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Decidere è tagliare. I limiti della delega algoritmica nel management


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Roberto Pieri, guest speaker del Programma Executive in AI Business Transformation di POLIMI GSoM, analizza i limiti della delega algoritmica, il confine tra calcolo e decisione e la responsabilità manageriale come atto di libertà

Pubblicato il 21 ott 2026

Roberto Pieri

Membro del Comitato di Indirizzo dell’Università degli Studi di Parma, Membro dell’Advisory Board dell’Università Cattolica, Lecturer AI Ethics del Politecnico di Milano



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Nel mio lavoro quotidiano con leader e organizzazioni complesse, osservo quanto l’evoluzione tecnologica legata alla AI business transformation imponga una riflessione profonda sui confini della responsabilità manageriale e sulla natura dei processi decisionali. L’adozione di sistemi evoluti non può ridursi a un mero adeguamento tecnico o a una passiva conformità procedurale, ma richiede un’analisi rigorosa di ciò che distingue strutturalmente il calcolo matematico dalla scelta umana.

È in partenza la nuova edizione del Programma Executive in AI Business Transformation organizzato dalla Graduate School of Management del Politecnico di Milano. Se sei interessato puoi trovare tutte le informazioni sulla pagina ufficiale.

La distinzione fondamentale tra calcolo e decisione

Il termine decisione deriva etimologicamente dal latino de-caedere (de + caedere, «tagliare via»): è il concetto su cui si regge tutto il mio lavoro. Prendere una decisione implica la chiusura definitiva di determinate possibilità, un atto radicale che si distanzia nettamente dalla logica del puro calcolo statistico. Mentre un problema di calcolo o di ottimizzazione matematica ammette generalmente una soluzione ottima determinata sulla base di parametri e funzioni obiettivo preimpostate, la decisione manageriale si colloca in un territorio privo di risposte preconfezionate. L’algoritmo eccelle nell’ottimizzazione delle funzioni, ma risulta strutturalmente incapace di soppesare e ottimizzare i valori.

L’insidia dell’aporia e le tre dimensioni dei limiti algoritmici

Nell’ambito della leadership ritengo fondamentale tracciare un confine netto tra il concetto di dilemma e quello di aporia. Il dilemma si manifesta in presenza di un’alternativa tra due o più opzioni complesse, ciascuna delle quali comporta costi economici o sacrifici in termini umani definiti. L’aporia rappresenta invece un blocco concettuale, un vicolo cieco decisionale in cui il decisore si trova privo di coordinate chiare e di modelli di riferimento, e che nessun dato aggiuntivo è in grado di sciogliere. In questi frangenti, l’affidamento cieco alla tecnologia si scontra con tre aporie strutturali insuperabili che nessuna potenza di calcolo potrà mai sciogliere:

  1. Aporia epistemologica (Conoscere senza comprendere): L’intelligenza artificiale mostra una spiccata capacità di individuare correlazioni statistiche all’interno di miliardi di dati, ma rimane priva di una reale comprensione semantica o di un modello del mondo reale. Essa correla senza capire e produce risposte senza formulare domande autonome. Un esempio emblematico di tale asimmetria è il superamento, con punteggi elevati, dell’esame di abilitazione forense negli Stati Uniti da parte di modelli avanzati come GPT-4 (OpenAI ha dichiarato il novantesimo percentile, stima poi ridimensionata da analisi indipendenti). Nonostante l’eccellenza della performance tecnica, la macchina ignora il concetto profondo di giustizia, conoscendolo solo a livello teorico e manualistico senza comprendere il significato reale, etico e umano che separa l’assoluzione dalla condanna di un imputato. L’essere umano comprende attraverso il corpo, la storia, l’errore e l’esperienza vissuta, elementi che lo rendono l’unico soggetto capace di sollevare interrogativi di senso.
  2. Aporia etica (Ottimizzare senza sentire): L’algoritmo ottimizza una funzione obiettivo senza possedere la cosiddetta skin in the game. L’AI non rischia la reputazione, non ha la carriera in gioco, non possiede affetti né vive notti insonni di fronte all’incertezza. È un’entità che non può fallire moralmente: ottimizza funzioni quantitative, ma ignora la dimensione dei valori e il peso emotivo delle conseguenze generate sulle vite altrui.
  3. Aporia dell’azione (Classificare senza tagliare): In virtù della sua natura probabilistica, l’algoritmo si limita ad assegnare percentuali e graduatorie di rischio (ad esempio l’85% di probabilità di successo o di malignità di un evento). La macchina offre un’informazione statistica, ma non “taglia” il possibile né rinuncia a nulla. Quel restante 15% di margine di incertezza ha sempre un nome, un cognome e una ricaduta concreta: solo la scelta umana può assumersi il rischio del residuo e trasformare l’analisi in una vera decisione.

