Ci sono due modi di vedere il Digital Networks Act. Alcuni lo considerano solo una sorta di grande manutenzione delle regole sulle telecomunicazioni: si prendono direttive vecchie di vent’anni, si trasformano in un regolamento valido allo stesso modo in tutti i ventisette Stati, si mettono in ordine frequenze, accesso alle reti e tutele dei consumatori. Altri lo trattano come la cornice di un ecosistema in cui reti, cloud, piattaforme e satelliti sono ormai pezzi della stessa infrastruttura. Il progetto di relazione depositato il 20 ottobre in commissione Industria, ricerca ed energia del Parlamento europeo dal relatore, il liberale polacco Michał Kobosko, aderisce alla seconda visione.
Nelle oltre 350 pagine del documento e nei 565 emendamenti alla proposta presentata dalla Commissione il 21 gennaio, il DNA smette di essere una riforma delle regole per gli operatori telefonici e diventa, nelle parole del relatore, una strategia europea per l’intero ecosistema della connettività. Proporre 565 emendamenti significa infatti cambiare molte cose, molto più di un semplice tagliando della proposta della Commissione.
Indice degli argomenti
Digital Networks Act: i quattro pilastri della riforma
L’impianto poggia su quattro pilastri. La competitività, declinata come più investimenti privati, meno burocrazia e un mercato unico invece di ventisette mercati nazionali. La sovranità digitale, costruita sul principio “same business, same risks, same rules” e sulla difesa dello spettro e delle risorse spaziali europee. La resilienza delle reti, trattate finalmente come infrastruttura critica. E i cittadini, con tutele più forti su emergenze, frodi, accessibilità e contratti. Non è ancora la posizione del Parlamento, ma è la base da cui partirà la trattativa, e su quasi tutti i fronti migliora la proposta originaria.
Sullo spegnimento delle reti in rame, il relatore cerca di riportare il disposto ad una maggiore proporzionalità limitandone l’ambito di applicazione, ma conserva l’errore di fondo. E dove l’Italia ha più da perdere.
Dal Digital Networks Act nuove regole per l’ecosistema digitale
Il primo cambiamento riguarda il perimetro. Le app di messaggistica come WhatsApp o Telegram, che il lessico europeo chiama servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero, entrerebbero nel regime di autorizzazione generale che oggi vale per gli operatori telefonici. Le reti di distribuzione dei contenuti, le cosiddette CDN, cioè i server che piattaforme video e grandi fornitori cloud collocano vicino agli utenti per consegnare più in fretta film, partite e aggiornamenti, verrebbero riconosciute espressamente come reti di comunicazione elettronica. Lo stesso varrebbe per i cavi sottomarini.
Gran parte di queste infrastrutture strategiche appartiene a soggetti extraeuropei: portarle dentro le regole europee è una scelta di sovranità prima ancora che di regolazione. Per l’Italia è una specie di rivincita. Con la delibera 207/25/CONS del luglio 2025 l’Agcom era stata la prima autorità europea a sottoporre le CDN all’autorizzazione generale, e alcune piattaforme avevano fatto ricorso al Tar denunciando il rischio di una fuga in avanti isolata. Se la linea del relatore passasse, la scelta dell’autorità italiana diventerebbe la regola europea.
Cambiano anche gli obiettivi del regolamento. Il relatore li estende alla competitività dell’intera economia europea, non solo del settore, e aggiunge un principio generale che obbliga a evitare oneri regolatori, amministrativi o finanziari non necessari. Agli Stati membri è richiesto di pubblicare una nota di attuazione e di abrogare le norme nazionali incompatibili con il regolamento. Forse eccessivo vista la natura del regolamento, ma la nota nazionale sarebbe una operazione di trasparenza utile a fare chiarezza in un settore in cui le norme, come in altri settori, rischiano di stratificarsi e non parlarsi tra loro.
E, si sa, norme poco chiare spesso scoraggiano gli investimenti perché impediscono di calcolare il rischio.
