PA poco digitale? Rafforziamo la class action pubblica per difendere i cittadini - Agenda Digitale

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PA poco digitale? Rafforziamo la class action pubblica per difendere i cittadini

Le PA hanno di nuovo mancato una scadenza importante nel loro percorso verso la digitalizzazione. Ai cittadini non resta che adeguarsi. Eppure, sarebbe l’ora di portare a pieno compimento la disciplina di private enforcement introdotta dieci anni fa da renato Brunetta con la class action pubblica. Ecco come

22 Mar 2021
Marco Pierani

Direttore Public Affairs & Media Relations - Euroconsumers

Entro il 28 febbraio 2021, come noto, in base al decreto-legge “semplificazione e innovazione digitale”, le PPAA avrebbero dovuto integrare nei propri sistemi informativi SPID e CIE come unico sistema di identificazione per l’accesso ai servizi digitali; integrare la piattaforma pagoPA nei sistemi di incasso per la riscossione delle proprie entrate e avviare i progetti di trasformazione digitale necessari per rendere disponibili i propri servizi sull’App IO.

Questo, però, non è avvenuto: la grande maggioranza degli enti non si è messo al passo e ai cittadini non resta altro da fare che rassegnarsi all’ennesima inadempienza. Oppure, tale circostanza potrebbe essere l’occasione, oggi, per portare a pieno compimento la disciplina di private enforcement in questo settore, avviata con intuizione e lungimiranza ormai oltre dieci anni or sono con Il dlgs. n. 198/2009 in materia di ricorso per l’efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di servizi pubblici che, in attuazione della legge 15/2009 – meglio nota come “legge Brunetta” – ha introdotto la class action pubblica esperibile nei confronti della pubblica amministrazione e dei concessionari di pubblici servizi al fine di ripristinare il corretto svolgimento della funzione o la corretta erogazione di un servizio, da parte dei titolari di interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori.

Con qualche piccolo aggiustamento, su cui ci soffermeremo in seguito, si potrebbe consentire alla riforma ideata da Renato Brunetta di essere davvero efficace negli interessi dei cittadini e delle stesse pubbliche amministrazioni.

L’obbligo, disatteso, dei pagamenti digitali alla PA

La mia personale battaglia era cominciata la scorsa estate, quando nonostante l’imminente entrata in vigore dell’obbligo per tutte le pubbliche amministrazioni di accettare pagamenti in via digitale tramite PagoPa, il ministero dell’Interno non si era ancora adeguato e imponeva a me, come a tutti i cittadini, per il rilascio del passaporto oltre ad un bollo da euro 73,50 l’ulteriore gabella da euro 42,50, da pagare solo fisicamente presso un ufficio postale.

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Passaporto, no al pagamento online: nemmeno il ministero rispetta l’obbligo

Successivamente, con l’entrata in vigore della norma in data 1 luglio 2020, Altroconsumo aveva dato seguito alle mie rivendicazioni notificando formale diffida ai sensi della cosiddetta legge Brunetta mettendo in mora il ministero dell’Interno. Il ministero era diventato a quel punto a tutti gli effetti inadempiente, ma solo per 16 giorni, considerato che in data 16 luglio era intervenuto il decreto-legge 76/2020 a differire ulteriormente con un colpo di spugna al 28 febbraio 2021 l’obbligo dei pagamenti telematici per le PA, facendo venire meno di fatto l’eseguibilità della diffida di Altroconsumo per la questione passaporti.

La PA manca la scadenza 28 febbraio, ecco come recuperare

Ora il termine è scaduto di nuovo, secondo voi il passaporto è pagabile online? Assolutamente no ma, non solo, purtroppo è in “buonissima” compagnia insieme a tante altre palesi persistenti inadempienze da parte della PA se è vero che a oggi solo il 37% degli enti ha almeno un servizio attivo con PagoPA[1]. In molti casi, come rileva Altroconsumo, la digitalizzazione è ancora lontana, in altri, gli enti hanno sì aderito ma solo per alcuni servizi.

L’esperienza di pagamento con PagoPa

A questo si aggiunge che PagoPA non è per nulla semplice, i pagamenti digitali verso le pubbliche amministrazioni – tasse, multe, bolli, visite Asl, utenze, mense scolastiche, rette universitarie e molto altro ancora – non vengono infatti convogliati in un unico sito (o app). PagoPA si definisce «un sistema unico per i pagamenti elettronici verso la pubblica amministrazione», ma di unico i cittadini non vedono nulla, se non un logo. Infatti, bisogna continuare a districarsi tra diversi canali telematici – siti e app – dei tanti enti pubblici (Comune, Regione, università…) sui quali poter pagare, oppure chiedere all’ente un avviso di pagamento, cioè un bollettino cartaceo o digitale da pagare attraverso altri canali.

