Glasnost dei dati? Frenare lo strapotere delle Big Tech non è più un tabù - Agenda Digitale

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Glasnost dei dati? Frenare lo strapotere delle Big Tech non è più un tabù

Marketing, elezioni, propaganda elettorale, economia: grazie ai big data, i giganti del web stanno diventando i nuovi padroni del mondo. È possibile frenare il potere oligarchico delle Big Tech? Forse sì, ma occorre mettere in discussione il possesso esclusivo dei loro dati

04 Ago 2021
Micael Zeller

Operatore di dati digitali - cultura-digitale.com

GAFA, GAFAM, oligarchi di internet, giganti del web. Comunque le si definiscano, le grandi società del ciberspazio (Google, Apple, Facebook, Amazon eccetera) vengono guardate negli ultimi lustri con preoccupazione crescente. La massa di dati che queste imprese captano, fagocitano, immagazzinano è impressionante: solo Facebook dichiara di generare più di 46 Gb di dati al secondo.

Big Tech, affrontare il nodo della responsabilità senza errori o censure: le sfide

In pochi anni è maturata la consapevolezza dell’enorme potere concentrato nel loro tesoro di informazioni, da incrociare ed elaborare per acquisire potere sui consumatori e sugli elettori.

Gli esclusi dal club dei padroni dei dati, a cominciare dall’Europa, tentano da anni di reagire ma stentano a centrare l’obiettivo. I nuovi fenomeni ci trovano spiazzati: preoccupati, e certamente invidiosi, assistiamo impotenti a questo accumulo di soldi e potere. Intuiamo che a problemi nuovi servono soluzioni nuove, ma fatichiamo a individuarle.

GDPR: pietra miliare insufficiente

Il GDPR del 2018, che segue lo scandalo Cambridge Analytica, resta una pietra miliare.

Dobbiamo ammettere che, come utenti del web, ogni volta che visitiamo un sito siamo disturbati dalla richiesta di accettare i cookies. Un fastidio, e un allarme che suscita dubbi. Che bisogno c’è di inserirmi questi cookies? Che cosa ne faranno? Sarò d’ora in poi sotto controllo? Cerco di rifiutarli? Scelgo quelli che mi sembrano innocui? Cancello tutti i cookies memorizzati? Od opto per la cosiddetta “navigazione anonima”, che ogni browser offre, e che alla chiusura cancella tutti i cookies e non ci penso più? E del resto i cookies non sono superati da tecniche di riconoscimento intelligenti? (E infine che cosa dobbiamo difendere, la pràivasi, la prìvasi o la privatezza?).

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Certo, il GDPR non riguarda solo i cookies. Ci dà il diritto di controllare, rettificare, far cancellare o trasferire tutti i dati che ci riguardano. Già, ma in pratica come si inoltra la richiesta al titolare del trattamento? E quanto tempo dovrò perderci?

Bisogna comunque riconoscere al regolamento il merito di avere imbrigliato per la prima volta la raccolta indiscriminata di dati. Ma il tema preoccupante, l’oligopolio dei dati, non ne viene intaccato.

Battaglie fiscali e legali, ma la concentrazione dei dati resta

Un altro problema è l’elusione fiscale che i GAFAM realizzano, sfruttando le incongruenze del sistema fiscale europeo. Niente di nuovo, le multinazionali l’hanno sempre messo in pratica, tuttavia, mai quanto adesso.

Da qui prende le mosse la seconda importante reazione, con la tassa minima del 15% recepita dal G20 e in vigore dal 2023.

Ma anche l’arma fiscale, pur importante, non centra il problema della concentrazione dei dati.

Le preoccupazioni non sorgono solo fuori dalla patria delle Big Tech: la Federal Trade Commission (FTC) ha accusato Facebook di pratiche monopolistiche: ma che cosa significa attribuire al colosso una “quota dominante” del mercato superiore al 60%?
Il tribunale del District of Columbia ha fatto cadere l’accusa, osservando che una rigorosa definizione di “mercato dei social” è impossibile, tanto più data l’eterogeneità dei servizi offerti, che inoltre sono tutti gratis.

Anche Amazon è da tempo nel mirino, anche perché, attraverso le sue vendite per conto di commercianti terzi, acquisisce i dati che le agevolano una discutibile concorrenza nei confronti di queste imprese, già sue clienti.

Quindi la pressione sui GAFAM non si allenterà: come osserva Alberto Mingardi, dei big dell’informatica si presuppone: “sono grandi e dunque, per questo stesso fatto, pericolosi”.

Una proposta dirompente

Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schoenberger, in “Fuori i dati!: Rompere i monopoli sulle informazioni per rilanciare il progresso” (EGEA), propongono una soluzione dirompente: le imprese che raccolgono dati, a partire da quelle che gli autori chiamano “imprese superstar”, devono mettere i dati da loro raccolti a disposizione di tutti.

