Italia digitale, è tempo che (anche) i cittadini prendano l'iniziativa | Agenda Digitale

L'ANALISI

Italia digitale, è tempo che (anche) i cittadini prendano l’iniziativa

Il sogno del “digital first” è ancora lontano dall’avverarsi, nel nostro Paese. Servono strategie in grado di ripristinare un rapporto di fiducia nei confronti dello Stato, spingendo la domanda di servizi digitali

16 Set 2020
Glauco Riem

avvocato in Pordenone, terminalista del CED della Corte di Cassazione


Si realizzerà solo instaurando un clima di fiducia fra cittadini e istituzioni il “traguardo digitale” che l’Italia non riesce ancora a raggiungere. Dal focus sulla protezione dati a linee guida chiare di “alfabetizzazione” fino alla formazione su vasta scala, ecco i nodi principali da affrontare.

Formazione, la grande incompiuta

Gli esperti difficilmente hanno trovato e, crediamo, troveranno soluzioni a problemi che chiariscano quale debba essere l’approccio al digital first  presi, come sembrano da oltre un decennio, dalle sottili riflessioni e distinguo che attengono al digitale nel Nostro Paese.

Gli esperti però, come in larga parte hanno già fatto, sicuramente indicheranno con precisione gli obiettivi (del digitale) da raggiungere, in parte già ampiamente delineati, ma non sicuramente il percorso che il cittadino comune deve seguire per essere “digitale”.

Il percorso sui temi della digitalizzazione e del sé digitale resta sicuramente personale ed autonomo e quindi ciascun cittadino dovrà autonomamente scegliere il suo: prepotentemente lo impone il semplice fatto di appartenere ad una società civile informatizzata. La Pubblica Amministrazione si dice pronta al tutto digitale anche se, in merito, crediamo sia giusto nutrire ancora alcuni fondati dubbi.

L’analisi statistica di Eurostat 2019 asciuttamente conferma, come per il passato, tutti i dati della problematica débacle digitale registrata nella maggior parte dei Paesi europei e dell’Italia. Solo il 66% della popolazione europea possiede competenze digitali almeno di base, con una consistente divaricazione tra paesi come la Germania (77%), Regno Unito (84%), Italia (49%)”.

È necessario allora che gli esperti e i filosofi tornino nella caverna ad analizzare il problema cercando di semplificare il più possibile la sua realizzazione partorendo semplici linee guida di chiarezza illuminante.

Italia digitale, il ruolo della PA

Molti commentatori già da tempo ritengono che in realtà il digital first sia un’invenzione che permetta ai più esperti di arrovellarsi full time intorno ad un problema che solo il tempo che passa e il ricambio generazionale coronato forse dalla presa del potere da parte dei millennials potrà risolvere anche se il cittadino continuerà a disinteressarsi dell’argomento.

Siamo comunque on the road e siamo sicuri che se cittadini, esperti e filosofi uniranno i loro sforzi anche l’Italia potrà diventare realmente digitale. E’ noto infatti il detto digital vincit ed anche che la società dell’innovazione digitale avanza inarrestabile: prova ne è che gli infanti di due / tre anni prendono subito confidenza con gli smartphone dei loro familiari ed amici compiendo delle “prodezze” che lusingano gli stessi genitori e ciò anche accedendo con lo SPID (il cui codice è normalmente in evidenza in qualche post-it attaccato nelle vicinanze) alle vasta serie di servizi on line offerti dalle PA.

Per fare ciò riteniamo sia necessario, attraverso un meditante pensiero laterale, proporre percorsi ad hoc che tengano conto delle competenze digitali della popolazione italiana che già esistono in apposite analisi statistiche in tema.

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Come è cambiato in Italia il quadro normativo dei pagamenti digitali verso la PA?

Tali percorsi non saranno quindi univoci dovendo ciascun soggetto maturare un proprio autonomo convincimento sulla bontà del digital first verso il quale invece sembra che un sempre maggior numero di persone manifestino i loro, a volte ragionevoli, dissensi: si tratta, anche se ragionevoli, sempre degli ulteriori obblighi che vengono addossati al cittadino: così è stato per la fattura elettronica, lo scontrino informatico ed il domicilio digitale. Obbligo che sembra riaffermare come il Re sia sempre più nudo (ed indifeso) di fronte al funzionamento della macchina amministrativa informatica.

Cittadino-istituzioni, rapporto conflittuale

È tempo però che l’Amministrazione dichiari apertamente i propri intenti che sono quelli che per amministrare ci sia la necessità di avere sempre maggiori dati che fotografino in dettaglio il cittadino. L’amministrazione in merito pretende di ottenere sempre maggiori dettagli sul cittadino e quest’ultimo nutre invece sempre più un insanabile dubbio che ciò serva all’amministrazione per comminare eventuali sanzioni o serva ad aggiustare meglio alcune compressioni dei suoi diritti.

Potremmo allora pensare che la digitalizzazione del Paese sia in realtà congelata in attesa che nasca un rapporto di reale reciproca fiducia fra l’amministrazione e il cittadino dove trasparenza e verità ne siano il leitmotiv?

Tali dubbi, tra l’altro, nutrono quella linea di pensiero, sempre più diffusa, che sottolinea la costante lesione della tutela della riservatezza e la sempre più ampia mercificazione delle informazioni personali e dai dati che trasversalmente si possono evincere e che vengono poi apertamente commercializzate per gli usi più disparati in barba alle severissime sanzioni comminate del regolamento UE n. 679/2016.

Detta mercificazione delle informazioni, anche grazie all’azione combinata delle diverse tecnologie, permette che la ricerca, la scrematura e la catalogazione per categorie di dati di interesse, sia svolta in modo completamente automatico da software creati ad hoc.