La trappola dei dati storici e la propagazione dei bias

Il successo di questi percorsi di innovazione è strettamente vincolato alla qualità dei database utilizzati, ma l’evidenza storica dimostra che i dati non sono mai neutrali. Essi rappresentano la cristallizzazione della storia antropica, incorporando inevitabilmente le ingiustizie, le asimmetrie e le discriminazioni del passato. Quando un algoritmo viene addestrato su dati storici, il passato rischia di trasformarsi in una norma prescrittiva per il presente e per il futuro. Si attiva così un circuito di retroazione, noto come feedback loop, in cui la distorsione originaria si autoalimenta e si espande, fino a generare modelli decisionali monoculturali che azzerano la diversità di giudizio.

Distorsioni cognitive umane e automazione

Sia l’essere umano sia l’algoritmo convivono con la presenza di bias, ma con dinamiche e possibilità di risoluzione differenti. Il cervello umano è soggetto al bias di conferma, alla dominanza del primo dato ricevuto e all’effetto Dunning-Kruger, per cui i soggetti meno preparati tendono a manifestare una sicurezza superiore rispetto a quelli altamente competenti. Tuttavia, l’essere umano può riconoscere le proprie distorsioni, interrogarle e risponderne. Anche un modello può essere corretto, ma solo dall’esterno: non può rendere conto dei propri errori.

Nell’ambito della gestione delle risorse umane, il celebre caso del software di selezione del personale utilizzato da Amazon evidenzia la gravità di tale problematica. Lo strumento, progettato per scremare i curriculum attraverso l’analisi di dieci anni di dati storici aziendali, ha finito per penalizzare sistematicamente le candidature femminili. Poiché l’azienda aveva storicamente assunto in prevalenza figure maschili, l’algoritmo ha identificato tale dato statistico come un criterio di eccellenza prescrittivo, scartando i profili che presentavano riferimenti a istituzioni o attività collegate al genere femminile. Ogni tentativo di correzione algoritmica delle regole interne è risultato insufficiente, costringendo infine all’abbandono definitivo del sistema di recruiting. L’episodio dimostra come l’automazione applicata a dati storici non emendati tenda a reiterare e standardizzare le discriminazioni passate piuttosto che favorire il cambiamento.

Il rischio sistemico della delega emotiva e procedurale

Nel tessuto organizzativo contemporaneo vedo farsi strada una tendenza insidiosa, definibile come delega emotiva alle tecnologie di intelligenza artificiale. La consuetudine all’uso di strumenti generativi spinge talvolta i professionisti ad affidare alle macchine persino compiti di micro-scrittura relazionale, come la stesura di una lettera di saluto o di commiato per un collega che conclude la propria attività lavorativa dopo decenni di servizio. Da leader attenti alle dinamiche interpersonali non possiamo non stigmatizzare fermamente questi comportamenti: delegare tali interazioni equivale a svuotare i rapporti professionali del loro significato intrinseco. L’impegno verbale e scritto verso chi ha condiviso anni di attività rappresenta una prerogativa esclusivamente umana che non ammette surrogati tecnologici.

