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Ma il cashback non è misura per ricchi, ecco cosa è successo davvero

Secondo il Governo italiano la misura favorirebbe le famiglie con un reddito alto, aggravando le disparità economiche e comporterebbe costi troppo alti per le casse dello Stato. Ma è davvero così? Sebbene sia prematuro fare un bilancio complessivo, vale la pena fare alcune considerazioni basate sui numeri

05 Lug 2021
Valeria Portale

direttore dell'osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano

social-card-cashback

Con il decreto-legge dello scorso 30 giugno, il Governo italiano ha deciso di sospendere per i prossimi 6 mesi il programma Cashback, la misura che prevede la restituzione del 10% di quanto speso per i consumi in negozio, con almeno 50 transazioni effettuate con strumenti di pagamento elettronici e fino ad un rimborso massimo di 150 euro, e il Super Cashback, la misura che prevede un premio pari a 1.500 euro per i primi 100.000 cittadini per numero di transazioni nel semestre di riferimento.

L’iniziativa del Cashback si inserisce nel più ampio Piano Italia Cashless, il piano promosso dal Governo Conte che prevede incentivi sia per gli esercenti (Lotteria degli Scontrini e credito di imposta pari al 30% delle commissioni pagate per l’accettazione di strumenti elettronici, rivolto agli esercenti con fatturato inferiore a 400.000 euro) sia per i consumatori (Lotteria degli Scontrini, Cashback, Super Cashback e detrazioni IRPEF al 19% vincolate al pagamento con strumenti digitali).

Cashback addio, è stata una follia: ecco i dati che lo dimostrano

Le motivazioni del piano Italia Cashless

Le motivazioni che avevano spinto il Governo Conte ad attivare il piano Italia Cashless, e in particolare il Cashback, sono sostanzialmente due:

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  • promuovere la modernizzazione del Paese attraverso i pagamenti digitali che abilitano moltissimi servizi digitali che il contante invece preclude, si pensi per esempio ai servizi di Sharing Mobility o all’eCommerce, il cui ruolo è stato fondamentale nella lotta alla crisi sanitaria.
  • combattere l’evasione fiscale. I pagamenti digitali infatti, essendo tracciabili, sono un forte deterrente per chi vuole evadere. Inoltre, secondo le stime dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano svolte nel 2016 in collaborazione con Agenzia delle Entrate, circa il 34% del transato con contanti viene evaso (1 euro su 3), contro il 12% di evaso relativo ai pagamenti con carta (1 euro su 8) per un totale di non dichiarato di circa 120-150 miliardi di euro.

In aggiunta, come affermato anche dall’economista Carlo Cottarelli, il Cashback era stato istituito anche per stimolare i consumi in un momento di forte crisi.

Tale piano è una risposta all’arretratezza italiana rispetto al resto dell’Europa in termini di pagamenti elettronici. Dai dati pubblicati lo scorso settembre dalla Banca Centrale Europea emerge infatti un quadro tutt’altro che roseo: nel 2019 l’Italia ha registrato circa 77 transazioni pro-capite con carte di pagamento (+17% rispetto al 2018), classificandosi solamente al 24° posto (di 27) e perdendo una posizione in favore della Grecia (77,2). Dietro di noi solo Germania (76,1), Bulgaria (43,4) e Romania (30,1). Questi ultimi due paesi, però, stanno registrando tassi di crescita superiori rispetto ai nostri, rispettivamente del 33% e del 26%. L’unica consolazione è l’essere davanti alla Germania, che però è un paese in cui sono molto più diffusi i pagamenti effettuati da home banking e bonifico e dove il contante è meno utilizzato rispetto all’Italia. Ad aggravare ulteriormente il quadro generale, il gap con i Paesi europei più virtuosi in termini di pagamenti digitali è enorme. Nelle prime tre posizioni figurano i paesi scandinavi dell’Unione, nell’ordine, Danimarca, Svezia e Finlandia, che nel 2019 hanno contato, in media, 370 transazioni pro capite annue, quasi 5 volte il numero registrato dall’Italia.

L’infrastruttura dei pagamenti con carta italiana è però ben sviluppata. Nel 2019, secondo i dati della Banca Centrale Europea, erano attivi in Italia quasi 60.000 terminali POS per milione di abitanti, dato ben al di sopra della media dell’Unione Europea, pari a 31.000 terminali per milione di abitanti. Se guardiamo al numero di carte, nel 2019 l’Italia ha raggiunto 1,87 carte di pagamento pro capite, in linea con il resto dell’Unione (1,81). Il problema sembra dunque essere l’effettivo utilizzo dei pagamenti digitali, non carenze infrastrutturali.