Fair share, piattaforme e internet aperto
Sul rapporto tra operatori di rete e grandi piattaforme, il tema che da anni divide Bruxelles sotto l’etichetta del fair share, il relatore cerca una via stretta. Non si chiede ai giganti del web un contributo economico per le reti, ma impone loro un obbligo di negoziare l’interconnessione con gli operatori, come gli operatori già fanno tra loro, con la possibilità di rivolgersi all’autorità nazionale in caso di disaccordo.
L’obbligo varrebbe solo per i “fornitori di traffico significativo”, definiti come chi origina o consegna nelle ore di punta almeno il 2 per cento del traffico in download verso gli utenti dell’Unione, indipendentemente da dove abbia sede. Tutti gli altri sono esplicitamente esclusi, dalle startup ai piccoli fornitori di contenuti agli utenti finali, per disinnescare le obiezioni di chi temeva un internet a pagamento. Il meccanismo di conciliazione volontaria immaginato dalla Commissione lascia il posto a un tavolo permanente di cooperazione tra operatori, piattaforme e produttori di dispositivi, con un parere annuale del BEREC, l’organismo che riunisce i regolatori europei, sui temi da affrontare.
La stessa logica attraversa le regole sull’internet aperto. Oggi gli obblighi di neutralità valgono solo per chi fornisce l’accesso a internet, ma la qualità con cui un contenuto arriva a casa dipende sempre di più da altri anelli della catena. Il relatore estende quindi il divieto di discriminare il traffico a fornitori di contenuti e applicazioni, di intelligenza artificiale, di sistemi operativi e di CDN, quando sono in grado di influenzare la gestione del traffico o la qualità della consegna.
Si aggiunge un principio di neutralità dei terminali: chi produce smartphone e dispositivi dovrà supportare le funzionalità di rete standardizzate per i clienti di qualunque operatore autorizzato nell’Unione, e il BEREC dovrà aggiornare le linee guida sul punto terminale della rete per proteggere la libertà di scegliere il proprio modem.
Neutralità della rete e servizi specializzati
Sulla neutralità della rete il relatore difende il principio ma lo adatta a reti che nel frattempo sono cambiate. Gli operatori potrebbero distinguere tra categorie di traffico con esigenze tecniche diverse, per esempio una videochiamata, che non tollera ritardi, e il download di un aggiornamento, che può aspettare qualche secondo, a condizione che tutto il traffico della stessa categoria sia trattato allo stesso modo e senza guardare ai contenuti.
I servizi specializzati, cioè le connessioni con qualità garantita per usi specifici, potrebbero essere offerti solo in modo non esclusivo e non discriminatorio, solo se la capacità della rete è sufficiente e senza sostituire o peggiorare l’accesso a internet. Per dare certezza agli operatori, la Commissione dovrebbe definire con un atto delegato, entro nove mesi dall’entrata in vigore, come misurare la capacità sufficiente e come stabilire quando un servizio danneggia l’internet di tutti.
I testi citano espressamente l’interconnessione tra data center, l’edge computing, i servizi di intelligenza artificiale e il network slicing, la possibilità offerta dal 5G stand-alone di ritagliare dentro la stessa rete corsie dedicate con prestazioni garantite. Tra i servizi prioritari entrano anche quelli critici delle amministrazioni pubbliche, legati a sicurezza e difesa. In Italia il 5G stand-alone ha mosso i primi passi commerciali solo di recente e gli operatori chiedono da tempo di poter vendere prestazioni differenziate alle imprese: questa apertura dà loro una base giuridica per farlo senza mettere in discussione l’internet aperto per i consumatori.
Frequenze e satelliti nella strategia del Digital Networks Act
Sullo spettro il relatore parte da un problema che in Italia conosciamo bene: le aste hanno funzionato a lungo come una tassa che ha inciso sugli investimenti. Tra 3G, 4G e 5G gli operatori italiani hanno versato allo Stato oltre 24 miliardi di euro, di cui 6,6 solo nel 2018 per il 5G, soldi usciti dai bilanci prima ancora di accendere un’antenna. Il relatore vuole fare delle frequenze “un asset di investimento e non una fonte di entrate per i bilanci pubblici”.
