali strumenti. D’altronde l’emergenza Covid-19 ha violentemente dimostrato che, se si vuole continuare a vivere più o meno appieno, dei computer abbiamo proprio bisogno, tutti devono farsene una ragione.

Auspicabile sarebbe anche il rendere obbligatorio l’insegnamento dell’uso del computer già dalla scuola primaria, per passare in quella secondaria all’apprendimento del linguaggio informatico e a livelli sempre più approfonditi, per non dover procedere direttamente all’uso, come accade attualmente, senza preventivi passaggi di conoscenza dello strumento.

Comunque siamo costretti a dire che oggi, in un certo senso, è una fortuna che ci siano le applicazioni, la prima soglia cui si affacciano molti neofiti. Scaricabili a decine, di semplice utilizzo – praticamente meccanico – e che semplificano molti aspetti di una vita in lockdown, speriamo però che le app non siano, oltre che la prima, anche l’ultima soglia. Per costruirsi una consapevolezza digitale ci vuole un minimo di sforzo in più, e lo stesso discorso vale anche e soprattutto per i più giovani, il cui naso spesso non va oltre lo schermo di uno smartphone. Chiosa perfetta è il passo del recente e accorato intervento Non basta avere le tecnologie, ma occorre saperle usare[26] di Roberto Garagozzo, presidente e cofondatore di Digitance: «Ricordo un bellissimo esempio citato da Andrea Pontremoli durante una Assemblea di Confindustria: “Consideriamo una tecnologia di base: martello e scalpello. Tecnologia molto semplice, in teoria. Ma dipende tutto dall’utilizzatore, dal suo livello di conoscenza e di competenza. Date la tecnologia a Michelangelo e lui fa la Pietà. Datela a me, e io faccio pietà!”».

Legata a doppio filo alla questione abilità digitali c’è dunque la realtà delle applicazioni. Non discutiamo su quelle commerciali: il mercato sceglie le strade che garantiscono i migliori risultati in termini economici, diamo per scontato nel rispetto delle normative. Parliamo invece delle applicazioni adottate dalla PA, che è ciò che ora ci interessa. Mentre dovrebbero essere la coda del sistema digitale, comunemente passano per esserne il fulcro, tanto che ne registriamo una superfetazione. Come i cittadini e le imprese devono rivolgersi a decine di siti diversi per accedere ai servizi della PA, così devono fare con le relative applicazioni, frammentate e ripetitive nei campi obbligatori di compilazione. E qui torniamo sempre allo stesso punto: ci vuole un aggregatore, che però non potrà mai essere dato finché le amministrazioni nazionali e territoriali continueranno a non adottare procedure standardizzate.

Che cosa significano le abilità digitali e le applicazioni per il sistema scolastico

Dopo la pubblicazione del mio ultimo intervento su Agendadigitale, che prendeva le mosse dalle scuse della ministra Lucia Azzolina per il mancato aggiornamento delle graduatorie d’istituto,[27] ho ricevuto un positivo apporto di riflessioni da parte di Luca Pacini, un Animatore Digitale,[28] commercialista e insegnante presso la scuola ITEPS Paolo Dagomari di Prato.[29] Le sue osservazioni permeano in particolare questa sezione e quella successiva, in virtù della sua posizione privilegiata di operatore sul campo e di figura di sistema in ambito scolastico.

Una parte del corpo docente è stato colto impreparato dall’emergenza Covid-19 e, giocoforza, ha dovuto sfruttare per la prima volta i mezzi della tecnologia digitale per non interrompere l’iter dell’anno scolastico. Mediamente la reazione è stata positiva e costruttiva, e già questa immagine (l’insegnante che è disposto a imparare in fretta) è di per sé esemplare.

Cito alla lettera un passo della mail ricevuta da Luca Pacini, comprensibilmente soddisfatto dei risultati: «Devo dire che la maggior parte degli insegnanti ha risposto in maniera ottima, alcuni si sono meravigliati della facilità d’uso delle applicazioni, altri di se stessi. Dopo alcuni primi momenti di informazione e scambio di buone pratiche, cui hanno partecipato quasi tutti, le cose sono andate via via migliorando e i problemi che si presentano si affrontano e si risolvono insieme». Diffidenza superata, primo ostacolo saltato, grazie anche al lavoro incessante degli animatori digitali che, senza perdersi d’animo e pur tra alterni risultati, per anni hanno preparato quella pista che non va più abbandonata.

Un docente digitalmente consapevole (specialmente se supportato da famiglie che lo sono altrettanto) avrà molte più possibilità di formare un futuro cittadino consapevole, responsabile e preparato a essere parte attiva di un mondo che già non è più Novecento.