La deresponsabilizzazione nei processi aziendali

Parallelamente, osservo come la delega procedurale crei l’illusione che il management possa spogliarsi della responsabilità dell’esito finale. Nei sistemi di valutazione del merito creditizio (credit scoring) o nella diagnostica medica, l’algoritmo fornisce risposte espresse in termini probabilistici, come l’indicazione di un 85% di probabilità di malignità di un tessuto o di insolvenza di un cliente. Il medico o il direttore di filiale rimangono i decisori formali, ma l’intero processo viene di fatto appaltato alla macchina. Come si è visto, l’algoritmo classifica ma non “taglia”: il peso del residuo di incertezza resta tutto sulle spalle di chi firma. La responsabilità rimane interamente in capo al soggetto umano, il quale non può nascondersi dietro la presunta oggettività dell’automazione.

I quattro pilastri della governance algoritmica

Per guidare questa transizione tecnologica senza smarrire la centralità dell’etica, ritengo necessario adottare un framework operativo basato su quattro principi cardine: trasparenza, accountability, proporzionalità e reversibilità.

  • Trasparenza: Si traduce nel concetto di explainability (spiegabilità), intesa non come un elemento accessorio ma come un diritto inalienabile dei soggetti coinvolti. Chiunque guidi un’organizzazione ha il dovere di esigere spiegazioni chiare sulle modalità con cui un sistema sia giunto a una determinata raccomandazione prima di validarla.
  • Accountability: Impone che per ogni singolo output o suggerimento automatizzato sia chiaramente identificabile un essere umano responsabile delle conseguenze legali e morali dell’azione, senza poter addurre come scusa “l’ha stabilito l’algoritmo”.
  • Proporzionalità: Stabilisce che non ogni processo possa o debba essere automatizzato. Le scelte sensibili riguardanti la salute, la libertà e il destino occupazionale dei lavoratori meritano la lentezza e l’accettazione dell’incertezza tipiche della valutazione umana.
  • Reversibilità: Garantisce che qualsiasi decisione assunta o suggerita in modo automatizzato possa essere tempestivamente contestata, rivista e ribaltata da un operatore umano. Nelle scelte di lungo periodo, la reversibilità non implica necessariamente un’inversione di rotta improvvisa, ma un costante aggiustamento del percorso, assimilabile alla conduzione di un’imbarcazione a vela che procede di bolina controvento adattandosi continuamente alle mutazioni del contesto.

Il test di controllo per la leadership

Prima di autorizzare la delega di un processo a un sistema di intelligenza artificiale, suggerisco alla leadership aziendale di formulare cinque precisi quesiti di controllo:

  1. La decisione presenta margini di reversibilità o di correzione della rotta nel tempo?
  2. I database impiegati rispecchiano il modello di società in cui si desidera operare o ne tramandano le asimmetrie storiche?
  3. Chi è il soggetto esatto deputato a rispondere legalmente ed eticamente in caso di errore della macchina?
  4. Il destinatario finale conosce l’origine algoritmica del provvedimento, scongiurando opacità in processi delicati come la valutazione delle performance aziendali?
  5. Il decisore sarebbe disposto ad accettare la medesima deliberazione qualora venisse applicata sulla propria persona?

“Abitare la crisi” nelle dinamiche manageriali umane

La gestione dei momenti critici evidenzia lo scarto definitivo tra l’efficienza procedurale e la capacità di guida umana. I percorsi formativi tradizionali di Crisis Management e di comunicazione d’emergenza si focalizzano quasi esclusivamente sulle prime ventiquattro-quarantotto ore, istruendo le linee manageriali a contenere l’impatto reputazionale immediato o a interfacciarsi correttamente con gli organi di stampa. Esempi storici, come la fallimentare dichiarazione dell’amministratore delegato di British Petroleum durante il disastro ecologico nel Golfo del Messico (affermò pubblicamente di volere indietro la propria vita), dimostrano come l’assenza di empatia e di comprensione del contesto possa distruggere la credibilità di un marchio in pochi secondi.

