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PIANO TRIENNALE ICT

Competenze digitali, una spinta dal Piano Triennale Agid (ma non basta)

Diversi gli interventi concreti nel Piano Triennale soprattutto per le competenze digitali per la PA, ma occorre un approccio organico e di sistema anche per le competenze digitali dei cittadini e delle imprese. Ecco alcuni suggerimenti

30 Apr 2019

Nello Iacono


Il tema delle competenze digitali, nei suoi diversi livelli di intervento così come declinati nelle attività del Dipartimento della Funzione Pubblica e di AgID (sulla base di un modello elaborato già nel 2014 con le prime linee guida strategiche a cura di AgID) rimane ancora una delle principali aree di miglioramento della strategia nazionale sul digitale ben definita nel Piano Triennale per l’informatica nella PA 2019-2021.

Competenze digitali, un tema ancora da approfondire

E questo perché il tema non viene affrontato con l’ampiezza e la profondità necessarie di fronte a quella che in più rapporti UE è emersa come una delle principali cause della mancata crescita digitale nazionale (nel documento di lavoro della Commissione UE per la valutazione dei progressi in materia di riforme strutturali, prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomicisi afferma infatti: “Per avere un impatto sulla produttività è necessaria un’ampia promozione delle competenze digitali nel processo di trasformazione digitale. Gli investimenti nelle tecnologie a banda larga devono essere accompagnati dallo sviluppo delle competenze in materia di TIC, anche da parte dei dirigenti”).

La mancanza di un accompagnamento di adeguata efficacia e intensità sul fronte delle competenze fa sì che le ambiziose azioni previste nel Piano rischino di avere un impatto minore di quello auspicato e una maggiore difficoltà di dispiegamento.

Dall’analisi del Piano non sembra venga fuori con l’auspicata evidenza l’approccio organico richiesto dal documento di lavoro dalla Commissione Europea nel documento citato, dove si afferma che in Italiamanca ancora una strategia globale per le competenze digitali”.

Analizziamo adesso sinteticamente le tipologie di competenze digitali (o i “livelli di intervento” come definiti nel Piano Triennale) con il tentativo di suggerire delle linee specifiche di miglioramento, dalle competenze digitali di base, necessarie per tutti i cittadini (non a caso una delle competenze “chiave” secondo l’Unione Europea), a quelle specialistiche ICT a quelle di e-leadership e traversali per il lavoro, riconoscendo una declinazione specifica interna alla pubblica amministrazione, fondamentale per la trasformazione digitale del settore pubblico.

Sapendo che una condizione necessaria (e non sufficiente) per il futuro di un Paese è (secondo quanto indicato dalla UE nel piano di azione per l’istruzione digitale) “lo sviluppo delle competenze e delle abilità digitali necessarie per vivere e lavorare in un’era di trasformazioni digitali”, in una logica circolare virtuosa che connette la domanda e la fruizione consapevole di servizi e “offerta” digitale alla capacità di fornire e offrire nuove opportunità attraverso le tecnologie digitali.

Competenze digitali di base

Nel Piano Triennale il tema delle competenze digitali di base viene definito ma non affrontato, lasciando alle amministrazioni l’onere di occuparsene. Certamente la disponibilità di una traduzione italiana del modello europeo DigComp (realizzata a cura di AgID) consente alle amministrazioni e alle organizzazioni tutte di utilizzarlo in modo più semplice. Ma questo è naturalmente solo un primo passo. Nel 2016 (non ci sono dati per il 2017 e per il 2018) in Italia solo il 44% della popolazione (tra 16 e 74 anni) possedeva competenze digitali almeno di base e tra coloro che utilizzavano Internet il 36% lo faceva con competenze inferiori a quelle di base.