D’altronde una vera e propria “Applicazione Scuola” condivisa ad oggi non esiste. Si sta procedendo in ordine sparso, non essendoci un modello univoco per un registro presenze, organigrammi, calendari e risultati di esami, programmi scolastici, informazioni utili a rafforzare il rapporto scuola-famiglia, circolari e disposizioni Miur, consigli per gli studenti (aggregatori feed relativamente per esempio a borse di studio somministrate da enti pubblici o privati, offerte culturali extrascolastiche) ecc.[30]

L’“Applicazione Scuola” potrebbe riguardare anche l’aggiornamento dei testi scolastici, che su cartaceo diventano obsolescenti con sempre maggiore rapidità. Potrebbe anche rendere più chiari e lineari i criteri di valutazione dei test, una standardizzazione che oggi è ampiamente applicata in campo educativo non strettamente scolastico, per esempio per gli esami internazionali IELTS (International English Language Testing System), il sistema più diffuso al mondo per la valutazione del grado di apprendimento della lingua inglese che adotta standard rigorosi (per Listening, Reading, Writing e Speaking) ed è riconosciuto anche dal nostro Miur. Guardandoci in casa, per la valutazione delle abilità conseguite nell’apprendimento di una qualsiasi lingua europea esiste già un Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER) che il Consiglio europeo ha messo a punto a partire dagli anni Novanta.

La standardizzazione potrebbe oggi più che mai facilitare anche il lavoro del corpo docente, alle prese con il proliferare delle normative su concorsi, graduatorie, domande e documentazioni e non ultimo, visto il periodo che stiamo vivendo, i protocolli di base di didattica online.

I criteri di didattica online

Il collo di bottiglia dell’emergenza Covid-19 non ha dato scampo alle scuole di ogni ordine e grado: l’unica possibilità è procedere con la didattica online. Ma pensare che la scuola stia facendo enormi passi in avanti solo perché costretta da una tragedia di queste dimensioni – un po’ come è avvenuto con Ponte Morandi di Genova – è proprio un brutto pensiero. Non è necessario che il progresso sia l’effetto di eventi tragici, significa che poco si è imparato dalla storia.

La scuola, primaria e secondaria, ha investito in tecnologia meno delle aziende. Ma, soprattutto, la scuola non ha investito nella preparazione dei docenti in modo sistematico, regolare e regolato sulle metodologie di didattica online. Bisognerà prevederlo fin da adesso per il futuro più prossimo, e senza attendere che siano perfezionati infrastrutture, standardizzazione delle procedure, SPID, applicazioni.

L’uso emergenziale delle applicazioni utili alla scuola non significa infatti che gli insegnanti si siano davvero abituati e, soprattutto, che abbiano acquisito la conoscenza dei più corretti criteri della didattica a distanza. D’altronde anche l’insegnamento in presenza richiede un tempo adeguato per dispiegarsi al meglio, perché il docente ha una formazione specifica sulla propria materia, sulla propria classe di concorso, ma non ha una formazione pedagogica tale da permettergli di essere preparato fin dal suo primo giorno in cattedra. Le metodologie si imparano via via, sulla propria pelle e con l’impegno.

Una cosa è certa: senza un corpo docente formato con tutta l’attenzione che merita si va poco lontano. Un punto di partenza istituzionale già c’è, ed è il Piano Nazionale Scuola Digitale cui abbiamo accennato più sopra, che dovrà essere messo in pratica appieno, verificato, aggiornato.

Nonostante la trasformazione digitale, la scuola rimane però un luogo da abitare in prima persona, quello dove necessariamente si sviluppano i rapporti umani e crescono le idee. Non si tratta di scegliere a senso unico, o la scuola online o la scuola fisica, bensì di comporre nel tempo la migliore coesistenza. Sottesa a qualsiasi tecnologia c’è la scelta dell’uomo di come costruirla e, al grado successivo, di come usarla. La sfida è vertiginosa: interconnettere i processi tecnologici con le dinamiche relazionali significa affinare quel mix di competenze tradizionali e strumenti digitali che può scongiurare la cupa previsione di Randy Kluver (Texas A&M University) secondo il quale nel 2025 la tecnologia supererà l’umanità. Nel caso della scuola, molto più che in altri casi, è una questione di rapporti di comunità e non di società.

L’intelligenza emotiva dell’uomo, che dipende anche dal guardarsi in faccia senza il filtro di schermi, maschere o mascherine, rimane pur sempre la modalità più costruttiva della nostra comunicazione e del nostro progresso.