Se gestire la crisi significa contenerla dall’esterno, “abitare la crisi” significa qualcosa di strutturalmente diverso: permanere all’interno della complessità per settimane o mesi, accettandone l’impatto emotivo, l’isolamento e le manifestazioni fisiche dello stress sul corpo. Nei momenti di rottura sistemica, il leader si trova in una condizione di radicale solitudine, in cui le consulenze strategiche esterne non possono sostituire l’atto della firma e l’assunzione del rischio.

La solitudine del decisore e la gestione della vertenza aziendale

Per comprendere lo scarto tra automatismo e leadership, propongo di considerare la gestione di una complessa vertenza aziendale legata alla chiusura di uno stabilimento produttivo. Di fronte a perdite economiche rilevanti e alla pressione degli azionisti per un taglio rapido dei rami secchi, l’approccio decisionale può imboccare due strade diametralmente opposte:

  • Opzione A (L’ottimizzazione algoritmica e procedurale): Un modello analitico puramente matematico o un approccio procedurale rigido suggerirebbe la cessazione istantanea delle attività entro quarantotto ore, liquidando gli asset per arginare il deficit. Tuttavia, questa scorciatoia “efficiente” rischia di ignorare le dinamiche territoriali, provocando il blocco dei cancelli, l’escalation con i sindacati e le istituzioni locali, ed erodendo il valore reputazionale del marchio con un danno d’immagine multimilionario e irreversibile.
  • Opzione B (La responsabilità umana e l’ “abitare la crisi”): La leadership rifiuta l’automatismo e sceglie di “abitare la crisi” per mesi, accettandone la solitudine e la pressione logorante. Attraverso il mantenimento di un tavolo negoziale lungo e complesso, si esplorano soluzioni strutturate: reindustrializzazione del sito, cessione a un acquirente locale, riallocazione delle maestranze o ricorso ad ammortizzatori sociali e scivoli pensionistici. Con l’Opzione B si affronta una crisi prolungata e dolorosa, ma si portano a casa la tutela dei lavoratori e la salvaguardia del valore immateriale dell’azienda — risultati che nessuna ottimizzazione matematica avrebbe mai potuto ponderare o raggiungere.

La pura conformità procedurale non coincide con l’esercizio dell’etica. Di fronte alla tentazione di una delega incondizionata che promette di sollevarci dall’angoscia della scelta, dobbiamo ricordare che nessun modello statistico potrà mai farsi carico dell’atto decisionale. Decidere significa accettare il rischio, tagliare e sostenere il peso del residuo di incertezza: è proprio nell’assunzione piena di questa responsabilità che risiede, in ultima analisi, la più alta espressione di libertà a disposizione delle organizzazioni contemporanee.

FAQ: Intelligenza Artificiale

Le origini dell’intelligenza artificiale affondano le radici in un passato remoto. L’Arte ha spesso anticipato la tecnologia, come in “Eva Futura” (1866) che descriveva un umanoide con capacità intellettive, o in “Metropolis” (1926) che immaginava la costruzione di un’IA per manipolare l’opinione pubblica. La pietra miliare scientifica arriva con Alan Turing, che nel 1950 formalizzò dimensioni e tesi ancora oggi dibattute. L’Ingegneria vide le prime speculazioni negli anni ’70 del XX secolo, con modelli deduttivi in cui la conoscenza era rappresentata simbolicamente. Questo approccio entrò in crisi negli anni ’80 con l’esigenza di elaborare dati numerici, venendo superato dall’avvento delle Reti Neurali, primo elemento costitutivo delle moderne forme di IA. La storia dell’IA è caratterizzata da stagioni di entusiasmo e “inverni”, fino all’attuale “estate dell’intelligenza artificiale”, segnata dai progressi ottenuti grazie alla maggiore potenza di calcolo disponibile.

