Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

Dati aperti

Open data: scattano le sanzioni alla Pa, ma i Comuni le ignorano

di Alessandro Longo

07 Apr 2015

7 aprile 2015

Da febbraio è possibile sanzionare le pubbliche amministrazioni che non seguono gli obblighi della 90/2014 in fatto di open data. Ma tutto è fermo. Una ricerca del Polimi dimostra che la maggior parte dei Comuni non rispetta la norma

Gli open data in Italia sono entrati ufficialmente nell’era dell’illegalità. Sì, perché da metà febbraio sono scattate i termini previsti dal decreto legge 90/2014, convertito dalla Legge 114 dell’11 agosto, secondo cui le pubbliche amministrazioni erano obbligati a fornire i dati in formato aperto a partire da 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. Con tanto di sanzioni per gli inadempienti.

Ma in Italia open data è la Cenerentola dell’Agenda digitale: non si merita l’attenzione del Governo. E’ solo per questo motivo che le pubbliche amministrazioni possono permettersi una così sfrontata inadempienza della legge. La conferma è in un recente studio del Politecnico di Milano (lo pubblichiamo qui)

Risulta che solo il 41 per cento dei Comuni pubblica i dati. Per di più, il 66 per cento nega di volerlo fare in futuro e solo uno su tre rispetta le Linee guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale sulle modalità di pubblicazione dei dati. Non solo: “i dati pubblicati servono a poco, dato che le amministrazioni non mettono a disposizione quelli davvero significativi”, mi dice Ernesto Belisario, avvocato tra i massimi esperti della materia. Solo il 16 per cento li aggiorna (i dati vecchi sono poco utili) e solo il 30 per cento permette un’interazione. Motivi a loro discolpa: il 60 per cento dei Comuni dice di non avere personale interno da dedicare e il 43 per cento lamenta risorse economiche insufficienti. Il 25 per cento rileva “scarso interesse da parte della componente politica”, si legge nel rapporto del Politecnico.

In un Paese che lotta da sempre contro la corruzione pubblica e che avrebbe bisogno di rilanciare le proprie Pmi, non sfruttare la miniera di dati pubblici è un delitto. 

La trasparenza è arma fondamentale e l’ultima conferma si è avuta in Grecia: Syriza, all’indomani della vittoria, ha lanciato una piattaforma digitale (“Diavgeia”, “Trasparenza”) dove le amministrazioni devono pubblicare leggi e decisioni prima che queste entrino in vigore. Qui invece qualche esempio di uso business degli open data.

In Italia invece tutto fermo, e l’ultimo Open Data Barometer (della World Wide Web Foundation) ci fa perdere due posizioni (ora 22esimi) nel 2014. 

Il nostro sito, voce nel deserto, sta conducendo una campagna di informazione su casi di studio degli open data (qui e qui). Non c’è più bisogno di confermare che la via da seguire è sia giusta sia ben battuta dagli altri. Ma gli open data toccano il nervo più debole della cultura digitale (e non solo digitale) italiana. E’ ciò che ci costringe ad andare contro un’atavica tradizione di burocrazia: di poteri chiusi nel proprio piccolo o grande recinto. Gli stessi problemi che rallentano tutto l’impianto dell’Agenda e hanno ostacolato l’Agenzia per l’Italia Digitale si manifestano in piena luce con la questione degli open data. Perché è proprio qui la prima linea per combattere quei retaggi. Ecco perché è la battaglia più difficile da vincere. Ma, per lo stesso motivo, è anche la più importante, per cambiare l’Italia al suono del digitale.