La Commissione propone diritti d’uso in linea di principio senza scadenza, con una prima revisione non prima di vent’anni; il relatore aggiunge un’analisi di mercato a ogni revisione e una cadenza successiva di quindici anni. Dove uno Stato preferisca una durata limitata, il minimo salirebbe da 40 a 50 anni, il rinnovo diventerebbe automatico e a tempo indeterminato su richiesta, e un eventuale diniego andrebbe deciso con almeno tre anni di anticipo.
Il cuore della proposta è il rapporto tra soldi e obblighi. Gli impegni di copertura e di densificazione della rete dovrebbero prevalere sui pagamenti una tantum, ammessi solo se l’autorità dimostra che servono a un uso efficiente dello spettro senza frenare gli investimenti. Le metodologie comuni per canoni annuali e prezzi di riserva, che la Commissione voleva semplici raccomandazioni, diventerebbero vincolanti, e Bruxelles potrebbe fissare tetti massimi dove le scelte nazionali continuano a scoraggiare gli investimenti.
Il controllo europeo sulle procedure nazionali si estenderebbe a obblighi di copertura e prezzi di riserva, ma la Commissione potrebbe chiedere il ritiro di una misura nazionale solo in caso di violazione grave. Le bande armonizzate andrebbero assegnate entro 18 mesi anziché 24, e le piccole celle, le antenne di dimensioni ridotte che aggiungono capacità nelle zone più affollate, verrebbero incentivate compensando almeno metà del loro costo con canoni più bassi.
Per l’Italia, che dovrà decidere come rinnovare le frequenze mobili in scadenza nel 2029, è un’indicazione chiara che potrebbe persino trovare spazio nella prossima legge di bilancio: rinnovi in cambio di investimenti, non nuove aste per fare cassa. Ma un aspetto che andrebbe valutato con molta attenzione, se da una parte è importante salvaguardare gli investimenti, dall’altra è necessario garantire concorrenza quando si tratta di dare in concessione una risorsa scarsa.
E andrebbe scritta nero su bianco una condizione: se le frequenze vengono rinnovate in cambio di impegni di investimento, quegli investimenti devono servire a costruire reti mobili migliori, non a trasformare lo spettro mobile in un surrogato della linea fissa. Le frequenze assegnate alla telefonia mobile non dovrebbero essere usate per vendere connessioni domestiche in alternativa alla rete fissa, con l’unica eccezione del vero FWA, quello che usa frequenze dedicate esclusivamente ai collegamenti fissi. Altrimenti lo Stato rinuncerebbe agli incassi delle aste per finanziare, di fatto, la concorrenza a una fibra che ha contribuito a costruire con risorse pubbliche.
C’è poi un nuovo capitolo che risponde ad una geografia dello spettro che va cambiando. Cioè quello di un operatore satellitare globale che ha acquistato grandi quantità di frequenze mobili per collegare direttamente smartphone. Così satellite e reti terrestri si contendono gli stessi clienti e la stessa risorsa scarsa. Il relatore propone che una quota di ogni nuova banda armonizzata per la banda larga senza fili possa essere assegnata a livello europeo, con un’unica autorizzazione valida in tutta l’Unione e un obbligo di accesso all’ingrosso, a operatori che rispettino criteri stringenti di resilienza e sovranità.
Le frequenze satellitari registrate dagli Stati membri presso l’Unione internazionale delle telecomunicazioni andrebbero difese insieme, contrastando le registrazioni speculative e sottoponendo i trasferimenti legati allo spettro armonizzato al via libera della Commissione. L’autorizzazione satellitare europea sarebbe subordinata al rispetto dei requisiti di sicurezza della catena di fornitura, agli obblighi di conservazione dei dati e di intercettazione legale e alla nomina di un rappresentante legale nell’Unione. Tradotto: chi vuole vendere connettività satellitare agli europei dovrà rispondere alle autorità europee.