L’intelligenza artificiale generale (AGI) si riferisce a una forma di intelligenza artificiale capace di imparare a svolgere qualsiasi attività intellettuale umana e animale. A differenza dell’IA “debole” che risolve solo specifici problemi, l’AGI rappresenterebbe una macchina con capacità cognitive universali, potenzialmente indistinguibile da un umano nel test di Turing. Il concetto è strettamente legato alla “singolarità tecnologica”, un ipotetico punto futuro in cui l’IA diventerebbe così avanzata da poter progettare versioni migliorate di sé stessa, creando un'”esplosione di intelligenza” che supererebbe drasticamente quella umana. Questa idea, teorizzata da figure come Irving J. Good e Raymond Kurzweil, solleva profonde questioni etiche e filosofiche sulla natura della coscienza e sul futuro dell’umanità. Nonostante i progressi recenti nei modelli fondazionali come ChatGPT, l’AGI rimane ancora un obiettivo lontano, mancando ai sistemi attuali la capacità di ragionamento logico e di comprensione del senso comune che caratterizza l’interazione umana.

L’intelligenza artificiale sta evolvendo verso sistemi sempre più autonomi e sofisticati. Tra le principali tendenze emergenti troviamo l’auto-apprendimento, che permette ai sistemi di cercare ed elaborare autonomamente le informazioni necessarie per il loro sviluppo; la multimodalità, che integra diverse forme di percezione (testo, immagini, suoni) avvicinando l’IA alla ricchezza dell’esperienza sensoriale umana; e i progressi nell’efficienza computazionale, che democratizzano l’accesso a queste tecnologie anche con risorse limitate. Altre direzioni significative includono la convergenza tra neuroscienze e IA, che apre nuove frontiere nella comprensione della coscienza; lo sviluppo di sistemi più trasparenti capaci di spiegare i propri ragionamenti; l’emergere di agenti intelligenti sempre più sofisticati; e nuovi paradigmi di ragionamento che superano i limiti tradizionali dell’apprendimento profondo. L’integrazione di principi etici nello sviluppo dell’IA è diventata inoltre una priorità fondamentale per garantire che la tecnologia rimanga allineata con i valori umani.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando profondamente l’industria, ottimizzando i processi produttivi e aprendo nuove possibilità per l’innovazione. Nel settore industriale, l’IA migliora l’efficienza operativa attraverso l’automazione intelligente, la manutenzione predittiva che anticipa guasti e problemi, e l’ottimizzazione della catena di approvvigionamento. I sistemi di IA analizzano enormi quantità di dati provenienti da sensori e macchinari per identificare pattern e anomalie, permettendo di ridurre i tempi di inattività e i costi di manutenzione. L’IA consente inoltre di migliorare la qualità dei prodotti attraverso sistemi di controllo qualità automatizzati e di personalizzare la produzione in base alle esigenze specifiche dei clienti. Questa trasformazione segna un cambiamento radicale rispetto ai paradigmi tradizionali, reinventando i processi produttivi e rendendo le fabbriche più intelligenti, efficienti e flessibili.

L’intelligenza artificiale solleva importanti questioni etiche che richiedono attenzione. Un problema significativo è il bias algoritmico: i sistemi di riconoscimento facciale, ad esempio, hanno mostrato contenuti discriminatori verso gruppi etnici sottorappresentati nei dati di addestramento. La privacy è un’altra preoccupazione centrale, con alcuni modelli IA che raccolgono dati sensibili, incluso il modo in cui digitiamo sulla tastiera. La diffusione di fake news e la questione dell’autonomia di scelta rappresentano ulteriori sfide, specialmente quando si delega all’IA decisioni critiche in ambito medico, legale o finanziario. L’integrazione di principi etici nei sistemi di IA è fondamentale e richiede lo sviluppo di sistemi capaci di bilanciare valori diversi, talvolta in conflitto tra loro. La ricerca esplora varie direzioni: sistemi etici formali incorporati nell’IA, sistemi capaci di apprendere principi etici dall’osservazione del comportamento umano, e approcci ibridi. È essenziale che l’IA rimanga uno strumento di supporto e non un sostituto incontrollato della valutazione umana, garantendo trasparenza nelle decisioni etiche.

