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il dibattito

Società digitale, perché il Gdpr è presidio dei diritti fondamentali

Il prezzo che rischiamo di pagare in cambio del benessere e della sicurezza offerti dalle tecnologie è la rinuncia alla libertà e ai diritti fondamentali. Occorre fermarsi ora a riflettere su quale vogliamo sia il posto della persona nella società digitale. Agendadigitale.eu vuole farsi promotrice del dibattito

13 Feb 2019

Franco Pizzetti

professore ordinario di Diritto Costituzionale - Facoltà di Giurisprudenza Università di Torino


Qual è il posto che la persona umana e i suoi diritti devono avere nella società digitale? Di fronte alla trasformazione sociale ed economica in atto – che in Italia è in fase di avvio, ma in tantissimi altri contesti è già una realtà concreta – è essenziale fermarsi a riflettere sulle scelte fondamentali alle quali le nostre civiltà sono chiamate e alla sfida che il mondo occidentale deve cogliere rispetto a una evoluzione tecnologica che, se lasciata libera di svilupparsi senza una regolazione adeguata, è destinata a travolgere due millenni di pensiero e di visione del mondo.

È fondamentale, infatti, comprendere, e farlo ora, che lo sviluppo della società digitale mette a rischio la libertà individuale e i diritti fondamentali delle persone, ma che proprio in difesa di tali diritti l’Europa ha voluto issare il baluardo del Gdpr.

La decisione, assunta insieme da chi scrive e dal direttore di Agendadigitale, Alessandro Longo, di aprire con lo scritto di Giuseppe D’Acquisto una riflessione a più voci sul presente e sul futuro della società digitale, si fonda sulla consapevolezza che proprio questo è il problema più importante che la nostra società deve affrontare e deve farlo ora.

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/societa-digitale-la-persona-al-centro-dello-sviluppo-tecnologico-priorita-e-sfide

Innovazione digitale: stato dell’arte e mosse del Governo

Il tempo che rimane è sempre più scarso, sempre più prezioso. Malgrado resistenze e anche non senza una qualche improvvisazione anche in Italia infatti sembra essere in fase di avvio la rivoluzione digitale.

Dico in fase di avvio perché, quali che siano le notizie fatte circolare su siti e giornali specializzati, siamo in grave ritardo nella copertura della banda larga in tutto il Paese e per quanto riguarda il passaggio al 5G per ora ci accontentiamo di tanti convegni e articoli, più o meno informati e capaci di informare su cosa sia davvero questo nuovo, enorme, balzo in avanti delle reti di telecomunicazione.

Tuttavia, come avrebbe detto Galileo, anche in Italia qualcosa “eppur si muove”, merito certamente anche della pressione internazionale e della competizione mondiale, che esclude e sempre più escluderà quanti, imprese, sistemi-Paese, governi e amministrazioni non saranno in grado di comprendere adeguatamente il cambiamento in corso.

In questo senso è giusto dare atto che il Governo attuale sta compiendo uno sforzo che, pur in continuità con quelli precedenti per quanto riguarda almeno la digitalizzazione della PA, tenta anche di aprire nuovi orizzonti e ridare vitalità alla agenda digitale.

Sarebbe ingiusto negare il segnale positivo dato con la recente istituzioni presso il Mise di alcune Commissioni e gruppi di studio su temi importanti come la Intelligenza Artificiale e alcune innovazioni ancora discusse ma certo importanti come la blockchain.

L’ennesimo rilancio della Agenzia digitale e il preannunciato disegno di accentuare il ruolo della Presidenza del Consiglio in questo settore completa, per quanto è dato sapere, il quadro.