Accesso alle reti e mercato unico nel Digital Networks Act
Sull’accesso alle reti il relatore conferma la “scala dei rimedi” della Commissione: il regolatore deve partire dalle misure meno invasive e salire solo se necessario. Prima ancora di imporre qualsiasi obbligo, l’autorità dovrebbe valutare gli impegni offerti volontariamente dagli operatori, che resterebbero validi almeno fino all’analisi di mercato successiva, e tenere conto degli accordi commerciali già esistenti. Se non bastano, si parte dall’accesso alle infrastrutture passive, come cavidotti e pali, con obblighi di trasparenza e non discriminazione; poi il prodotto di accesso armonizzato a livello europeo; solo in ultima istanza i rimedi sulla rete attiva.
La raccomandazione europea sui mercati da regolare rimane facoltativa, ma è previsto una rivalutazione dei trend nell’Unione almeno ogni tre anni. Qualora adottata, la raccomandazione deve includere linee guida metodologiche per la definizione e analisi dei mercati, valutazione dei vincoli competitivi e su come differenziare la regolazione tra aree geografiche. Il relatore mantiene infine la nozione di “rete ad altissima capacità”, neutrale rispetto alla tecnologia, al posto della “rete gigabit” proposta dalla Commissione, in nome della prevedibilità: le definizioni non si cambiano a metà del ciclo di investimento.
Il capitolo sulla semplificazione è il più concreto. Gli operatori potrebbero notificare l’avvio dell’attività una sola volta, in qualunque lingua ufficiale, su una piattaforma europea gestita dall’ODN, la nuova struttura di supporto prevista dalla proposta, che smisterebbe automaticamente la pratica ai regolatori nazionali. Nessuna autorità potrebbe chiedere informazioni già fornite in base alla direttiva NIS2 sulla sicurezza informatica, e i dati sulla neutralità della rete andrebbero forniti su richiesta invece che con rapporti biennali. Spariscono la banca dati di geolocalizzazione dello spettro e le numerazioni paneuropee, giudicate più costose che utili.
Le richieste di allaccio alla rete elettrica per i siti di telecomunicazione avrebbero priorità, con l’indicazione entro un mese del punto di connessione più vicino e di costi e tempi stimati. Le valutazioni sulle emissioni elettromagnetiche per condividere un sito si baserebbero su misure reali e non su calcoli teorici: un punto che pesa in Italia, dove i limiti restano molto più severi di quelli raccomandati a livello internazionale. Sul piano istituzionale, l’ODN si limiterebbe al supporto amministrativo lasciando le competenze chiave al BEREC, e il suo consiglio scenderebbe da 27 a 9 regolatori, più due membri nominati dal Parlamento.
Consumatori e sicurezza delle reti nel Digital Networks Act
Per i consumatori il relatore rovescia l’approccio della Commissione, che lasciava agli Stati la libertà di fare di più: le tutele diventerebbero uguali ovunque, senza eccezioni nazionali. Strumenti gratuiti per controllare la spesa, avvisi in caso di consumi anomali e prima della disattivazione, blocco degli addebiti di terzi, strumenti di confronto delle offerte, vincolo contrattuale massimo di 24 mesi. Le penali di recesso dovrebbero essere ragionevoli e trasparenti, e il cliente potrebbe recedere gratuitamente se la qualità della connessione è inferiore a quella promessa.
Le bollette andrebbero dettagliate per categoria e le procedure di reclamo e di conciliazione extragiudiziale rafforzate anche per microimprese ed enti non profit. I consumatori a basso reddito potrebbero ricevere un sostegno attraverso voucher, assegni sociali o pagamenti diretti.
Sulle frodi telefoniche, un tema che gli italiani conoscono fin troppo bene tra telemarketing aggressivo e numeri contraffatti, il relatore chiama in causa anche gli operatori “di transito”, quelli che trasportano le chiamate tra una rete e l’altra, e chiede a tutti non solo di individuare ma di applicare misure efficaci, con la possibilità di trattare alcuni dati di traffico nel rispetto del GDPR. Il divieto di nascondere l’identità del chiamante si estende ai sistemi di chiamata automatica e si conferma lo stop all’inoltro automatico delle chiamate attivato da terzi.