Un divario notevole di competenze che rende difficile l’utilizzo dei servizi digitali e che è certamente una delle principali cause della bassa percentuale di utilizzo di servizi di eGovernment anche nel 2018 (37% di coloro che ne hanno bisogno, rispetto a una media UE del 64%) e con una percentuale elevata di certificati che sono disponibili online e sono ancora invece richiesti e rilasciati allo sportello dalle amministrazioni locali (nel 2018, sono stati il 41,4% a Roma e il 50% a Milano, comunque in discesa in ambedue le città).

Se però si tratta di una competenza chiave ed è vero che il tema della carenza di competenze (anche in generale) rappresenta uno dei principali per l’esercizio pieno dei diritti di cittadinanza “ai tempi di Internet”, allora è auspicabile che un Piano così ambizioso e ricco se ne occupi ed è un segnale positivo la presenza dell’azione sulle competenze digitali, anche di base, nel quarto Piano Nazionale per l’Open Government pubblicato in consultazione fino al 30 aprile. Qui è descritta l’iniziativa della “Scuola Diffusa per la partecipazione e la cittadinanza digitale” presentata da Roma Capitale, che può essere vista anche come l’evoluzione e la messa a sistema di esperienze di alcuni anni fa di “giornate della cultura digitale” come “Go On Basilicata” o “Go On FVG”, così come sta avvenendo ad esempio nel Regno Unito.

Credo sia necessaria un’azione di sistema a livello nazionale che raccordi le iniziative già in atto da parte delle amministrazioni locali e regionali finalizzate a fornire supporto continuativo ai cittadini, soprattutto con la creazione di presìdi permanenti di facilitazione digitale e per lo sviluppo della cultura digitale. Un’azione che potrebbe correlare le iniziative pubbliche con quelle di aziende ed associazioni, anche a livello territoriale, secondo quanto indicato nelle linee guida già citate e poi in parte come sviluppato nell’ambito della “Coalizione nazionale per le competenze digitali” (iniziativa adesso chiusa, correlata al progetto europeo “Grand Coalition for Digital Jobs” oggi rilanciato come Digital Skills and Jobs Coalition, a cui l’Italia non aderisce con una propria coalizione nazionale).

Un’azione che consenta di delineare, di fatto, un progetto-Paese per l’apprendimento permanente della popolazione in ambito di cultura digitale, con la consapevolezza che il tema del divario digitale è di fondamentale importanza per la salute della democrazia e che, proprio come l’analfabetismo funzionale, ha bisogno di un sostegno permanente per evitare pericolose regressioni. Perché l’apprendimento permanente è sempre più un diritto, come condizione fondamentale per la cittadinanza in un mondo pervaso dal digitale.

Competenze digitali per la PA

Su questo punto il Piano Triennale identifica a mio avviso le azioni più significative in ambito di competenze digitali e, in generale, di rafforzamento delle competenze dei dipendenti pubblici. Il Dipartimento della Funzione pubblica ha infatti promosso il progetto Competenze digitali per la PA, “che punta ad accelerare i processi di trasformazione digitale della PA e a migliorarne i servizi” e prevede interventi su più piani:

  • il consolidamento di un framework ad hoc (il Syllabus) per la PA di competenze digitali;

  • la messa a disposizione di un insieme di strumenti a corredo del framework (come questionari di auto-assessment, moduli formativi in modalità e-learning);

  • la definizione di interventi formativi specifici organizzati e gestiti centralmente (sul project management, per lo sviluppo di competenze specialistiche ICT, per lo sviluppo delle competenze digitali di base,…) sia in particolare per i responsabili per la transizione al digitale (che dovrebbero fungere anche da “champion” all’interno delle amministrazioni sul tema delle competenze digitali) sia in generale per i dipendenti delle PA;

  • la messa a sistema di metodi di lavoro di gruppo, della valorizzazione delle comunità, delle reti di competenze, come ad esempio sono evidenza gli sviluppi in collaborazione su Developers.it, la condivisione dei documenti e dei progetti su Docs.it, le modalità semplificate di riuso, la rete dei responsabili per la transizione al digitale;

  • l’enfasi sulla semplificazione e la riorganizzazione dei processi, come base essenziale per progettare e realizzare la trasformazione digitale;

  • l’accento sul Project Management, che non diventa soltanto auspicio e indicazione di un metodo per la realizzazione delle iniziative, ma si fa sostanza con impegni specifici di AgID nel sostenere la diffusione della cultura di gestione dei progetti, con interventi formativi, di supporto e la costituzione di PMO regionali.

