servizi pubblici digitali

Decreto Semplificazioni: le mosse per cambiare la PA in 200 giorni (si può fare)

Il nuovo decreto chiede alla PA di adottare il digitale in vario modo entro il 28 febbraio. Ma non è una missione impossibile come può sembrare. Dipende dal tipo di misura. Merito del contesto cambiato e di una maggiore pressione sui dirigenti. Vediamo i dettagli

20 Lug 2020
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Patrizia Saggini

avvocato, componente del gruppo di Comuni sperimentatori di ANPR

Andrea Tironi

Project Manager - Digital Transformation


Ce la farà la PA a rivoluzionarsi nel segno del digitale in 200 giorni? Lo chiede il Decreto Semplificazioni in vigore dal 17 luglio, dando scadenza il 28 febbraio per una serie di attività che negli anni gli enti pubblici non sono mai riusciti a fare. Il Ministero dell’Innovazione ha anche indicato con precisione quali aspetti del decreto sono importanti per la digitalizzazione della PA e del rapporto PA-Cittadino. Perché stavolta dovrebbe andare meglio?

Ebbene, la risposta al quesito iniziale è, forse a sorpresa di qualcuno: sì in certi casi, no in altri.

Gli strumenti per una maggiore fattibilità

In generale la fattibilità è migliorata perché stavolta spunta nella norma anche la decurtazione di almeno il 30% dello stipendio ai dirigenti che non rispettano il termine; e di contro il danno erariale cambia prevedendo sanzioni solo in caso di dolo voluto, per cui ora il rischio sembra più quelli di non fare che quello di sbagliare (involontariamente) facendo. Nel Cad finora (riforma Madia 2016) si diceva soltanto che i dirigenti rispondono di inadempienza, con impatto sulla loro valutazione (non si ricordano casi in cui questo ha mai contato davvero).

Se da una parte, inoltre, è negativo che ancora la norma chieda ai Comuni di adeguarsi con i fondi già disponibili, dall’altro questi fondi potrebbero aumentare: con il nuovo DL Rilancio è Costituito il Fondo per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, ora con 50 milioni di euro per il ministero; ci sono fondi del pon governance, di cui bandi come quello da 42 milioni di maggio per la digitalizzazione dei piccoli comuni.

C’è anche da dire che forse incide un migliore contesto (leggi covid-19) che spinge l’Italia necessariamente verso la trasformazione digitale anche della PA; da cui anche la disponibilità possibile e futura di nuovi fondi dal Recovery Fund europeo. E il Semplificazione permette alle PA, sempre con fondi disponibili, di avvalersi anche di esperti per la trasformazione.

Ciò considerato, commentiamo i principali aspetti, indicandone la fattibilità ed eventuali ostacoli e/o suggerimenti per l’obiettivo 28 febbraio.

Il testo coordinato, com’è modificato dal decreto, si trova qui.

Solo SPID, CIE e CNS (le identità digitali) per accedere a tutti i servizi pubblici online entro febbraio 2021

Fattibilità SPID: 4/10

Fattibilità CIE: n.d.

Tutti i servizi digitali della PA devono permettere accesso tramite Spid, Cie e Cns e solo tramite questi (addio ai pin dei comuni).

SPID e CIE sono due modalità di autenticazione ai servizi della PA che ci sono da tempo. Le due soluzioni hanno già superato i 7 milioni di attivazioni per SPID e i 15 milioni di rilasci per CIE.

I servizi della PA si stanno attivando da circa 2-3 anni per permettere l’accesso con SPID e da pochi mesi (tranne casi di test) per l’accesso con CIE.

L’idea è ottima: un’identità digitale “quasi” unica (sono infatti 2) per l’accesso a tutti i servizi della PA.

I problemi di fattibilità in questa area non sono tecnologici ma di adozione e burocratici.

Fornitori e PA sono pronti per attivare il servizio, ma gli iter burocratici sono incredibilmente lunghi. Per Spid si parla di mesi per attivare un servizio, causa lentezza nelle risposte di chi deve accettare le domande di accesso e vagliare l’attivazione. Probabilmente potenziare il gruppo di lavoro potrebbe essere utile.

Recentemente sono state pubblicate da Agid anche le indicazioni per fare in modo che SPID possa essere utilizzato per firmare i documenti, oltre che (questo è già in corso) permettere l’utilizzo di SPID anche ai privati.

Riuscire ad attivare tutti i servizi della PA in 200 giorni mediante accesso con SPID e CIE, per i motivi sopra indicati, diventa difficile. Sicuramente si può dare un’accelerazione al processo in corso, che è già un buon risultato, ma non completarlo.