I primi risultati dell’iniziativa Cashback

Innanzitutto, è necessario precisare che è ancora troppo presto per valutare, in modo solido, l’efficacia del programma. Bisogna valutarne il costo effettivo, che molto probabilmente sarà inferiore alle disponibilità stanziate dal Governo, pari a 4,75 miliardi di euro per l’intero periodo (quindi per i tre periodi previsti dall’iniziativa, Super Cashback compreso).

Nell’Extra Cashback di Natale, per esempio, lo Stato ha distribuito rimborsi pari a 223 milioni di euro, a fronte di uno stanziamento ben superiore, pari a 330 milioni di euro. Per quanto riguarda il primo semestre del Cashback, il calcolo dei rimborsi da erogare deve ancora essere effettuato e, con ogni probabilità sarà inferiore a quanto previsto. I cittadini che hanno aderito al Cashback, con transazioni valide, solo poco meno di 8 milioni. Di questi, circa 3 su 4 hanno raggiunto la soglia di 50 transazioni che consente di ricevere il rimborso. Ipotizzando che tutti abbiano raggiunto la soglia di 1.500 euro e che quindi abbiano diritto al rimborso massimo pari a 150 euro, questo comporterebbe un esborso per lo stato pari a poco meno di 900 milioni di euro, ben al di sotto dei 1,58 miliardi di euro circa previsti per semestre, anche conteggiando i rimborsi previsti dal Super Cashback, pari a 150 milioni di euro.

Ancora più importante, è necessario valutare i benefici della misura. I dati sono in realtà incoraggianti.

Se guardiamo ai numeri con il Cashback nei primi sei mesi:

  • Si sono iscritti 8,9 milioni di cittadini pari al 18% dell’intera popolazione maggiorenne, di cui 7,9 milioni (il 16% della popolazione maggiorenne) hanno effettuato almeno una transazione e 5,9 (il 12% della popolazione maggiorenne) hanno raggiunto le 50 transazioni.
  • Sono state effettuate 752 milioni di transazioni in 6 mesi, pari al 14% delle transazioni con carta effettuate nel 2020 e il 32% delle transazioni effettuate nel primo semestre 2020
  • Si stima quindi che possano essere stati transati con il Cashback 25,8 miliardi di euro, pari al 10% del transato nel 2020 e il 22% del transato nel primo semestre 2020

Non è possibile oggi valutare quanto sia stato differenziale rispetto agli anni precedenti e quanto semplicemente sostitutivo.

Tuttavia, qualcosa si può dire: le persone hanno utilizzato la carta anche per piccoli importi. Il 60% delle transazioni riguarda acquisti inferiori ai 25 euro, con uno scontrino medio stimato a circa 34,40 euro, a segnale del fatto che coloro che hanno aderito all’iniziativa hanno utilizzato le carte di pagamento per importi sempre più bassi e, quindi, per acquisti quotidiani. Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2020 lo scontrino medio delle operazioni effettuate con carte è stato pari a 51,7€, ben al di sopra di quello registrato tra coloro che hanno aderito alla misura. Sembra quindi che il Cashback abbia incentivato l’utilizzo delle carte di pagamento anche per gli acquisti di minore importo. Tuttavia, è necessaria un’analisi più approfondita che stabilisca la direzione della causalità e, soprattutto, gli effetti sulle abitudini di pagamento dei cittadini nel lungo periodo. Come detto, è troppo presto per valutare gli effetti del programma di incentivazione.

Guardando al solo Cashback, si può affermare, da un punto di vista qualitativo, che l’iniziativa stava iniziando ad abituare gli italiani ad utilizzare (e accettare) i pagamenti con carta. Il numero di aderenti è cresciuto via via nel tempo e ci si aspettava una crescita anche nel secondo semestre, complice anche la crescente visibilità fornita dai media che hanno più volte sottolineato l’importanza di pagare attraverso le carte. La partecipazione all’iniziativa di un numero crescente di utenti, poi, obbligava gli esercenti ad accettare anche i pagamenti di piccolo importo.

Il cashback è davvero un’iniziativa per i ricchi?

Dalle dichiarazioni trapelate dai giornali e dai discorsi del Presidente del Consiglio Mario Draghi, è emerso che il Cashback sia stato sospeso per due motivazioni principali: da un lato perché favoriva i cittadini con reddito maggiore e dall’altro perché non permetteva di combattere l’evasione fiscale, comportando costi troppo alti per le casse dello Stato.

Proviamo di seguito ad analizzare nel dettaglio queste motivazioni con qualche numero.

…. è un’iniziativa per i ricchi?

