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Italia 2030: infrastrutture critiche più smart per crescere e difendersi



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L’Italia ha colmato gran parte del divario digitale grazie al PNRR, ma ora la sfida si sposta sulle infrastrutture critiche: reti elettriche, mobilità, acqua e data center, da progettare in chiave resiliente, sicura e sempre più integrata con le strategie europee di difesa

Pubblicato il 17 dic 2025

Stefano Pileri

Chief digital transformation and innovation officer Maticmind



infrastrutture digitali pubbliche DevSecOps nella PA

Il PNRR ha dimostrato che l’Italia è capace di colmare rapidamente ritardi storici quando dispone di un piano chiaro e di una governance efficace. Ora si apre una fase ancora più impegnativa, che coincide con una trasformazione epocale dell’economia, dell’energia, della mobilità e della sicurezza europea. Le infrastrutture critiche diventano il terreno su cui si misura non solo la modernità di un Paese, ma la sua capacità di affrontare le incertezze globali, di proteggere la propria economia e di costruire una crescita duratura.

  1. La definizione di “infrastrutture critiche” in Italia è contenuta nel Decreto Legislativo 11 aprile 2011, n. 61, che recepisce la Direttiva 2008/114/CE del Consiglio europeo. Questa direttiva riguarda l’identificazione e la designazione delle infrastrutture critiche europee (ICE) e la valutazione della necessità di migliorare la loro protezione. Principali riferimenti legislativi: 1) Direttiva 2008/114/CE: Stabilisce un approccio comune a livello europeo per identificare e proteggere le infrastrutture critiche nei settori dell’energia e dei trasporti, con possibilità di estensione ad altri settori. 2) Decreto Legislativo n. 61/2011: Definisce in Italia le infrastrutture critiche come “quei beni, sistemi o parti di essi, situati nel territorio nazionale, che sono essenziali per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza, della protezione e del benessere economico e sociale dei cittadini”. La legge prevede anche misure per la protezione di tali infrastrutture e stabilisce procedure per la designazione delle infrastrutture critiche europee e nazionali. Inoltre, il Decreto Legislativo 18 maggio 2018, n. 65, che recepisce la Direttiva NIS (Network and Information Security), introduce ulteriori misure di sicurezza per le infrastrutture critiche, soprattutto in relazione alla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. ↩︎
  2. I2V (Infrastructure-to-Vehicle) è una modalità di comunicazione unidirezionale in cui l’infrastruttura stradale trasmette informazioni direttamente ai veicoli, allo scopo di supportare la guida assistita o autonoma. Le informazioni possono includere messaggi di allerta, limiti di velocità dinamici, stato del traffico, presenza di ostacoli, cantieri o condizioni meteo critiche. Storicamente, lo standard tecnologico di riferimento per l’I2V è stato DSRC (Dedicated Short Range Communications), basato sul protocollo IEEE 802.11p, che opera nella banda dei 5,9 GHz e consente comunicazioni dirette a corto raggio (fino a circa 300-500 metri) con tempi di latenza molto bassi. ↩︎
  3. V2X (Vehicle-to-Everything) indica la comunicazione tra un veicolo e altri elementi connessi come veicoli, infrastruttura stradale, rete mobile o utenti vulnerabili. Utilizza due principali tecnologie: DSRC (IEEE 802.11p) e C-V2X, evoluzione definita dal 3GPP nelle release 14-16. C-V2X include la comunicazione diretta PC5 (interfaccia tra dispositivi, senza rete mobile, per messaggi a bassa latenza) e la comunicazione Uu (tramite rete cellulare 4G/5G, per collegamento a centri di controllo o cloud). Entrambe operano tipicamente nella banda dei 5,9 GHz. Il C-V2X con rete 5G è destinato a diventare lo standard di riferimento per la mobilità connessa. ↩︎
  4. Da un lato, i sostenitori della guida autonoma basata esclusivamente su sensori di bordo (radar, lidar, telecamere) e algoritmi locali puntano sull’autosufficienza del veicolo. Questo approccio, detto “vehicle-centric”, è promosso da molte case automobilistiche e aziende tecnologiche perché permette un controllo completo senza dipendere da infrastrutture esterne. Dall’altro lato, l’approccio “infrastructure-supported” sostiene che la piena affidabilità, sicurezza e scalabilità della guida autonoma richiedano l’integrazione con infrastrutture intelligenti, come la Smart Road. In ambienti complessi come gallerie, intersezioni o aree urbane dense, il solo veicolo può avere visibilità o capacità di calcolo limitate. Qui la strada può fornire dati critici sul traffico, ostacoli non visibili, condizioni meteo localizzate, priorità di passaggio, presenza di utenti vulnerabili. La verità è che i due modelli non si escludono: la guida autonoma evolverà come un sistema cooperativo. I veicoli useranno al massimo i propri sensori, ma dialogheranno anche con l’infrastruttura (V2X), sfruttando i dati della Smart Road per aumentare affidabilità e ridondanza. Questo approccio è coerente con la filosofia di sicurezza “fail-operational”, dove anche in caso di parziale guasto, il sistema complessivo continua a funzionare. In sintesi, il supporto della Smart Road non è un vincolo per lo sviluppo della guida autonoma, ma un acceleratore fondamentale per renderla più sicura, efficiente e pronta per scenari reali complessi. ↩︎

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