Il 112 dovrebbe essere raggiungibile da tutte le app di comunicazione, non solo dove lo decide il singolo Stato come proponeva la Commissione, e anche via satellite, gratuitamente, dove la rete terrestre manca. Le chiamate di emergenza porterebbero con sé non solo la posizione ma altri dati utili ai soccorsi, e gli allarmi pubblici dovrebbero arrivare istantaneamente, per esempio con il cell broadcast su cui già si basa il sistema italiano IT-alert. Per le persone con disabilità sarebbero garantiti servizi di conversazione totale e di interpretariato testuale e video, attivi giorno e notte anche per le emergenze.
La connettività come infrastruttura critica
Il sabotaggio dei cavi sottomarini nel Baltico, il disturbo dei segnali satellitari e radio ai confini orientali, i grandi blackout elettrici e gli eventi meteo estremi hanno mostrato che la connettività è una frontiera della sicurezza europea. Il relatore costruisce su questo un capitolo in sei pilastri. Il dovere di cooperazione tra operatori e autorità si estende a chi vigila sulle infrastrutture critiche, così che sicurezza digitale e fisica lavorino insieme.
Il BEREC, con l’ENISA e la Commissione, dovrebbe preparare un piano europeo che mappi la topologia delle reti, i colli di bottiglia e i punti la cui rottura può isolare un territorio, gestendo le informazioni come classificate perché nessuno possa localizzare gli asset sensibili. Le raccomandazioni del piano dovrebbero tradursi in investimenti, a partire dal prossimo bilancio pluriennale dell’Unione.
Sulle interferenze, la Commissione potrebbe chiedere allo Stato che ha autorizzato un operatore molesto di sanzionarlo fino al ritiro della licenza; se il disturbo arriva da un paese terzo, la questione diventerebbe di interesse dell’Unione, con l’obbligo per il Consiglio di valutare misure restrittive se il problema persiste e il diritto degli operatori danneggiati di chiedere un risarcimento davanti ai giudici nazionali. I trasferimenti e gli affitti di frequenze potrebbero essere bloccati per ragioni di sicurezza nazionale, e il rispetto dei requisiti di sicurezza della catena di fornitura diventerebbe condizione per operare e per usare lo spettro.
Chi spegne tecnologie da cui dipendono le chiamate di emergenza o il funzionamento dei dispositivi esistenti, come le vecchie reti 2G e 3G, dovrebbe dare tre anni di preavviso anziché due, con un piano di migrazione che il regolatore valuta e può correggere.
Digital Networks Act e switch-off del rame: cosa cambia
Veniamo al punto su cui la relazione merita più attenzione. E che riguarda più da vicino il nostro Paese. La proposta della Commissione prevede lo spegnimento del rame per tappe. I regolatori nazionali avrebbero dovuto individuare entro il 31 maggio 2028 le aree di switch-off e pubblicare entro il 30 giugno 2029 l’elenco di quelle in cui risultavano soddisfatte due condizioni di sostenibilità: una copertura in fibra che la Commissione fissava al 95 per cento delle abitazioni dell’area e la disponibilità di offerte accessibili e di qualità comparabile per chi oggi usa il rame.
Lo Stato avrebbe poi dovuto imporre lo spegnimento con un atto vincolante entro sei mesi. Il vero nodo era il punto d’arrivo: entro il 31 dicembre 2035 lo switch-off avrebbe dovuto essere imposto in tutte le aree, rispettassero o meno le condizioni.
Il relatore smonta proprio questo meccanismo. Cancella la data del 2035. Il nuovo considerando 155 lo dice in modo esplicito: dove le condizioni di sostenibilità non sono rispettate, gli Stati non sono obbligati a imporre lo spegnimento e la rete legacy può restare in servizio. La seconda condizione viene rafforzata: le offerte alternative dovranno essere di qualità “almeno comparabile” e disponibili per “tutti” gli utenti che usano il rame. Inoltre, l’obbligo di spegnimento è limitato solo al rame presente fino alla base dell’edificio, escludendo il rame all’interno degli edifici.