L’Unione Europea sta affrontando la sfida di disciplinare l’IA con l’AI Act, il primo quadro normativo completo al mondo specificamente dedicato all’intelligenza artificiale. Entrato in vigore il 1° agosto 2024, l’AI Act introduce un approccio basato sul rischio, classificando i sistemi di IA in quattro categorie: rischio inaccettabile (pratiche vietate), alto rischio (soggetti a requisiti stringenti), rischio limitato (con obblighi di trasparenza) e rischio minimo (minimamente regolamentati). Dal 2 febbraio 2025, sono state introdotte restrizioni su pratiche di IA ritenute pericolose, mentre dal 2 agosto 2025 inizierà la piena applicazione delle norme di governance e degli obblighi per i modelli di IA generali. L’AI Act vieta espressamente pratiche come la manipolazione cognitiva, lo sfruttamento delle vulnerabilità, i sistemi di credito sociale e l’identificazione biometrica in tempo reale in spazi pubblici (con alcune eccezioni). Questo regolamento si integra con il GDPR, che già pone attenzione sul trattamento automatizzato dei dati personali, creando un ecosistema normativo completo per la gestione dei sistemi di IA e dei dati personali che utilizzano. Il regime sanzionatorio è significativo, con multe che possono arrivare fino al 7% del fatturato globale annuo per le violazioni più gravi.

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il sistema educativo, richiedendo un cambiamento urgente per adattarsi all’evoluzione sempre più rapida e pervasiva di questa tecnologia. I dati delle recenti ricerche mostrano che, nonostante l’alta percezione di conoscenza dell’IA tra i giovani (94% nella fascia 12-18), esiste una carenza effettiva di competenze digitali, con solo il 55,9% della popolazione 16-19 anni che possiede competenze digitali di base. L’IA offre opportunità significative per personalizzare l’apprendimento, adattando i contenuti allo stile di ogni studente e migliorando l’accesso alle informazioni. Tuttavia, per un sistema educativo efficace nell’era dell’IA, è necessario includere strutturalmente le tecnologie nei percorsi di apprendimento, con un approccio che consenta di padroneggiarle consapevolmente. Questo richiede una riorganizzazione degli spazi fisici e virtuali, la disponibilità di dispositivi e accesso alla rete, e lo sviluppo di un’infrastruttura di conoscenza capillare, accessibile e inclusiva. La scuola deve evolvere da terra di conservazione a terra di sperimentazione, comprensione e consapevolezza, preparando gli studenti alla flessibilità cognitiva e all’apprendimento permanente in un mondo in rapida evoluzione.

Le critiche filosofiche all’intelligenza artificiale sono particolarmente incisive nel pensiero di Noam Chomsky, che ribalta l’approccio fideistico di molti esperti del settore. Chomsky critica l’ottimismo verso l’IA sottolineando le differenze fondamentali tra la mente umana e i sistemi basati su machine learning. Secondo il filosofo, i moderni sistemi di IA, pur impressionanti nelle loro capacità, mancano della vera comprensione e del ragionamento causale tipici dell’intelligenza umana. Chomsky evidenzia la superficialità dei chatbot e i loro limiti etici, considerandoli strumenti che imitano il linguaggio senza realmente comprenderlo. La sua posizione invita a una riflessione più profonda sulle implicazioni dell’IA nella società, mettendo in discussione l’idea che le macchine possano sostituire il genere umano nei processi decisionali complessi. Questa visione critica rappresenta un importante contrappunto al determinismo tecnologico e all’entusiasmo acritico verso l’intelligenza artificiale, richiamando l’attenzione sulla necessità di un approccio più cauto e riflessivo.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando tre pilastri fondamentali della nostra società: le istituzioni, l’educazione e la qualità della vita quotidiana. Nelle istituzioni, l’IA migliora l’efficienza dei processi decisionali, la gestione dei dati e la sicurezza delle infrastrutture, contribuendo a una governance più trasparente e reattiva. Viene utilizzata per supportare i traduttori, estrarre informazioni chiave da testi legislativi complessi e proteggere le infrastrutture informatiche. Nel campo dell’educazione, l’IA permette di personalizzare i percorsi formativi adattandoli allo stile di apprendimento di ogni studente, migliorare l’accesso alle informazioni e supportare gli studenti nella verifica e miglioramento del loro lavoro. Infine, nella vita quotidiana, l’IA ottimizza il consumo energetico (come nei data center di Google, dove ha ridotto del 40% l’energia per il raffreddamento), migliora la mobilità urbana (con sistemi come il Traffic Index di TomTom che può ridurre i tempi di pendolarismo del 15-20%) e favorisce la creazione di smart cities più resilienti e inclusive. Il filo conduttore che unisce questi ambiti è la necessità di un’innovazione sinergica e consapevole, che integri l’IA al servizio dell’uomo garantendo che il progresso tecnologico sia orientato al benessere collettivo.