Le resistenze all’innovazione digitale in Italia

Detto questo, va anche sottolineato che non mancano segnali di resistenza, anche fortissima, a ogni reale innovazione. In molti campi, anche relativi a settori come quello finanziario, in cui l’innovazione digitale è da tempo in atto e ha radicalmente mutato il modo di effettuare le operazioni finanziarie di maggiore rilievo e il funzionamento stesso delle borse mondiali, le resistenze sono più occulte e sostanzialmente legate a ritardi concreti, rinvii di investimenti necessari alla innovazione e rinunce a lunghe e complesse procedure di riorganizzazione, anche rispetto alla ripartizione fra attività digitali e tradizionali attività “analogiche”, certo più gradite a una popolazione in larga misura anziana e che fa fatica a seguire il cambiamento.

In altri settori di impresa invece l’innovazione digitale è vista essenzialmente come occasione di modificare il proprio business ma non di innovare davvero e in profondità il proprio modello organizzativo e gestionale.

In altri ambiti prevale una resistenza, anche comprensibile, a una innovazione molto costosa, che richiede comunque investimenti massicci per rivoluzionare non solo il sistema organizzativo e gestionale ma, spesso, il modo stesso di produrre e di concepire il proprio rapporto col mercato e con i consumatori/utenti.

Infine non mancano i problemi che la sfida all’innovazione digitale pone ad un Paese come il nostro composto in prevalenza di piccole e medie imprese per le quali i costi da sostenere per l’innovazione risultano spesso oggettivamente quasi proibitivi, soprattutto in un contesto di crisi economica e di restrizione del credito.

L’opposizione alla piena attuazione del Gdpr

La resistenza, prima occulta ora sempre più manifestata, a dare piena attuazione al GDPR e al Codice italiano novellato da parte delle imprese, spesso anche indipendentemente dalla loro dimensione, è una cartina di tornasole delle grandi difficoltà che il nostro Paese sta incontrando di fronte alla trasformazione in atto.

Come ricorda benissimo Giuseppe D’Acquisto nel breve saggio che ha dato occasione a questa riflessione, il GDPR è molto, molto, molto di più di un apparato puramente regolatorio.

Esso è soprattutto un Patto sociale, come dice D’Acquisto, o il Patto costituzionale, come direbbe un costituzionalista, che l’Unione Europea, spinta anche dalla sua Carta dei diritti fondamentali e in particolare dall’art. 8, voluto da Stefano Rodotà al quale, fosse anche solo per questo, dobbiamo tutti eterna gratitudine, vuole basare la via europea allo sviluppo dell’economia digitale.

Il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali e l’obbligo per ogni Stato dell’Unione di avere una apposita Autorità indipendente che vigili e controlli sulla sua attuazione contenuto nell’art. 8 della Carta dei diritti dell’Unione assume ogni giorno di più una importanza maggiore, fino ad assumere il ruolo della pietra angolare fondamentale sulla quale poggiare tutto il processo di trasferimento dei valori bimillenari della cultura occidentale greco- romana e cristiana, basata sul riconoscimento dell’individuo (e per i cristiani della persona) come una entità unica e preziosa, irripetibile e per questo titolare di diritti e doveri inalienabili che sono alla base del suo rapporto con la società e la realtà del suo tempo.

Diritto alla protezione dei dati personali come diritto fondamentale della persona

È fondamentale per tutti comprendere che lo sviluppo della società digitale mette a rischio proprio la libertà individuale e i diritti fondamentali delle persone.

Per il modo stesso col quale essa è “costruita” o, più esattamente, per il modo stesso col quale essa si configura un futuro, già ampiamente presente, porta inevitabilmente a fare di ciascun individuo una parte di un meccanismo collettivo. Il rapporto tra individuo e gruppo sociale, tendenzialmente globale, non è più un rapporto di libertà ma un rapporto meccanicistico di appartenenza, in ragione del quale, come dice benissimo D’Acquisto ognuno diventa allo stesso tempo produttore e consumatore, lavoratore e datore di lavoro, fornitore delle informazioni necessarie affinché il sistema complessivo si possa prendere cura di lui e beneficiario di una organizzazione totalizzante che però gli assicura benessere e attenzione.

Lo scambio naturale alla base dello sviluppo della economia digitale è la rinuncia a essere individuo dotato di diritti e doveri e l’accettazione di essere parte di un meccanismo collettivo, fondato non su una ideologia ma sulle conseguenze di una trasformazione tecnologica che diventa anche una trasformazione sociale, culturale, esistenziale.