Un ulteriore elemento che forse manca e si potrebbe introdurre già in questa prima fase è quello suggerito nel recente rapporto del gruppo di esperti “sull’impatto della trasformazione digitale nel mercato del lavoro”, nominato dalla commissione europea, e che viene definito “digital personal learning account” (DPLA), una sorta di portfolio di competenze dove vengono tracciate le esperienze formative e che può essere strumento di incentivazione e sostegno (il gruppo di esperti individua diversi interventi possibili) al difficile ma necessario compito che ciascun lavoratore e ciascuna organizzazione hanno: assicurare un reale apprendimento permanente per tutta la popolazione lavorativa, tenendo conto delle differenze e delle caratteristiche specifiche dei diversi gruppi e profili di lavoratori. Il DPLA potrebbe essere sperimentato nella PA, con l’inclusione della mappatura e del bilancio delle competenze come parte essenziale della costruzione del processo di pianificazione annuale delle pubbliche amministrazioni, per essere successivamente proposto anche per i soggetti privati.

Infine, sarebbe utile portare in evidenza (anche operativamente) la correlazione del rafforzamento delle competenze e delle metodologie evolute di governo organizzativo e funzionamento in ottica di trasformazione digitale della PA con la diffusione del lavoro agile.

Competenze digitali di e-leadership e specialistiche ICT

Rispetto al quadro complessivo delle competenze digitali, riassunto nel Piano Triennale, non ci sono azioni specifiche su quest’area, oltre a quelle inserite nel progetto “Competenze digitali per la PA”. Su questi fronti, il Piano Triennale trova un suo confine di ambito nella trasformazione digitale della PA e quindi si limita, per quanto riguarda gli impatti sul mercato del lavoro e sulla trasformazione digitale delle organizzazioni, all’identificazione di linee guida e modelli di catalogazione delle competenze.

Rispettando questo ambito, sarebbe però auspicabile identificare interventi di maggiore incisività sulla e-leadership (non potendo delegare il cambiamento della PA ai soli responsabili per la transizione al digitale), nel contesto di un programma ambizioso e ampio di gestione del cambiamento (che può non trovare posto nel Piano Triennale, ma non può che essere previsto in modo coerente con gli stessi obiettivi). E a fianco a questo, ridando vita al modello della coalizione nazionale per le competenze e il lavoro digitale, definire un luogo permanente di correlazione e interscambio (anche operativo, con iniziative comuni) per la collaborazione tra settore pubblico e privato intorno a questo tema del rafforzamento delle competenze per la trasformazione digitale del Paese, che non può essere visto più come possibile opportunità ma come assoluta e inderogabile necessità.

Un approccio organico e di sistema

La riflessione conclusiva è che l’Italia, come scritto anche recentemente, non può permettersi di non avere un approccio organico e di sistema al tema delle competenze digitali. Soprattutto per le sue carenze che vengono evidenziate da tutti gli indicatori internazionali, come il Digital Society Index.

La situazione richiede un passo ulteriore, ambizioso e necessario, verso un “progetto-Paese” sulle competenze digitali che consenta di superare la frammentazione che ancora è presente e abilitare la collaborazione sistemica tra interventi e soggetti pubblici e privati, con un coordinamento, una governance definita e delle responsabilità assegnate, degli obiettivi chiari e misurabili connessi con gli impatti sulle dinamiche sociali e del mercato del lavoro, delle specifiche risorse assegnate. Sapendo che qui l’investimento è necessario e prezioso ed è un percorso già sufficientemente esplorato che richiede solo di diventare priorità per le politiche di innovazione e crescita.

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