Secondo il Governo italiano la misura favorirebbe le famiglie con un reddito alto, aggravando le disparità economiche. Ma è davvero così? Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano in collaborazione con la società di ricerca Kantar, nel 2019 la quasi totalità degli italiani, utilizzatori di internet tra i 18 e i 64, possedeva almeno una carta di pagamento (99,7%). Dunque, non sembrano esserci particolari barriere al possesso di una carta di pagamento. La criticità sembra essere piuttosto l’utilizzo. Certamente persone benestanti e abitanti in grandi centri sono più predisposte ai pagamenti elettronici, tuttavia anche persone meno abbienti dispongono di uno strumento di pagamento digitale (nella maggior parte dei casi di una carta di debito) e possono effettuare acquisti.

Il Cashback, inoltre, richiedeva di effettuare 50 transazioni in 6 mesi, ossia circa 2 transazioni a settimana (verosimilmente è quindi sufficiente la spesa alimentare fatta da tutti e magari l’acquisto di un caffè) per un rimborso massimo di 150 euro (il 10% di una spesa complessiva di 1500 euro pari a circa 250 euro al mese o 62 euro a settimana). Davvero questi numeri sono solo per i benestanti? Certamente la fascia soglia della povertà non è interessata a questi temi poiché ha ben altri problemi, tuttavia crediamo che questa iniziativa possa adattarsi anche a famiglie con un reddito medio-basso. Secondo l’indagine sulle spese delle famiglie condotta da ISTAT, inoltre, nel 2020 la spesa media mensile per consumi delle famiglie è stata pari a 2.328 euro al mese (2.560 euro nel 2019), con la metà delle famiglie che ha speso più di 1.962 euro. Dati ben al di sopra della soglia di 250 euro di spesa media per consumi richiesta per accedere al rimborso massimo di 150 euro. Questo dato si conferma anche escludendo l’importo degli affitti figurativi. In questo caso, la spesa media familiare nel 2020 è stata pari a 1.741 euro.

Per di più, bisogna precisare che l’accesso al rimborso non è basato sull’ammontare delle spese effettuate, bensì sul numero di transazioni effettuate: non era necessario raggiungere la soglia di spesa di 1.500 euro nei sei mesi dell’iniziativa, ma era necessario utilizzare la carta di pagamento, per qualsiasi importo, anche ridotto.

Altre misure entrate in vigore, al contrario, sono state controverse fin dall’inizio. Si pensi per esempio al Super Cashback, la misura che prevede un premio pari a 1.500 euro per i primi 100.000 cittadini per numero di transazioni effettuate con carta. Questa misura non solo facilita i cosiddetti “furbetti” che hanno effettuato micro-transazioni per scalare la classifica, ma, anche ipotizzando una perfetta onestà da parte degli aderenti all’iniziativa, favorisce molto probabilmente le famiglie con un reddito alto e con una conseguente capacità di spesa maggiore.

Anche la Lotteria degli Scontrini, che rimane in vigore, presenta delle criticità. È infatti molto più probabile che incentivi i partecipanti con una capacità di spesa maggiore in quanto ad ogni euro speso corrisponde un biglietto della lotteria quindi maggiore l’importo speso, maggiore sarà il numero di biglietti a cui si avrà diritto e maggiori le probabilità di vittoria.

…. non fa emergere il nero ed è troppo costoso?

Innanzitutto, è necessario precisare che è ancora troppo presto per valutare, in modo solido, l’efficacia del programma. Possiamo provare a fare qualche considerazione.

Non bisogna dimenticare che l’iniziativa si inserisce in un piano molto più ampio che andrebbe valutato nel suo complesso. Uno dei punti di forza del Piano Italia Cashless è appunto la sua inclusione, ossia che è rivolto sia ad esercenti sia ai consumatori.

Consideriamo per esempio il credito di imposta pari al 30% (incrementato ora al 100%) delle commissioni pagate per l’accettazione dei pagamenti elettronici a favore di esercenti con un fatturato inferiore a 400.000 euro. Come evidenziato in precedenza, la propensione a evadere è maggiore per le transazioni in contanti, perché lo strumento non è tracciato. Tuttavia, anche il transato con carta non evita del tutto il nero (si stima che il tasso di evasione dei pagamenti elettronici sia 12% del transato, ossia viene evaso 1 euro su 8). Il credito di imposta ha proprio l’obiettivo di eliminare l’evasione delle transazioni effettuate con strumenti elettronici. Questa iniziativa da sola potrebbe far emergere un fatturato di 27-30 miliardi di euro e quindi un mancato gettito (approssimato) di 10 miliardi di euro, considerando che nel 2019 il valore dei pagamenti con carta era pari a 270 miliardi di euro. Sarebbe quindi possibile recuperare 30-40 milioni di euro di mancato gettito per ogni miliardo di euro transato con pagamenti elettronici.