Interessante è che comunque nel decreto sia contenuta la previsione della data entro cui tutti i servizi debbono essere resi disponibili con l’accesso tramite le credenziali di identità digitale – il 28/02/2021: rimane da capire cosa succede delle identità rilasciate in precedenza con altri sistemi (che possono essere utilizzate fino al 30/06/2021, stando alle bozze del decreto) e se ci saranno sanzioni di qualche genere sul rispetto di questo obbligo.

Si noti infine che si parla qui solo di accesso dei cittadini. Per quello di aziende e professionisti, la norma rinvia a successivo decreto attuativo.

L’app IO nuovo punto di accesso ai servizi pubblici digitali

Fattibilità: 9/10

Questa proposta ha una sua fattibilità reale. Anche perché la norma – come chiarisce il ministero ad Agendadigitale.eu – dice che entro il 28 febbraio gli enti devono anche solo semplicemente avviare il processo per salire sull’app (precisamente, per consentire l’accesso dei propri servizi anche in mobilità). Non sono tenuti ad avere servizi già entro il 28 febbraio.

L’app “IO” è sul marketplace Android e iOs da aprile 2020. È stata in beta nel 2018-2019 ed è stata sviluppata con un’ottica user centrica, e ha un percorso di onboarding ben definito. La PA può accedervi facilmente direttamente e/o grazie all’ausilio dei fornitori o del kit SDK di IO (realizzato dalla community noiopen.it) laddove ci siano CED strutturati.

L’obiettivo è comunicare con il cittadino mediante un’app. Il cittadino non deve più “cercare la PA” ma è la Pubblica Amministrazione che manda messaggi al cittadino in caso sia necessaria una comunicazione, l’invio di documenti, o un pagamento.

IO inoltre ha avuto un’accelerazione di 200.000 download al giorno a seguito dell’introduzione del Bonus Vacanze, richiedibile con due click mediante l’app.

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Come è cambiato in Italia il quadro normativo dei pagamenti digitali verso la PA?

Ovviamente i servizi possono essere resi disponibili su IO solo se digitali e su questo vedi box qui sotto; inoltre, per far sì che l’app IO diventi uno standard si potrebbe prevedere una sorta di “piano di subentro”, come è stato fatto per il popolamento di ANPR.

 

IO per autocertificazioni e istanze

Fattibilità: 8/10

IO permetterà di fare autocertificazioni o presentare istanze e dichiarazioni, tutto attraverso il proprio smartphone. L’app ha già dimostrato di essere quello che ci si aspetta dalla PA: a portata di mano (sullo smartphone), disponibile quando ho tempo (ovvero 24 ore su 24), facile da utilizzare.

Sicuramente le possibilità indicate sono sfidanti per PagoPA SpA e il team di IO in particolare, ma solo la PA stessa potrebbe ostacolare questo passaggio, perché la tecnologia e le persone ci sono. Una volta che i dati sono disponibili (per quanto riguarda le autocertificazioni il collegamento ad ANPR atteso per il 2020) la fruizione si può fare.

In particolare, il collegamento di IO ad ANPR permetterebbe di mettere a sistema i dati dei 6.300 Comuni ormai subentrati, e quindi di rendere attivi sull’app un numero consistente di Comuni.

Da chiarire invece cosa si intende per “istanze”, perché – a parte il recente “bonus vacanze” – non risulta che da IO sia possibile inviare richieste. E invece potrebbe rappresentare proprio la chiave di volta per completare il sistema.

Rilascio CIE semplificato

Fattibilità: 10/10

Uno degli ostacoli maggiori sulla CIE è stato quello dover aspettare la scadenza del documento in possesso (cartaceo CIE versione 2.0 o inferiore), oppure presentare denuncia di furto o smarrimento o deterioramento.

Con questa modifica, basta richiedere la CIE (3.0) al proprio comune anche prima dei tempi previsti dalla normativa (180 gg. prima della scadenza) e si può averla. Ci saranno ovviamente dei tempi tecnici di consegna e potrebbero esserci anche dei ritardi causa massiccia richiesta, ma non rappresentano un problema sistemico. L’importante è permettere di avere la CIE su richiesta, ed ora è possibile.

Inoltre ora IO permette l’accesso anche con CIE mediante NFC e quindi avere la CIE, diventa molto comodo e utile.

Lavoro agile nella PA

Fattibilità: 6/10

“Per i vari rami della Pubblica amministrazione è previsto l’obbligo di sviluppare i propri sistemi con modalità idonee a consentire l’accesso da remoto ai propri dipendenti, naturalmente nel rispetto delle disposizioni di sicurezza, e favorire così il lavoro agile a distanza”, afferma il Ministero dell’Innovazione Pubblica.