Nelle aree di switch-off resta il diritto, per chi è raggiunto dalla fibra, di chiedere l’allaccio, e l’obbligo per proprietari e amministratori di condominio di consentire la posa verticale della fibra su richiesta di un singolo residente varrebbe ovunque, non solo nelle aree già soggette a spegnimento. È una correzione utile, perché in Italia il collegamento verticale dentro i palazzi è uno dei punti in cui la migrazione si inceppa più spesso. L’obbligo andrebbe però esteso anche agli amministratori dei condomini confinanti, quando l’immobile oggetto di intervento non possa essere raggiunto senza passare da quello vicino.
Il relatore introduce infine una soglia: le regole sullo switch-off si applicherebbero solo agli Stati in cui il rame serve almeno il 15 per cento degli abbonati alla banda larga fissa e non esiste già un piano di spegnimento vincolante approvato dal regolatore nazionale.
L’obbligo resta dove la fibra è già disponibile
Fin qui il bicchiere mezzo pieno. Quello mezzo vuoto è che lo switch-off resta obbligatorio. Il testo chiede agli Stati di imporlo “senza indebito ritardo” nelle aree che rispettano le condizioni con una tempistica similare alla proposta DNA ma con potenziali aggiustamenti rispetto alla effettiva data di entrata in vigore del DNA. I passaggi prevedono: aree individuate entro sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento, elenco di quelle che soddisfano le condizioni entro dodici mesi con aggiornamento ogni 12 mesi per un periodo di 5 anni, atto vincolante entro i dodici mesi successivi.
Restano invariati i passaggi finali: lo spegnimento deve iniziare entro un anno dall’atto e concludersi entro tre. In pratica, nel primo gruppo di aree già coperte dalla fibra il rame potrebbe sparire per legge entro sei anni dall’entrata in vigore del DNA. L’obbligo riguarderebbe la rete fino al punto che serve l’edificio, lasciando fuori i cavi interni ai palazzi, ma la sostanza non cambia: la linea in rame che arriva sotto casa verrebbe chiusa.
Il punto è che l’obbligo sopravvive esattamente dove è meno giustificato. In un’area in cui la fibra copre il 95 per cento delle abitazioni e le offerte sono accessibili, chi usa ancora il rame ha già la possibilità di passare alla fibra e ha deciso di non farlo. Lo switch-off non porta la fibra a nessuno: interviene dove la fibra c’è già, per togliere a chi non l’ha scelta l’alternativa che preferisce.
Il nesso tra spegnimento del rame e maggiore adozione della fibra non è mai stato dimostrato: lo aveva rilevato lo stesso comitato per il controllo regolamentare della Commissione, e il parere legale firmato da Roberto Mastroianni per Connect Europe ne ha fatto il cardine delle sue obiezioni di proporzionalità. C’è anzi un passo indietro sulle informazioni. La Commissione chiedeva ai regolatori, durante la transizione, un rapporto sui prezzi e sulla qualità dei servizi su rame e su fibra, da usare proprio per verificare le condizioni di sostenibilità.
Il relatore lo cancella in nome della semplificazione, e alleggerisce i piani nazionali di transizione togliendo l’obbligo di indicare la copertura delle reti e le tappe di migrazione area per area. Si toglie lo strumento che avrebbe dovuto dire se l’alternativa offerta agli utenti è davvero accessibile e comparabile.
Il Digital Networks Act e il rischio di migrazione verso il mobile
L’Italia è pienamente dentro il perimetro della norma. Secondo l’Osservatorio sulle comunicazioni dell’Agcom, a marzo 2026 le linee in fibra mista rame, l’FTTC, valevano ancora il 39,7 per cento degli accessi fissi, oltre 8 milioni di linee; un altro 10,2 per cento viaggiava su ADSL e altre tecnologie interamente in rame. Metà delle connessioni fisse del paese poggia dunque ancora sul doppino, ben oltre la soglia del 15 per cento. Resta da capire se le regole con cui l’Agcom disciplina oggi la dismissione delle centrali di FiberCop possano valere come “piano vincolante approvato dal regolatore” e sottrarre l’Italia all’obbligo: la risposta non è scontata.