L’idea non è una novità assoluta, anzi la presidente della Commissione europea von der Leyen ha detto nel suo discorso sullo stato dell’Unione 2020: “La quantità di dati industriali nel mondo si quadruplicherà nei prossimi cinque anni, così come le opportunità che ne deriveranno. Dobbiamo dare alle nostre imprese, alle PMI, alle start-up e ai ricercatori l’opportunità di sfruttare appieno le loro potenzialità. E i dati industriali valgono oro quando si tratta di sviluppare nuovi prodotti e nuovi servizi. La realtà ci dice però che l’80% dei dati industriali viene raccolto ma mai utilizzato. Si tratta di un vero spreco. Una vera economia dei dati sarebbe un volano potente per l’innovazione e l’occupazione. Dobbiamo perciò proteggere questi dati per l’Europa e renderli ampiamente accessibili. Ci servono spazi comuni per i dati, ad esempio nel comparto dell’energia o nel settore sanitario. In questo modo sosterremo ecosistemi dell’innovazione ai quali università, imprese e ricercatori potranno accedere per collaborare sui dati.”

L’idea di generalizzare questo principio suscita ovvie obiezioni: se i dati, anonimizzati, raccolti da Google, Facebook eccetera devono essere elargiti agli altri operatori, non si vanifica il loro sforzo di offrire servizi gratuiti in cambio di dati? Non si creerebbe una situazione “comunista” a scapito della concorrenza?

Nel confutare le possibili obiezioni, gli autori di “Fuori i dati!” rilevano innanzitutto che i dati, benché definiti spesso “il nuovo oro nero”, a differenza del petrolio non perdono valore se redistribuiti. Anzi, attualmente, per lo più giacciono inutilizzati nei server. Se ampiamente accessibili, i dati costituirebbero il carburante per il lancio di tantissimi servizi nuovi, con benefici a vantaggio di tutti, comprese in definitiva le grandi imprese del web.

L’involuzione della Silicon Valley

Di fondo, aleggia una critica dell’involuzione del mondo digitale: nella Silicon Valley, dove la sana concorrenza era stimolata dalla spirito di condivisione, dalla voglia di confrontarsi e dalla sinergia delle idee in circolazione, la carica iniziale è da tempo esaurita. L’ambiente non favorisce più le idee dirompenti, come nel volgere del secolo. I grandi del web si preoccupano di tenere sotto controllo le idee delle startup, per poi annetterle, riservandosi di sfruttarle o di lasciarle morire.

Ai dipendenti si offre ogni tipo di fringe benefit e di svago high-tech. Anna Wiener, in “La valle oscura”, li descrive con un certo distacco ironico: “Palestra gratuita, pranzo incluso, deposito bici, vacanza sciistiche al lago Tahoe, trasferte a Napa, conferenze a Las Vegas, birra alla spina, birra artigianale alla spina, kombucha alla spina (…) massaggio in sede, yoga in sede, tavolo da biliardo, tavolo da ping-pong, robot da ping-pong, vasca delle palline, serata dei giochi, serata del cinema, go-kart, zipline”. Ma il vero scopo degli intrattenimenti è scoraggiare il contatto con i dipendenti della concorrenza; il che, tra parentesi, ci ricorda la politica vincente del grande leader del secolo scorso: IBM.

Fuori i dati

Il saggio di Ramge e Mayer si dilunga nel prefigurare i vantaggi in tutti i campi della redistribuzione dei dati. Certo è difficile valutare la realizzabilità pratica della loro proposta, ma ancora più difficile è pensare di limitare o imbrigliare il fenomeno dell’accentramento dei patrimoni di dati, con relativo squilibrio di potere, senza mettere in discussione il possesso indiscriminato ed esclusivo dei dati da parte degli oligopoli. Lo slogan “Fuori i dati!” (come nel titolo della traduzione italiana) indica una strada importante, destinata forse ad aprire importanti discussioni nei prossimi anni.

Sarebbe impensabile ogni forma di esproprio, ma, per esempio, anziché accontentarci di conoscere la finalità generica del trattamento dei dati, potremmo pretendere che vengano periodicamente dichiarati con precisione i processi e gli utilizzi che il titolare ne fa.

Oppure, per restare nella consueta metafora dei dati come petrolio, si può immaginare un Paese nel quale chiunque abbia il diritto di effettuare prospezioni, estrarre legalmente idrocarburi, e sfruttare il suo pozzo per un anno o due, dopo di che sarebbe tenuto a condividerlo con la collettività, in base al principio che, in definitiva, il sottosuolo è di tutti. Allo stesso modo si può immaginare che i dati, legalmente ottenuti, siano sfruttabili per un anno o due, ma poi messi a disposizione di tutti, premiando così adeguatamente sia chi li ha estratti sia chi li aveva originati, cioè tutti noi.

Tutto ciò sarà possibile se l’Occidente vincerà la resistenza delle lobby dei big nella UE e negli USA. Ma c’è chi, a differenza dei GAFAM, non ha certo bisogno di lobby per difendere i propri segreti, e si chiama BATX: Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi.

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