Considerata questa situazione a dir poco allarmante, Altroconsumo ha deciso di vederci chiaro e ha quindi lanciato un appello a tutti i cittadini a raccontare la loro esperienza con PagoPa nonché a riportare se hanno dovuto pagare delle commissioni per il pagamento dei bollettini, dei bolli, delle multe, etc. Tali dati saranno alla base di una inchiesta su PagoPa che l’organizzazione pubblicherà sul proprio mensile InTasca sul numero di maggio.

È ormai un anno che affacciandomi alla finestra alla mattina noto una coda, devo dire quasi sempre molto ordinata, di concittadini che si recano al prospiciente ufficio postale. Si tratta di uno dei tanti effetti del Covid sulle nostre vite: gli uffici pubblici giustamente in applicazione delle opportune norme a salvaguardia della nostra salute hanno limitato il numero di persone che contestualmente possono entrare negli uffici per disbrigare le loro pratiche. In tale contesto, la definitiva entrata in vigore lo scorso 28 febbraio della norma secondo la quale tutti gli uffici della nostra pubblica amministrazione sono tenuti ad accettare pagamenti in via digitale, potrebbe arrivare come il cacio sui maccheroni ma, come abbiamo constatato, si tratta purtroppo di un cacio rancido, ammuffito e non è quindi un caso se la fila che vedo la mattina fuori dalla mia finestra non si è affatto ridotta: il nostro Stato non ci rispetta, calpesta i nostri diritti, ci tratta come sudditi, con mancanza d’attenzione, sciatteria e insofferenza. Occorre allora inserire degli anticorpi nel nostro ordinamento giuridico per cercare di rendere effettiva questa rivoluzione digitale, è arrivato il momento di agire, vediamo di seguito, come si potrebbe fare.

Quando PagoPA ci fa pagare di più: il paradosso

Il diritto del cittadino al pagamento digitale

Il quadro normativo sancisce, senza ormai alcuna ombra di dubbio – con l’unica eccezione della ulteriore proroga concessa ai Comuni con meno di 5 mila abitanti, sino alla fine dell’emergenza Covid – il diritto soggettivo del cittadino al “pagamento digitale” in favore della PA, e cioè di poter corrispondere le somme a qualsivoglia titolo dovute alla pubblica amministrazione mediante l’utilizzo di strumenti elettronici ovvero della piattaforma di cui all’art. 2, comma 2, CAD: PagoPa. È altresì un dato di esperienza comune che i diritti che ci riconosce la legge come consumatori e cittadini rimangano purtroppo sulla carta se, oltre a rivendicarli con efficacia quotidianamente non ce li possiamo andare a prendere con determinazione in caso di inadempimento.

Quello che sarebbe opportuno aggiungere alla suddetta norma per renderla pienamente utile ed efficace, ora che peraltro il suo ideatore è tornato, con il governo Draghi, ad assumere le responsabilità di ministro della Pubblica Amministrazione, è il riconoscimento in capo a utenti e consumatori, quali soggetti lesi, di un adeguato risarcimento dei danni conseguenti alla violazione di termini o dalla mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento, dalla violazione degli obblighi contenuti nelle carte di servizi ovvero dalla violazione di standard qualitativi ed economici stabiliti, per i concessionari di servizi pubblici, dalle autorità preposte alla regolazione ed al controllo del settore e, per le pubbliche amministrazioni, definiti dalle stesse in conformità alle disposizioni in materia di performance.

Occorrerebbe altresì prevedere in capo alle associazioni di cittadini e consumatori che si sobbarcheranno gli oneri per far valere le inadempienze della PA (e dunque indirettamente investiranno risorse economiche ed intellettuali per migliorarla) un equo indennizzo per le azioni che promuoveranno in nome e per conto di una pluralità di utenti e consumatori e che risulteranno vittoriose. Tali associazioni svolgeranno di fatto un servizio pubblico per cui, oltre ad apparire sacrosanto il riconoscimento economico del loro sforzo, quest’ultimo andrebbe premiato anche per introdurre una leva bottom-up nel sistema allo scopo di rendere finalmente efficiente la nostra pubblica amministrazione.

Parrebbe forse controintuitivo ma insomma, per aiutare la PA a fare bene il proprio mestiere occorre, nell’interesse di tutti noi e della stessa PA, incentivare economicamente i soggetti che possono professionalmente funzionare da pungolo continuo, inoculando così anticorpi benefici in un sistema malato: mettiamo i denti alla class action Brunetta!

  1. https://www.ilsole24ore.com/art/da-oggi-e-diritto-pagare-pagopa-ma-solo-37percento-enti-ha-servizio-ADooZ0MB
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