 

 

  • cirospat

    lo studio del Politecnico di Milano (Osservatorio eGovernment) è davvero utilissimo per capire lo stato dell’arte sugli open data negli enti pubblici in Italia. Un vero termometro.
    Come anche utile è il portale governativo italiano dati.gov.it per capire chi fa open data e che tipo di open data #FA!
    Ci sono PA italiane che fanno opendata senza lo “spettro delle sanzioni”.
    Un po di opendatari italiani (vedi spaghettiopendata.it) da tempo stiamo a sudare sulla redazione dell’opendata italian census http://it-city.census.okfn.org/ (Open Knowledge Foundation). Il redattore di questo articolo lo conoscerà sicuramente il census, ma non tutti lo conoscono.
    E’ un lavoro volontario, non completo, ma utilissimo per capire i gap e i pro degli open data in Italia.
    Credo si dovrebbe partire dalle PA che fanno opendata per creare una sorta di ondata di cultura opendata della PA, con effetto imitazione/emulazione da parte di altre PA. Lasciare stare la cultura dello “spettro delle sanzioni” (che in Italia sembra non funzionare molto) come molla per innovare i modelli gestionali per produrre e pubblicare opendata.
    Va bene, ci stanno anche le sanzioni, come per Amministrazione Trasparente (d.lgs.33/2013), ma non fare molla solo sulle “sanzioni” per innovare i processi di generazione/pubblicazione degli opendata.

    Tempo fa analizzai le cause della mancata pubblicazione (o non pubblicazione ottimale) degli open data = http://www.innovatoripa.it/posts/2014/03/4903/io-ne-ho-visti-di-opendata-che-voi-sviluppatori-non-osereste-neanche-immaginare.
    L’ho fatto perchè lavoro all’interno di una PA, quindi consapevole del processo di generazione e pubblicazione degli open data dentro uno dei più grandi comuni italiani del sud. E ho capito un po di fattori comuni a tutte le PA che oggi non consentono la pubblicazione di dataset in formato aperto almeno a 4-5 stelle e dinamicamente aggiornati. Ma almeno nella mia PA oggi “works are in progress” per il miglioramento e l’ottimizzazione del processo. A breve (giugno-luglio 2015) uscirà online uno studio nazionale dettagliato sugli open data della PA italiana, in cui si analizzerà il caso studio di una città per capire come si è organizzata per ottimizzare il processo di pubblicazione degli open data, quindi: stay tuned.

    Sarebbe estremamente utile conoscere (comodamente in una piattaforma online) quanti e quali comuni in Italia hanno pubblicato i famosi 4 dataset ritenuti essenziali dall’Agenda Nazionale (dell’AGID) per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico dei comuni:
    http://www.agid.gov.it/sites/default/files/documenti_indirizzo/agendanazionalepatrimioniopubblico2014.pdf (tabella 1 da pag. 15).
    I 4 dataset: 1- pianificazione 2- vincoli sul territorio 3- edifici pubblici 4- grafo stradale).
    Ci sono comuni che li hanno pubblicato, ma dove (online) è possibile venirne a conoscenza in una piattaforma nazionale che li contiene tutti? Questo per dire che c’è già chi lavora in questo senso ma a livello nazionale ha poca visibilità!

    Grazie a questo portale http://www.agendadigitale.eu/ e ad Alessandro Longo, per tenere alta l’attenzione sulla generazione/pubblicazione degli open data nella #PA italiana. Anche in questo 2015 ci saranno sorprese interessanti nell’ambito opendata della PA, facciamole diventare virali 🙂

  • dal trentino

    Penso che ormai neppure la scusa dei costi sia più sostenibile, dal momento che le piattaforme tecnologiche ed i modelli organizzativi ci sono; basta averne consapevolezza.
    In Trentino, ad esempio, moltissimi comuni usano il sistema comunweb come piattaforma digitale unica abilitante:

    http://www.comunweb.it/Servizi/Guadagnare-con-gli-Open-Data

    naturalmente, open source.

  • Deluso

    …incapacità, qualunquismo, negligenza, mancanza di vere responsabilità e di sanzioni, manager inetti, …e come si fa ad arrivare agli Open Data??

  • sanbosco

    Non è l’unico caso di leggi disattese dalla Pubblica Amministrazione. Diamo una una occhiata alla Accessibilità dei siti WEB, anche solo ai siti dei Comuni capoluogo di provincia della Lombardia, e cosa troviamo, la maggior parte non sono accessibili secondo le norme della Legge Stanca. Se qualcuno è interessato posso contribuire a fare personalmente una analisi a tappeto al fine di sensibilizzare all’importanza dell’accessibilità dei siti WEB.

Articoli correlati