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*L’articolo è stato scritto in collaborazione con Luca Pacini

  1. A. Celotto, È nato prima l’uomo o la carta bollata? Storie incredibili (ma vere) di una Repubblica fondata sulla burocrazia, Rai Libri, 2020
  2. In http://www.radioveronicaone.it/2020/02/19/e-nato-prima-luomo-o-la-carta-bollata-nuovo-libro-di-celotto/
  3. Se non vi è bastato, ripercorriamo una delle dimensioni parallele, quella del Dipartimento per l’innovazione tecnologica (DIT) della Presidenza del Consiglio dei ministri, un organo nato nel 1983 per la definizione e l’attuazione delle politiche per lo sviluppo della società dell’informazione e delle connesse innovazioni tecnologiche per le pubbliche amministrazioni, i cittadini e le imprese. Durante il quarto governo Berlusconi (2008-2011) questo organo è stato unito al Dipartimento per la funzione pubblica e ne è nato il Dipartimento per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Al tempo del governo Monti la parte originaria del Dipartimento per l’innovazione tecnologica è stata scorporata e successivamente è confluita nell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID). Nel 2019 il primo governo Conte ha istituito ex novo un Dipartimento per la trasformazione digitale (DTD), al quale sono state affidate funzioni simili a quelle del DIT del 1983. Sono passati 37 anni e siamo tornati al punto di partenza? Ma no! Nel frattempo, esattamente nel settembre 2019, nasce per la prima volta in Italia un Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, un ministero senza portafoglio che dovrebbe accorpare le funzioni attualmente svolte dall’Ufficio per l’innovazione e la digitalizzazione in seno al Ministero della Pubblica Amministrazione e le funzioni del Dipartimento per la trasformazione digitale. E qui ci fermiamo.
  4. Consultabile in https://www.agid.gov.it/index.php/it/agenzia/stampa-e-comunicazione/notizie/2020/02/21/strategia-infrastrutture-digitali-pubblica-amministrazione
  5. Ibidem.
  6. Questo e altri dati in https://medium.com/blog-per-la-trasformazione-digitale/inizia-la-rivoluzione-cloud-la-strategia-per-le-infrastrutture-digitali-della-pubblica-eddcd0a8e3f8
  7. Per velocizzare l’enorme mole di lavoro, la PA potrebbe essere affiancata da aziende private esterne certificate dall’autorità di controllo e il cui elenco sia pubblico e consultabile da chiunque.
  8. Si veda, per esempio, il sistema Watson in https://www.ibm.com/watson
  9. Consultabile in https://rep.repubblica.it/pwa/locali/2020/04/22/news/radio_scuola_le_maestre_vanno_in_onda_la_dove_il_web_non_arriva-254721379/
  10. Consultabile in https://rep.repubblica.it/pwa/locali/2020/04/22/news/riciclati_usati_o_regalati_e_la_catena_solidale_dei_tablet_per_gli_studenti_costretti_a_casa_dal_coronavirus-254706017/
  11. https://www.istat.it/it/files/2018/06/Internet@Italia-2018.pdf
  12. Cfr. https://www.agid.gov.it/it/infrastrutture/sistema-pubblico-connettivita
  13. Tutte le intenzioni dell’e-government in http://qualitapa.gov.it/sitoarcheologico/relazioni-con-i-cittadini/open-government/e-government/
  14. Laureando: Niccolò Santin, a.a. 2016-2017 (Standardizzazione dei servizi online delle Pubbliche …dspace.unive.it › bitstream › handle)
  15. https://www.oecd.org/pisa/
  16. Cfr. https://www.spid.gov.it/ Per una esauriente e chiara illustrazione del sistema, che prevede tre livelli di servizio e conseguentemente di sicurezza, si rimanda a https://www.agendadigitale.eu/cittadinanza-digitale/a-che-punto-e-il-sistema-pubblico-dell-identita-digitale-e-a-che-serve/
  17. Cfr. https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/iidentita_digitale_governo_spid_gratuito_ultime_notizie-5042587.html
  18. Ben che vada è stato attivato il Fascicolo Digitale del Cittadino come quello del Comune di Milano, che contiene le informazioni anagrafiche del nucleo famigliare, le informazioni relative alle iscrizioni ai servizi per l’educazione e scuola dell’obbligo, i documenti tributari e il collegamento ai servizi online della mobilità. Cfr. https://www.comune.milano.it/servizi/fascicolo-del-cittadino