Se la norma restasse così, imporrebbe la migrazione a milioni di famiglie. E non è detto che la imponga nella direzione voluta. Chi oggi si accontenta dell’FTTC in un’area coperta dalla fibra non ha scelto la fibra pur potendolo fare; messo davanti a uno spegnimento, non è affatto scontato che la scelga. Molti troveranno più semplice e più economico un router 5G (persino in alcuni casi non stand alone) appoggiato sulla rete mobile: nessun tecnico in casa, nessun lavoro in condominio, un’offerta spesso convergente con lo smartphone. Il mercato mostra già questa tendenza.
Gli accessi in Fixed Wireless Access, la tecnologia che porta la fibra fino a un’antenna e copre l’ultimo tratto via radio, hanno superato i 2,7 milioni e crescono del 13 per cento l’anno. Sotto questa etichetta, però, convivono due cose molto diverse. C’è il vero FWA, quello che usa frequenze dedicate solo ai collegamenti fissi, con un’antenna sul tetto puntata verso una stazione radio progettata per servire abitazioni: è nato per coprire le zone dove la fibra non arriva, anche grazie ai bandi pubblici per le aree bianche.
E c’è l’FWA venduto con lo stesso nome ma appoggiato sulle frequenze e sulle celle della telefonia mobile: il router di casa si comporta come uno smartphone in più e divide la capacità della cella con chi telefona e naviga per strada. Secondo un’analisi di Segugio.it, le offerte vendute come FWA costano in media poco più di 26 euro al mese e dichiarano velocità medie di 371 megabit al secondo, superiori a quelle promesse sulla fibra mista rame. Per chi guarda solo al canone e al numero scritto sulla pubblicità, il confronto con l’FTTC apparentemente è vinto in partenza.
Il problema è che quella velocità è soggetta a moltissimi fattori, da quelli atmosferici alla presenza di altri apparati nella zona, fino al numero di utenti collegati nello stesso momento, soprattutto nelle ore di punta.
Le istituzioni stanno rafforzando questa percezione. Ad agosto l’Agcom ha introdotto un bollino blu “Misto Fibra-Radio VHCN” per le offerte FWA che garantiscono almeno 1 gigabit in download e 200 megabit in upload: VHCN è proprio la sigla di “rete ad altissima capacità”, la stessa categoria della fibra fino all’edificio. I criteri del bollino riguardano le prestazioni e la trasparenza verso il cliente, non le frequenze su cui il servizio viaggia: al consumatore non aiutano a distinguere il vero FWA da quello che usa la rete mobile.
Nello stesso mese il ministero delle Imprese ha avviato la procedura per assegnare le frequenze a 26 GHz, destinate in particolare all’FWA nelle zone poco servite dalla fibra. Ognuna di queste scelte ha una sua logica, ma insieme compongono un quadro preciso: quando l’utente sarà costretto a lasciare il rame, la radio si presenterà come un’alternativa certificata, economica e immediata.
La norma europea non chiude questa porta, anzi la lascia più che aperta. La condizione sulle offerte “di qualità almeno comparabile” è neutrale rispetto alla tecnologia e non richiede che l’alternativa sia la fibra: un’offerta FWA, anche quella appoggiata sulla rete mobile, potrebbe bastare a soddisfarla, tanto più con una definizione di rete ad altissima capacità che il relatore mantiene neutrale. E il diritto di chiedere l’allaccio in fibra nelle aree di switch-off vale, secondo la nuova formulazione, solo “dove non esiste un’altra connessione” verso l’utente: una famiglia che abbia già attivato un router 5G potrebbe trovarsi fuori dalla tutela. Il risultato sarebbe paradossale.
Un provvedimento nato per portare il gigabit nelle case finirebbe per spostare traffico domestico su reti radio condivise con la telefonia mobile, meno efficienti, con capacità che si degrada nelle ore di punta e che assorbono spettro destinato agli utenti in mobilità.