Con l’approvazione nel 2009 di una Carta dei diritti fondamentali pensata e proclamata per la prima volta a Nizza nel 2000, l’Unione Europea ha riconosciuto il diritto alla protezione dei dati personali come un diritto fondamentale della persona.

Una scelta fatta consapevolmente dalla Convenzione che redasse la Carta dei diritti ma che si basava su una realtà a quel tempo ancora assai lontana dal mondo digitale, nella quale i dati personali non sono affatto solo il petrolio ma il sangue stesso che irrora il tessuto venoso e arterioso del mondo digitale.

Quella scelta, fatta in una altra epoca storica, da chi, per nostra fortuna, sentiva anche il nuovo che stava arrivando pur, forse, ancora non conoscendolo a fondo, è stata alla base dell’obbligo per la UE, in conformità all’art. 16 del TFUE, di adottare un Regolamento sula protezione dei dati personali valido per tutti i cittadini europei.

Un Regolamento che non ha come scopo quello di interdire la libera circolazione dei dati, che anzi, al contrario, vuole garantire e rafforzare ma che ha come obiettivo di impedire che la libera circolazione dei dati e lo sviluppo della società digitale possa avvenire a danno dei diritti fondamentali e delle libertà individuali dei cittadini europei e di quanti risiedono in UE.

La sfida del Gdpr agli OTT e al modello cinese

Con l’adozione del GDPR, in sostanza, la Ue ha lanciato una grande sfida al mondo presente e futuro.

Una sfida che oggi tocca in modo evidente l’attività degli OTT, che non a caso si mostrano da un lato rigorosamente contrarie ma dall’altro disponibili a promuovere forme di rispetto dei diritti fondamentali, anche puntando più sull’etica che sul diritto. Una reazione comprensibile ma che è destinata rapidamente a trasformarsi nella promozione e accettazione di una regolazione comune sovranazionale, come anche le dichiarazioni rese più volte da Zuckerberg, davanti al Congresso USA, e dai CEO di Google e di Apple fanno intravedere.

La vera sfida è alla Cina e al modello culturale cinese, perfetto per lo sviluppo della società digitale. È noto infatti che la cultura cinese profonda e millenaria, di spessore non certo inferiore a quella occidentale, su un punto si differenzia totalmente dal nostro modo di pensare. Tanto al centro della cultura occidentale vi è l’individuo/persona, tanto al centro del modo di pensare cinese vi sono il gruppo e la comunità.

Sono modelli, entrambi, di altissimo livello culturale e filosofico, ma fra loro difficili da armonizzare, perché attengono ai fondamentali del rapporto fra persona, società e modo di concepire la vita individuale e collettiva.

In questo quadro il dibattito sullo sviluppo della società digitale non può riguardare solo aspetti tecnici o misure puramente organizzative.

Una riflessione sulla centralità della persona nella società digitale

Proprio perché ciò che sta cambiando è il rapporto tra l’essere umano e il mondo in cui vive, al centro di questa discussione deve esservi innanzitutto la riflessione sul “posto” che la persona umana deve avere nella società digitale.

Il saggio di D’Acquisto è importante perché, al di là dei numerosi spunti che indica, inizia e finisce con la consapevolezza della centralità che assume il tema della persona umana nella società e nell’economia digitale.

Non a caso il saggio inizia col riferimento al diritto fondamentale alla protezione dei dati personali e al GDPR come pilastro della difesa delle libertà individuali e si chiude col richiamo al GDPR come nuovo Patto sociale.

Ovviamente l’augurio è che al centro di questo dibattito vi sia sempre una attenzione specifica al nostro Paese e a quanto sta accadendo nel sistema socioeconomico e produttivo italiano, perché questo è l’interesse vitale del Paese.

