tutto il bello del lavoro

Haiku sull’evoluzione digitale: il broccolo e lo smart working

I detrattori dello smart working temono che da casa il lavoratore tenda a imboscarsi. Non è così, o almeno non lo è per tutti. Il lavoro, ogni lavoro, dovrebbe tendere a raggiungere il bello e il vero e per farlo ogni organizzazione dovrebbe essere basata su un pattern fatto di valori, principi e obiettivi, non di controllo

Pubblicato il 02 Dic 2022

Giuliano Pozza

Chief Information Officer at Università Cattolica del Sacro Cuore

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Usare le informazioni del futuro e del passato per interpretare e guidare il presente. L’uomo e la natura da sempre si sono confrontati con trasformazioni o evoluzioni “disruptive”, quella digitale è solo l’ultima arrivata.

Gen. Stanley McChrystal on leadership strategy "Team of Teams"

Allora forse si possono trovare spunti per interpretare l’evoluzione digitale negli Haiku di un poeta sconosciuto del ‘700 giapponese, che ho trovato fortuitamente in un volumetto acquistato sul lago di Como e che userò per introdurre ogni tema della rubrica, ma anche dai monasteri benedettini, dai broccoli romaneschi, dal Bushido, dalle esperienze di chi è già nel futuro, dalla Divina Commedia, da due medici sperduti nel Vietnam rurale e dalle cattedrali romaniche.

Decimo haiku: cosa c’è di più nobile e speciale del lavoro?

Semplice via

Che guida al bello e vero

Col tuo lavoro

Di tutti gli Haiku[1] che abbiamo visto fin ora, questo è forse quello che tocca le mie corde più profonde. Perché credo che per ciascuno di noi la via che ci conduce al bello e al vero passi proprio attraverso il nostro lavoro in modo “speciale”. Infatti, nella traduzione inglese dell’haiku da cui sono partito l’ultimo verso è: “through your special work”. In italiano ho dovuto rientrare nelle 5 sillabe… semplificando. Non so come fosse in giapponese, ma il senso della traduzione inglese è “attraverso il tuo lavoro speciale, unico”.

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Non intendo qui semplicemente il lavoro retribuito, ma tutto il lavoro che facciamo. Cosa c’è di più nobile del lavoro di una mamma o un papà che si occupano dei figli, della famiglia o della casa? E il lavoro di tanti volontari? Ma certamente anche il lavoro inteso in senso più tradizionale, ossia come prestazione retribuita individuale o all’interno di un’organizzazione, è una via semplice e sublime per raggiungere il bello e il vero. Un collega qualche tempo fa mi ha ricordato un brano di Peguy che avevo letto da giovane:

“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.

E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”

Charles Pèguy – L’argent – 1914

La dignità professionale e il dibattito sullo smart working

Risuona qualche eco rispetto al dibattito in corso in molte aziende sullo smart working? Quante volte l’obiezione è: il collaboratore che lavora da casa (ossia che non viene “visto”) è come se fosse in vacanza. Ci sono due problemi in questa situazione: da una parte una struttura di governo dell’azienda che ha bisogno di “vedere le persone” per valutarne i risultati. È una forma di collaborazione e coordinamento totalmente primitiva. Se usassimo lo stesso approccio nell’approvvigionarci dei beni di consumo ora io sarei con arco e frecce nella savana per procacciarmi il pranzo. A tutti coloro che utilizzano questa modalità per coordinare i collaboratori, garantisco che ci sono tanti modi per “imboscarsi” anche stando dietro una scrivania.

L’evoluzione digitale spiegata con gli haiku: come arrivare al team of teams

Ci sono certamente anche alcuni abusi, ma nella mia esperienza il 95-97% delle persone con cui ho lavorato ha un’etica del lavoro simile a quella descritta da Peguy. O da Primo Levi, che in una intervista a Philip Roth diceva: “[ho notato nei lager un fenomeno curioso:] il bisogno del lavoro ben fatto, talmente radicato da spingere a fare bene anche il lavoro schiavistico, anche ad Auschwitz.  Come nel caso del muratore italiano Lorenzo Perrone, che detestava i tedeschi, la loro lingua, il loro cibo, la loro guerra, ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza per dignità professionale”. Lorenzo Perrone era una persona semplice, che nel 1998 fu inserito tra i Giusti tra le nazioni presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. Per chi crede, è il contenuto profondo del verso del “Benedictus”[2] dove dice:

“si è ricordato della sua Santa Alleanza,

del giuramento fatto ad Abramo, nostro Padre,*

di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

di servirlo senza timore, in santità e giustizia*

al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.”

In fondo chi non vorrebbe lavorare libero da ansia e paura, senza timore e in santità e giustizia? È lo “state of flow” di Mihaly Csikszentmihalyi[3], psicologo dal nome impronunciabile ma dalle idee interessanti.