Le tecnologie ci sono. Le leggi anche. La PA dal 2017 ha una legge che prevede un 10% di dipendenti in lavoro blended (ovvero sia in ufficio che a casa). Il salto di qualità va fatto a livello dirigenziale, laddove si cominci a ragionare di cittadino al centro, digitale, tecnologia, obiettivi oltre che di adempimenti e burocrazia, superando il paradigma del “fare per fare ed essere compliant” e arrivare al “fare per creare valore”. Una legge è interpretabile, ma va interpretata per migliorare mentre il dedalo di leggi crea una PA fatta di dirigenti che finisco sui bastioni della burocrazia difensiva, ovvero alla fine non capendo più cosa fare chiedono pareri ad ogni ente e cercano di pararsi da ogni rischio, bloccando la macchina statale o locale.

È un salto quantico, non semplice in una PA che ha un’età media di oltre 50 anni, con un turnover molto basso, dove la semplificazione è scritta ovunque nelle leggi ma non attuata nella prassi.

Del resto, è da fare.

Accesso dei disabili servizi informatici

Fattibilità: 8/10

“Tra le principali misure del processo di digitalizzazione inserite nel decreto-legge vi sono anche disposizioni volte a favorire l’accesso ai servizi online da parte delle persone diversamente abili.”

Esistono linee guida di accessibilità per:

le prime per l’accesso e l’uniformità dei siti. Le seconde per produrre documenti che siano accessibili (es. pdf/a che siano leggibili anche da non udenti con appositi software).

Qui la tecnologia può aiutare molto, permettendo di inserire nei software solo documenti accessibili. Mentre per i siti sono le PA che devono muoversi corrispondentemente alla norma.

Lo sforzo economico pare comunque basso e la tecnologia c’è, servono poche risorse e tanta buona volontà.

PA e cittadini comunicano online

Fattibilità: difficile da stimare

Quella digitale diventerà la modalità “normale” con cui gli uffici pubblici interloquiscono con i cittadini. Il decreto supera l’attuale impostazione secondo cui le amministrazioni dovrebbero “incentivare” l’utilizzo del digitale nella gestione dei procedimenti. La nuova impostazione prevede che l’amministrazione deve, normalmente, utilizzare il digitale nella gestione dei procedimenti amministrativi.”

Chiedere ad un elefante di correre per decreto, lo vediamo abbastanza difficile. Del resto, si potrebbe provare ad accelerare un po’ il passo con una buona carota davanti, magari prevedendo dei premi – riconosciuti con maggiori trasferimenti – per le Amministrazioni più virtuose (soprattutto nel caso dei Comuni) e penalità per quelle che lo sono meno, soprattutto nel rispetto degli obblighi di legge.

Il percorso di digitalizzazione dei servizi della PA è già iniziato. Un’accelerazione è fondamentale, e molto dipende da tutti gli stakeholder: la domanda (i cittadini), l’offerta (le PA), gli strumenti dell’offerta (i fornitori della PA).

Tutti gli attori vanno coinvolti per riuscire a raggiungere l’obiettivo. E forse serve un cambio di mentalità nella PA (che sceglie sempre tra quello che c’è e non è troppo esigente sui requisiti, e non cerca mai di modificare i propri processi) e i fornitori della PA (che forniscono software che “fanno funzioni”, invece di software che digitalizzano processi rivedendoli e cercando di risolvere problemi).

Un rapporto win-win tra questi due attori sarebbe fondamentale per evitare che la PA sia la solita “mucca da mungere” finchè fa latte.

Piattaforma Digitale Nazionale Dei Dati

Fattibilità: 7/10

“Il decreto introduce misure di semplificazione per la gestione, lo sviluppo e il funzionamento della piattaforma digitale nazionale dati. Attraverso questa piattaforma vengono resi immediatamente interrogabili, disponibili e fruibili alla Pubblica amministrazione i dati pubblici e conoscibili. Così si rende più veloce e fluida l’erogazione dei servizi. Ai cittadini non dovranno essere chieste informazioni che la Pubblica amministrazione già possiede. Le norme non ampliano le informazioni a cui la Pubblica amministrazione può accedere, ma semplificano la modalità di condivisione dei dati tra i diversi uffici pubblici. La piattaforma consentirà inoltre di valorizzare la parte del proprio patrimonio informativo che non è soggetto a vincoli di riservatezza personale mettendolo a disposizione delle autorità ai fini dell’assunzione delle decisioni politiche.”