Perché la rete mobile non regge il traffico domestico
Il problema non è la tecnologia in sé. Il vero FWA, su frequenze dedicate, è una soluzione preziosa nelle aree rurali e montane dove portare la fibra fino all’ultima casa costa troppo, ed è nato per questo. Il problema è usare la rete mobile come destinazione di massa per chi esce dal rame nelle aree già cablate. Una cella mobile funziona come una conduttura condivisa: la capacità è una sola e si divide tra tutti quelli che sono collegati nello stesso momento, mentre una linea fissa è dedicata a una casa almeno fino all’armadio stradale.
Finché sulla cella ci sono gli smartphone di chi passa per strada, il sistema regge. Quando ci si appoggiano le famiglie, i numeri cambiano scala.
I dati dell’Agcom lo mostrano con chiarezza. Nel 2025 una linea fissa ha trasportato in media 10,3 gigabyte al giorno, una SIM mobile poco più di un gigabyte. Ogni famiglia che lascia il rame per un router 5G porta sulla cella il traffico di una decina di smartphone, e lo concentra nelle ore serali, quando tutti guardano in streaming partite e serie televisive. È il momento in cui la cella è già sotto pressione e la velocità reale si allontana da quella dichiarata, per quanto il bollino in vetrina sia lo stesso della fibra.
E lo spettro mobile usato per servire le case è sottratto a chi usa la rete in movimento. Il vero FWA non ha questo problema: anche lì la capacità è condivisa, ma tra abitazioni, su frequenze e antenne pensate per loro, senza togliere nulla a chi telefona. Sulla rete mobile, invece, per evitare il degrado, gli operatori mobili dovrebbero installare nuove antenne e acquistare nuove frequenze, cioè investire per replicare via radio una capacità che la rete fissa già offre. Lo stesso regolamento che vuole liberare risorse per il 5G finirebbe per caricare le reti mobili di un traffico che non è il loro.
Lo switch-off può togliere clienti alla fibra
L’effetto più controintuitivo riguarda i conti della fibra. Lo switch-off viene presentato come lo strumento per sostenere gli investimenti nelle nuove reti, perché costringerebbe i clienti a migrare e renderebbe redditizia l’infrastruttura già costruita. Ma se una parte consistente di quei clienti finisce sulla rete mobile, la fibra non guadagna nulla: perde clienti che oggi viaggiano sulla sua stessa rete. Una linea FTTC è infatti una linea fissa, che usa la fibra fino all’armadio e paga un canone all’ingrosso all’operatore di rete; quando passa all’FWA, esce dalla rete fissa e non torna indietro.
Si toglierebbero clienti alla fibra invece di portargliene, indebolendo proprio i conti degli investimenti che lo switch-off vorrebbe sostenere.
Il caso italiano rende il rischio concreto. Il problema della fibra in Italia non è più la copertura ma l’adozione: secondo il FTTH Council Europe le abitazioni raggiunte dalla fibra fino a casa sono oltre 22 milioni, mentre le linee FTTH attive censite dall’Agcom sono poco più di 7 milioni. Più o meno una casa raggiunta su tre è abbonata. Dentro quel divario c’è il ritorno degli investimenti di FiberCop, partecipata dal ministero dell’Economia, e di Open Fiber, controllata da Cassa Depositi e Prestiti, oltre ai miliardi pubblici spesi nelle aree bianche e nel piano Italia a 1 Giga.
Ogni famiglia che, costretta a cambiare, sceglie la radio invece della fibra è un abbonato perso per reti costruite in parte con risorse pubbliche. I dati dell’Osservatorio Agcom dicono che tra marzo 2025 e marzo 2026 le linee FTTC sono calate del 9 per cento, a fronte di un incremento delle linee in fibra fino a casa del 20 per cento e delle linee FWA del 13 per cento. La migrazione verso la fibra è già in corso, ma convive con un’emorragia di linee fisse verso altre soluzioni. Accelerarla per legge rischia di gonfiare la seconda più della prima.
Il rischio è di scoprire, tra qualche anno, che lo switch-off ha spento il rame senza accendere la fibra, e che il traffico delle case italiane è finito su antenne pensate per altro.




































Partecipa alla community