Intelligenza artificiale è una sezione di linguistica informatica e informatica che si occupa della formalizzazione di problemi e compiti simili a quelli eseguiti da una persona.

Al giorno d’oggi si tratta di una sotto disciplina dell’informatica che si occupa di studiare la teoria, le tecniche e le metodologie che permettono di progettare sia i sistemi hardware che quelli software in grado di elaborare delle prestazioni elettriche che simulano una pertinenza dell’intelligenza umana. Il risultato del lavoro dell’intelligenza artificiale non dev’essere difficilmente distinguibile da quello svolto da un umano con delle specifiche competenze.

Spesso quando si parla o si scrive di intelligenza artificiale ci si riferisce a una delle componenti come l ‘apprendimento automatico. Per avere a che fare con l’AI è necessario che siano presenti sia componenti hardware sia software specializzati per la scrittura e l’addestramento degli algoritmi di apprendimento automatico.

I linguaggi di programmazione, invece, non sono sinonimo di intelligenza artificiale ma intervengono a costruire sistemi informatici e sono molto diffusi come Python, R e Java.

Questo aspetto della programmazione dell’intelligenza artificiale si concentra sull’acquisizione di dati e sulla creazione di regole per trasformare i dati in informazioni utilizzabili. Le regole, chiamate algoritmi, forniscono ai dispositivi informatici istruzioni passo dopo passo su come completare un compito specifico.

La programmazione dell’intelligenza artificiale necessita di tre abilità cognitive:

  • apprendimento,
  • ragionamento,
  • autocorrezione.

In generale, i sistemi di IA funzionano grazie al fatto che riescono a processare enormi quantità di dati. In questo modo creano correlazioni e modelli usati per fare previsioni. Questo processo consente a un chatbot di produrre scambi di informazioni realistici o a uno strumento a imparare a riconoscere le immagini.

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il modo in cui viviamo e lavoriamo, trovando applicazione in un’ampia gamma di settori. Ecco alcune delle sue applicazioni più comuni:

Ai nel settore della comunicazione

  • Assistenti virtuali: Siri, Alexa, Google Assistant sono solo alcuni esempi di assistenti virtuali che utilizzano l’IA per comprendere il linguaggio naturale e rispondere alle nostre richieste.
  • Traduzione automatica: strumenti come Google Translate sfruttano l’IA per tradurre testi da una lingua all’altra in tempo reale.
  • Chatbot: sempre più aziende utilizzano chatbot per il customer service cioè per interagire con i clienti, fornendo assistenza e risposte a domande frequenti.

AI nel settore sanitario

Ai nel settore industriale

Altri settori in cui l’intelligenza artificiale trova applicazioni

Tra le tante applicazioni dell’intelligenza artificiale ricordiamo la più famosa che ha reso possibile la creazione di chatbot sempre più sofisticati come ChatGPT e Gemini.

Questi modelli di linguaggio stanno rivoluzionando il modo in cui interagiamo con le macchine, aprendo la strada a nuove e interessanti applicazioni.

Leggi tutti i nostri approfondimenti, esempi e casi studio sull’intelligenza artificiale, le sue implicazioni di carattere normativo e legislativo, di impiego e lavoro, nella vita di tutti i giorni, e sul suo impatto in Italia e in Europa, oltre che nel mondo.

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