  19. Esemplari le parole indirizzate nel giugno 2016 dall’allora rettore Eugenio Gaudio agli studenti dell’ateneo: «Con Spid, che è il primo passo concreto verso la cittadinanza digitale, si avvia un processo di cambiamento nel rapporto tra i cittadini e l’amministrazione che consentirà alle persone di interagire con libertà, direttamente dal proprio smartphone o dal proprio tablet, per ottenere i servizi, le informazioni e adempiere ai propri obblighi verso l’amministrazione. In particolare la diffusione di Spid tra le ragazze e i ragazzi, vero motore della società italiana dei prossimi anni, consentirà un miglioramento della qualità della vita». L’intero documento è consultabile in https://www.uniroma1.it/it/node/26229Per avere un’idea completa dei servizi offerti sulla piattaforma Infostud con accesso tradizionale o SPID dell’Università La Sapienza di Roma si veda la pagina https://www.uniroma1.it/it/pagina-strutturale/studenti
  20. Particolarmente attiva nell’approfittare dei benefici dello strumento SPID è la Provincia di Trento. Cfr. https://www.spid.gov.it/categorie/istruzione-cultura-e-sport-educ
  21. Cfr. https://www.spid.gov.it/servizi
  22. Il Piano Nazionale Scuola Digitale (scaricabile dal sito https://www.istruzione.it/scuola_digitale/index.shtml) dichiara in effetti questi obiettivi: 1) associare un profilo digitale (unico) ad ogni persona nella scuola, in coerenza con sistema pubblico integrato per la gestione dell’identità digitale (SPID); 2) ridurre la complessità nell’accesso ai servizi digitali MIUR; 3) associare il profilo digitale di docenti e studenti a servizi e applicazioni semplici ed efficaci, in coerenza con le politiche del Governo sul miglioramento dei servizi digitali al cittadino. Il Piano indica anche passi da compiere: 1) Sistema di Autenticazione unica (Single-Sign-On); 2) un profilo digitale per ogni studente; 3) un profilo digitale per ogni docente.
  23. La stampa se ne sta ampiamente occupando. Rimandiamo a uno tra i più recenti articoli in proposito: https://www.italiaoggi.it/news/bullismo-sulle-lezioni-online-2441402, da cui estraiamo questo passo: «[…] a Pavia il preside dell’istituto Luigi Cossa ha redatto un “avviso agli studenti”: “Purtroppo si sta diffondendo il fenomeno dello zoombombing, riconducibile alla diffusione abusiva delle credenziali di accesso che consente a terzi non autorizzati di introdursi nella lezione e disturbare con contenuti talvolta offensivi o pornografici. Lo zoombombing è un reato (interruzione di pubblico servizio) e chi diffonde abusivamente le credenziali di accesso potrebbe rendersi responsabile di concorso o favoreggiamento di quel reato”».
  24. https://www.ecdl.it/
  25. https://www.aicanet.it/
  26. Consultabile in https://www.infosec.news/2020/04/18/un-messaggio-in-bottiglia/non-basta-avere-le-tecnologie-ma-occorre-saperle-usare/
  27. https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/i-vizi-del-digitale-allitaliana-che-fanno-male-alla-scuola-ecco-perche-le-scuse-non-bastano-piu/
  28. L’Animatore Digitale (AD) è una figura obbligatoria introdotta nella scuola nel 2015 quando è stato approvato il Piano Nazionale della Scuola Digitale (PNSD). È un docente interno all’istituto scolastico (non può mai essere un esperto esterno) che affianca il Dirigente scolastico nella progettazione, realizzazione e diffusione dei progetti di innovazione digitale. Ha funzione di stimolare la formazione interna alla scuola attraverso l’organizzazione di corsi online o in presenza; coinvolge la comunità scolastica favorendo la partecipazione e stimolando il protagonismo degli studenti nell’organizzazione di progetti, workshop e altre attività, sui temi del PNSD; può prevedere anche momenti formativi aperti alle famiglie e ad altri attori del territorio, per la realizzazione di una cultura digitale condivisa; crea soluzioni metodologiche e tecnologiche innovative e sostenibili da diffondere all’interno degli ambienti della scuola, trasferisce le competenze e diffonde le buone pratiche.
  29. https://www.itesdagomari.it/
  30. A oggi gli istituti costruiscono da soli, secondo le possibilità, il proprio sito di riferimento. Per illustrare nel concreto, rimandiamo a una positiva realtà presa a caso: http://www.ic9bo.edu.it/wordpress/circolari/
360digitalskill
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Risorse Umane/Organizzazione
Smart working

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