Dati personali: tutte le contraddizioni

Per fare un esempio fra i molti ci preme indicare l’attività di Web Scraping, cioè quella attività svolta in modo automatico da software ro-bot (BOT) che, simulando un’attività di ricerca fatta dall’uomo, estraggono (anzi raschiano) dati dalla rete.

Tale attività, completamente automatizzata, costituisce, secondo recenti statistiche, il 46% del traffico sul Web di talché, già negli asili nido, sembra invalso l’obbligo di approfondire il fenomeno per adottare la più avanzata sicurezza informatica. L’automazione infatti permette di “raschiare” qualsiasi tipo di informazione e viene compiuta da altrettanti programmi di lettura dei dati che utilizzano una combinazione di due tecnologie nemmeno di avanguardia: il Machine Learning e il Computer Vision. Detti sistemi lavorano “congiuntamente” e implementano vicendevolmente la capacità di registrare dati ed informazioni a favore di chi ne fa incetta anche attraverso apposite API (Application Programming Interface).

L’attività è svolta candidamente secondo un principio prettamente utilitaristico che afferma che “If your content can be viewed on the web, it can be scraped”, se il contenuto può essere visualizzato sul web, può essere raschiato. Evidenziamo che la traduzione del lemma inglese è proprio raschiatura che inequivocabilmente indica la profondità dell’azione che potrebbe, per analogia, essere assimilata all’espressione spremere come un limone, quindi un’azione certamente invasiva e priva di limiti e di scrupoli.

Le sbandierate attività di tutela della riservatezza trovano qui un primo aspetto di riflessione: come si può affermare da una parte che la tecnologia tutela la privacy e dall’altra tollerare che si costruiscano sistemi che, in automatico, disattendono la norma. La creazione e l’utilizzo di tali software scientemente sembrano violare l’ormai consacrato principio della privacy by design nella creazione di software che trattano dati, anzi ne sono l’esatta negazione.

Utilizzare, ma anche creare, detti programmi costituisce un illecito? La stessa detenzione dei detti software potrebbe essere considerata di per sé antigiuridica? È la storia di chi costruisce oggetti che possono essere usati secondo quei principi dell’etica che mettono costantemente l’uomo di fronte ai concetti di bene e di male.

Il comportamento di una macchina che utilizza istruzioni di programma ideate dall’uomo va sempre nel senso di rispondere alla volontà di chi l’ha informata; se l’istruzione ordina di raccogliere precise informazioni in determinati ambiti, è l’uso di tali informazioni che conta ed il profitto che da esso potrebbe derivare dovrà essere comunque inquadrato secondo i paradigmi giuridici in vigore al momento in cui si verifica l’attività umana compiuta attraverso la “macchina”.

Privacy e algoritmi: il paradosso giuridico

Può succedere comunque anche che certe informazioni, ricavate dai software ro-bot, siano lecitamente acquisite magari per motivi di sicurezza ed ordine pubblico, mentre il loro libero utilizzo per le finalità di una indiscriminata raccolta di dati personali invece non lo sia.

Molti vedono nelle normative, anche comunitarie, di tutela della privacy più recenti un elefantiaco e complesso apparato di difficile comprensione e gestione che può, come tutte le linee e le muraglie cinesi, francesi, messicane, essere eluso con grave danno per tutti gli utenti che spesso non hanno gli strumenti, innanzitutto conoscitivi e, più spesso, anche economici per procedere alla propria tutela.

Non possono allora non venirci in mente le soluzioni adottate dagli antichi saggi al problema della trasmissione orale della conoscenza nei secoli o ai “giochi popolari” (carte, dadi… ) che venivano poi utilizzati dalla gente comune che li tramandava (e li tramanda tuttora), spesso senza conoscerne il significato nascosto che, immanente, veniva conservato e trasmesso dalla Collettività ad alcuni delle collettività che erano capaci poi di scoprirlo.

Senza scomodare la Teoria dei giochi e le riflessioni matematiche di John Nasch e le sue complesse formule matematiche (che sono comunque cose da intellettuali) si dovrebbero allora trovare metodi (escamotage?) per suscitare, intorno al digitale, un motore di adeguato interesse della gente comune intorno ai temi e all’uso (non più solo giocoso) dei dispositivi elettronici e di connessione al mondo digitale che crei, come in ogni attività ludica, una positiva dipendenza utile allo scopo come quella che spesso viene a crearsi nei moderni fenomeni di aggregazione elettronico/telematica, di cui, appunto, il gioco è il motore (sul tema vedi “Theory of Games and Economic Behavior” di John von Neumann e Oskar Morgensterns).

Il compito dei mass media

Sarebbe davvero troppo allora azzardare (il fine giustifica i mezzi?) un concorso a premi tenuto ad esempio da Fiorello ed Amadeus sui temi del digitale che possa utilizzare, “il supporto del servizio radiotelevisivo” ai fini di orientare ed interessare il cittadino al fenomeno digitale (v. C.A.D. ex art. 8 sull’alfabetizzazione informatica).

Ci preme sottolineare poi l’inevitabile dipendenza che l’uso dei dispositivi elettronici crea. Fuori a cena, anche a lume di candela, spesso abbiamo visto coppie intente a smanettare, ognuno per proprio autonomo conto, senza che venga pronunciata una parola; ed anche, paradossalmente, che vengano attivati contatti telematici con i possessori di smartphone dei tavoli vicini ed anche coppie, momentaneamente prive di babysitter, scambiarsi sguardi affettuosi dopo aver consegnato all’infante i propri dispositivi elettronici.

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Come superare allora quella che resta una faccenda dai risvolti spesso drammatici ma, a volte, anche comici? In merito contiamo, al più presto, di vedere una trasmissione radio-televisiva con conduttori di vaglia.

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