Le difficoltà del lavoro nelle organizzazioni complesse

Uno dei miei primi capi, nei pochi anni in cui ho fatto lo sviluppatore software, un giorno ci disse: “La mia ambizione è che diventiate dei bravi artigiani del software”. Allora non capii. Con gli anni però ho apprezzato sempre di più quella frase. Mi è capitato spesso di osservare degli artigiani al lavoro. Alcuni falegnami (vivo circondato da “mobilieri brianzoli”, ne ho visto qualcuno anche fare la famosa gamba della sedia), ma anche qualche idraulico o elettricista. Innanzitutto, capisci subito chi lavora mettendoci passione e chi invece solo per dovere o per soldi. Non che per i primi i soldi non siano importanti, ma lo stile è completamente diverso. Nella mia esperienza molti degli artigiani che ho incontrato hanno ancora il gusto del lavoro ben fatto. E osservarli all’opera è uno spettacolo. Quanta maestria, quante conoscenze, quanta attenzione e cura in quello che fanno.

Come fare perché lo spirito dell’artigiano di Peguy sia presente anche nelle nostre aziende, spesso forgiate più su un paradigma tayloristico (ossia di massimizzazione dell’efficienza) che di perseguimento del bello e del vero? Certamente ci possono venire in aiuto le riflessioni degli ultimi 3 haiku[4] sulle dinamiche di team, sul “team of teams” e sull’importanza degli spazi fisici e virtuali di collaborazione.

Aggiungo però un ulteriore livello. Non voglio apparire “buonista” a tutti i costi e premetto che non penso che l’uomo sia intrinsecamente buono. L’uomo è quello che è, un misto di sublime e di miseria. Se però ci soffermiamo un attimo ad approfondire anche quel 3 o 5% che tende ad imboscarsi (sia da remoto che in ufficio, sia inteso), scopriremo che per alcuni di essi non è un problema di etica del lavoro, ma di disorientamento. Le organizzazioni di oggi sono complesse, difficili da interpretare e da navigare. Se situazioni così complesse vengono interpretate con un paradigma verticistico, in cui un capo decide e tutti eseguono, questo crea frustrazione, confusione, ansia, desiderio di fuga.

Basare il lavoro su valori, principi e obiettivi

Il modello di “command and control” che può tranquillizzare qualcuno non aiuta di solito a raggiungere i risultati. Qui la natura però ci viene in aiuto con quello che possiamo chiamare il “principio frattale”. Il concetto è che se ogni membro dell’organizzazione interiorizza alcuni “principi” di comportamento, si possono costruire percorsi anche molto complessi, sostenibili e gratificanti per chi ci lavora. I frattali ne sono un esempio: strutture molto complesse (e belle) come il broccolo, il nostro sistema vascolare e anche il nostro cervello emergono come ripetizioni su scala diversa di un “pattern”. Questo pattern nell’organizzazione dovrebbero essere i valori, i principi e gli obiettivi su cui basiamo il nostro lavoro. Se ogni membro del team li interiorizza, il modello non è più quello del “command and control”, ma si sposta verso una autonomia progressiva delle persone. È un modo di lavorare completamente diverso che crea un “engagement” elevato, grazie alla trasparenza sui valori ultimi e sugli obiettivi immediati.

Conclusioni

E a chi fosse ancora in dubbio dico: se veramente il 97% delle persone ha il potenziale per lavorare tendendo al “bello e al vero” anche in autonomia e in smart working, forse che per il residuo 3% (=1 persona su 40) dovremmo penalizzare tutti?

E le dimissioni di massa[5] che stiamo sperimentando, non sono forse un segnale che dovremmo cogliere subito come stimolo a cambiare il nostro modo di lavorare e a cercare un maggior coinvolgimento di tutti? Del resto, chi non vorrebbe camminare verso il bello e il vero?

Note

  1. Gli altri Haiku:L’evoluzione digitale spiegata con gli “Haiku”: il ciclo delle rondini e la filosofia AgileL’evoluzione digitale spiegata con gli “Haiku”: il nesso tra tecnologie, vette e obiettivi

    Innovazione digitale in azienda: serve un’anima giovane per vederne le potenzialità

    Transizione digitale: perché servono leader “sobri” per collaborare in team complessi

    L’evoluzione digitale spiegata con gli Haiku: l’attimo fuggente e il feedback continuo

    L’evoluzione digitale spiegata con gli Haiku: la gestione dei benefici del valore

    Cosa serve per far funzionare un team? Prendiamo esempio dal branco

    L’evoluzione digitale spiegata con gli Haiku: come arrivare al team of teams

    L’evoluzione digitale spiegata con gli haiku: la foresta e il metaverso

  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Benedictus_(Cantico_di_Zaccaria)
  3. https://psychology.fandom.com/wiki/Flow
  4. https://www.yottabronto.net/12-haiku-sullevoluzione-digitale-diversi-uguali-settimo-haiku/https://www.yottabronto.net/12-haiku-sullevoluzione-digitale-team-of-teams-ottavo-haiku/https://www.yottabronto.net/haiku-sullevoluzione-digitale-la-foresta-lo-scambio-immoto-e-il-metaverso-nono-haiku/
  5. https://www.ilsole24ore.com/art/great-resignation-non-tutte-dimissioni-sono-vantaggio-l-azienda-AECWNTv?refresh_ce=1
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