Contemporaneamente è chiaro che il senso del dibattito che si vuole promuovere riguarda anche gli enormi mutamenti in atto nei rapporti tra impresa e cittadini, fra lavoratori e datori di lavoro, fra produttori e consumatori, fra persone e i sistemi di welfare che devono prendersi cura di esse.

Tuttavia, il focus più importante della discussione che si vuol promuovere è una riflessione sulle scelte fondamentali alle quali le nostre civiltà sono chiamate e alla sfida che il mondo occidentale deve cogliere rispetto a una evoluzione tecnologica che, se lasciata libera di svilupparsi senza una regolazione adeguata, è destinata a travolgere due millenni di pensiero e di visione del mondo.

L’importanza del contenuto valoriale del Gdpr

Per questo, infine, il dibattito che si vuole promuovere ha anche come scopo quello di far capire quale è oggi, in concreto, il contenuto valoriale oltre che giuridico del GDPR; perché esso sia visto con estrema attenzione da tanti Paesi e anche da tante imprese multinazionali di matrice americana ed europea, comprese quelle protagoniste della stessa rivoluzione digitale; perché capirne il ruolo e impegnarsi ad applicarlo sia tanto importante, soprattutto se si vuole favorire uno sviluppo della digitalizzazione coerente con i valori fondanti del nostro modo di vedere il “posto” dell’uomo nel mondo.

Infine, il senso del dibattito che si vuole aprire ha due grandi punti di riferimento: lo sviluppo dell’economia digitale da un lato e dall’altro la implementazione flessibile e “intelligente”, di uno strumento come il GDPR, nato non per vietare ma per regolare, non per impedire ma per mettere per quanto possibile in salvo i nostri valori fondanti anche nel mutamento enorme del mondo che viene e che verrà. Un “Patto costituzionale europeo”, adottato dall’UE ma proposto a tutti i Paesi e a tutti gli operatori del mercato globale. Uno strumento regolatorio e valoriale pensato fin dall’inizio per essere capace di adattarsi nel tempo ai continui sviluppi di un processo di innovazione che è appena cominciato.

Sono tutti aspetti intrecciati l’uno con l’altro, che possono apparire come una irrealistica riedizione della lotta di Davide contro Golia ma che, invece, non fanno altro che sottolineare quanto il diritto, che pretende di dare regole alla realtà e renderla compatibile con la convivenza umana, sia l’eredità più preziosa che il mondo greco-romano abbia lasciato all’Europa e alla sua civiltà.

Per questo chi si ostina a vedere nel GDPR solo un insieme di regole burocratiche o una nuova e costosa vessazione per le imprese e lo sviluppo dell’ecosistema digitale assomiglia a chi pensi che il Codice della strada esista solo per ostacolare la circolazione delle auto e dei mezzi di trasporto o, peggio, solo per consentire alla polizia statale o locale di comminare sanzioni.

Le regole sono fatte dagli uomini per governare gli uomini e la società in cui vivono. La lotta fra la forza delle cose e la forza del diritto è una costante della storia umana e, soprattutto, della nostra civiltà.

Se vogliamo restare persone e non diventare semplici parti di un meccanismo sociale simile a una enorme macchina guidata dai signori dei dati e degli algoritmi diventati il più potente strumento di governo sugli esseri umani, dobbiamo avere la lucidità e la forza di capirlo ora, e di agire ogni giorno con la massima determinazione.

La società digitale offre all’uomo benefici e opportunità ancora impensabili che solo vivendo le generazioni di oggi e quelle future potranno realizzare e capire. Ma tutto questo non può avvenire a prezzo della rinuncia a una società di persone, nella quale nessun uomo sia visto come un pezzo di una macchina o, peggio, come un essere governato grazie e attraverso le macchine.

Come dice anche D’Acquisto, il punto fondamentale da tenere sempre presente è che, di fronte all’offerta di sempre più benessere e sicurezza in cambio della cessione o dell’utilizzazione dei nostri dati anche senza il nostro consenso, occorre trovare sempre i modi per garantire che il prezzo da pagare non sia la rinuncia alla libertà.

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