L’ex DAF o PDND ovvero il data lake (lago di dati) della PA nasce nel 2017 con il Team Digitale. Per avere la possibilità di prendere decisioni organizzative politiche e governative chiare, servono dati. Si decide quindi di costruire un “lago di dati” che raccolga i dati che la PA possiede.

La PA infatti è sopra un giacimento d’oro (i dati) ma non li sfrutta.

Prima di tutto perché sono divisi nei suoi reami (ministeri, regioni, comuni, funzioni trasversali come sanità, inps …), perché non vengono scambiati, perché non vengono incrociati in modo da fare quelle cose che lo Stato deve fare bene: ottimizzare l’utilizzo dei soldi che i cittadini versano in tasse, trovare anomalie nella spesa, combattere la corruzione e l’evasione, dare servizi migliori.

Solitamente quando si parla di questo, la gente parla di Stato “grande fratello” che vuole controllare tutto (un po’ alla “1984” di Orwell). Pensiamo che non sia così, laddove ci sia anche una valutazione della privacy.

Del resto, l’esempio più realistico da fare che può smontare gli “anti data lake statali” è: puoi dire la tua se non hai mai scaricato un’app facendo “accetta, accetta” all’installazione, non badando ai dati letti dall’app. Se non l’hai mai fatto sei attento alla privacy e allora qualche obiezioni sul PDND è accettabile, ma se hai regalato dati a Google, Facebook, Instagram o altre app meno note e aziende altrettanto meno note, forse conviene che li lasci anche allo Stato così almeno proverà a spendere i tuoi soldi meglio e combattere l’evasione fiscale. E magari lo Stato smetterà di chiederti 50 volte chi sei, quando dovrebbe essere il primo a saperlo (principio once only).

Interoperabilità (come incrocio di basi di dati per avere informazioni) e principio once only sono alla base di una PA più efficace, più efficiente e soprattutto che dà servizi migliori.

Cloud nazionale

Fattibilità: 5/10

“Il decreto prevede disposizioni volte a favorire la realizzazione di un polo strategico nazionale (cloud) per tutelare l’autonomia tecnologica del Paese, mettere in sicurezza le infrastrutture digitali della Pubblica amministrazione, garantire la qualità e la sicurezza dei dati e dei servizi digitali. Sfruttando economie di scala in termini di concentrazione della domanda di risorse e di infrastrutture, è possibile disporre di infrastrutture affidabili e sicure”.

Dei poli strategici nazionali si parla da anni, dovevano essere individuati ancora 3 anni fa, qui ci sono i risultati del censimento pubblicato a febbraio 2020.

Sinceramente, pur concordando sull’utilità e sulla strategia, non capiamo come in 200 giorni si possa sbloccare il tutto; non risulta inoltre un termine perentorio nel decreto, a riguardo.

Dati dei concessionari pubblici alla PA

Fattibilità: 10/10

I concessionari dei servizi pubblici hanno un “tesoretto” importante di dati pubblici. Ma li tengono per sé. Del resto, come funzionano i concessionari?

Semplicemente la PA decide di non occuparsi direttamente di un servizio (es. riscossione multe, riscossione tari) ma lo fa fare all’esterno ad un privato. Perché questo? Per comodità, semplicità, incapacità a gestire un servizio internamente, per efficienza del concessionario, perché passare la gestione di una complessità come una riscossione ad un esterno se non hai le risorse per farlo internamente è una soluzione valida.

In tutti questi casi i vantaggi del concessionario sono due: i soldi arrivano a lui (quindi solitamente il concessionario gestisce diversi milioni di euro della PA) e il concessionario immagazzina diverse informazioni sui contribuenti.

Sul secondo punto si fa un passo avanti: ora i concessionari dovranno dare le informazioni raccolte alla PA, in modo che la PA possa effettuare decisioni consapevoli nelle scelte di riscossione. Un utile passo avanti per avere maggiori informazioni e fare scelte data driven.

Conclusioni

Sicuramente tutto quanto indicato sopra ha un senso ed è importante che venga realizzato: da parecchio tempo, il problema dell’Italia non sono decreti o leggi mancanti, ma decreti o leggi che non vengono attuati.

Alcune delle cose indicate fanno già parte del CAD rivisto nel 2017 e del piano triennale – ormai prossimo alla terza release 2020-2022.

La speranza è che la spinta economica arrivi anche su questi aspetti, e che possa dare anche una spinta al cambiamento, e/o che il Covid abbia cambiato oltre che i cuori, le menti di chi questo cambiamento deve guidarlo in tutta la PA, dirigenti in primis.

Anche perché crediamo che se la PA non cambierà pelle nemmeno con uno shock come il Covid, non lo farà più.

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