Questa iniziativa da sola, però, non impedisce agli esercenti di chiedere ai propri clienti il pagamento in contanti, magari promettendo uno sconto per non emettere lo scontrino. Il Governo aveva quindi introdotto incentivi anche per i consumatori, proprio attraverso il Cashback e la Lotteria degli scontrini. Assumendo che il credito di imposta abbia pressoché azzerato il tasso di evasione dei pagamenti elettronici, per ogni miliardo di euro transato con carta anziché in contanti, si stima che si potrebbe far emergere tra i 90 e gli 120 milioni di euro di mancato gettito (approssimando una pressione fiscale complessiva di 30-40%) da sommare all’iniziativa precedente. Quindi, se tutti i 25 miliardi di euro transati con carta nell’ambito del programma Cashback fossero sostitutivi del contante, si avrebbe un recupero del gettito tra 1,5 e i 2 miliardi di euro da sommare al 0,75-1 miliardo portato dall’iniziativa del credito di imposta. È però molto irrealistico assumere che tutti i 25 miliardi di euro fossero prima spesi in contante. Per avere un recupero immediato della spesa del Cashback (stimata a massimo 900 milioni di euro) sarebbe necessario che 11-15 miliardi fossero passati da contante a carta (quindi la metà del transato), ma questo se il Governo avesse una visione miope di breve-brevissimo termine.

È importante però sottolineare che l’evasione sarà sempre più conveniente di qualsiasi incentivo ipotizzato, perché erogare un incentivo che ripaghi completamente l’ammontare delle imposte dovute farebbe venire meno il senso della tassazione (tanto varrebbe togliere direttamente le imposte).

Per cambiare la propensione all’evasione degli italiani (si ricorda che vi sono tantissimi italiani onesti che non hanno bisogno di queste iniziative) è necessario un cambiamento culturale che richiede molti anni, da effettuare anche attraverso incentivi (e non obblighi) che riguardino sia consumatori sia esercenti. In conclusione, crediamo che non sia corretto valutare il ROI di questa iniziativa guardando solo al ritorno immediato, ma bisognerebbe guardare agli effetti di lungo termine.

Le criticità del cashback

La misura è migliorabile, certamente. I punti di criticità principali riguardano l’accesso vero e proprio allo strumento. È necessario possedere uno smartphone su cui scaricare l’App IO, avere SPID o carta d’identità elettronica per autenticarsi e registrarsi e, nondimeno, avere una carta abilitata ai pagamenti online. Tutti questi requisiti presuppongono una certa predisposizione alla digitalizzazione e, di fatto, escludono i cittadini con meno competenze digitali, che, al contrario, dovrebbero essere tra i destinatari di un programma volto a incentivare la digitalizzazione. Anche se bisogna sottolineare che l’iniziativa ha spinto molti utenti a scaricare App IO e ad attivare SPID, un’ulteriore spinta verso la digitalizzazione.

Conclusioni

Misure di incentivazione come il Piano Italia Cashless, indirizzate cioè alle abitudini di pagamento dei consumatori, richiedono una pianificazione strutturata e di lungo periodo, senza interruzioni che riflettono decisioni di breve periodo. Il Cashback, quindi, poteva sì essere semplificato per facilitarne l’accesso, ma non interrotto senza una chiara valutazione dei costi e dei benefici della misura. Forse sarebbe stato preferibile portare avanti l’iniziativa secondo la pianificazione iniziale, per poi valutarne gli effetti complessivi nel lungo periodo.

L’Italia si trova indubbiamente in una posizione di ritardo nell’utilizzo dei pagamenti digitali rispetto al resto dell’Europa e un piano volto ad incentivarne l’utilizzo può apportare benefici significativi per il sistema Paese. Un piano che però sia strutturato e di lungo periodo e che non venga interrotto alle prime difficoltà politiche.

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Spazio, Colao fa il punto sul Pnrr: i progetti verso la milestone 2023
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Ecosistema territoriale sostenibile: l’Emilia Romagna tra FESR e PNRR
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Innovazione, il Mise “centra” gli obiettivi Pnrr: attivati 17,5 miliardi
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PNRR: raggiunti gli obiettivi per il primo semestre 2022. Il punto e qualche riflessione
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PNRR: dal dialogo tra PA e società civile passa il corretto monitoraggio dei risultati, tra collaborazione e identità dei luoghi
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Comuni e PNRR: un focus sui bandi attivi o in pubblicazione
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Formazione 4.0: cos’è e come funziona il credito d’imposta
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Water management in Italia: verso una transizione “smart” e “circular” 
LE RISORSE
Transizione digitale, Simest apre i fondi Pnrr alle medie imprese
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Turismo, cultura e digital: come spendere bene le risorse del PNRR
Analisi
Smart City: quale contributo alla transizione ecologica
Decarbonizzazione
Idrogeno verde, 450 milioni € di investimenti PNRR, Cingolani firma
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PNRR, imprese in ritardo: ecco come le Camere di commercio possono aiutare
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Industria 4.0: solo un’impresa su tre pronta a salire sul treno Pnrr

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