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EDITORIALE

Estate 2018 ovvero della grande incertezza digitale

Tanti, troppi dossier in sospeso, in bilico, che sembrano non suscitare abbastanza attenzione del Governo e della maggioranza. Con qualche eccezione. Vediamo il quadro e quali sono le speranze per poter ripartire e, magari, accelerare rispetto alle scorse legislature

23 Lug 2018

Alessandro Longo


Ce la ricorderemo come l’estate della grande attesa digitale. O meglio se la ricorderanno così quei pochi che in Italia ci tengono davvero a queste cose. Quelli convinti di quanto il futuro dell’Italia dipenda dal recuperare il ritardo sulla trasformazione digitale. Sparuta schiera: ed è proprio questo in fondo il problema.

La stasi Pa digitale

Da un incontro con gli uffici della ministra alla PA, nei giorni scorsi, ho appreso che non è stata presa alcuna decisione sul futuro del Team Digitale (che scade a settembre), né si sa quando sarà nominato il prossimo direttore generale dell‘Agenzia per l’Italia Digitale (Agid), di cui sono appena usciti i candidati. Sbloccata dalla ministra in queste ora anche la nomina a interim per Francesco Tortorelli, necessaria per evitare la paralisi delle attività correnti. E ci sono anche dossier importanti, attesi dalle Regioni, per attuare il Piano triennale per l’Ict della PA grazie ad accordi che utilizzino i fondi del Pon Governance per l’accompagnamento (per ora firmato solo con la Regione Abruzzo, poco prima dell’uscita di Samaritani a capo dell’Agenzia; in dirittura d’arrivo sono – o forse dovevamo dire erano – molte regioni del Sud).

Non è che sia tutto paralizzato, beninteso. Il Team Digitale sta facendo molti incontri in questi giorni con tutti i ministeri. E’ il corso il bando per il nuovo direttore Agid e – a quanto risulta – è stata nominata una commissione.

Banda ultra larga, industry 4.0, fatturazione elettronica

Ma non è solo la questione PA digitale che si trova frenata nell’attesa. Non si sa ancora che succederà al futuro del piano banda ultralarga e industria 4.0. 

Un articolo che pubblico oggi, di Giacomelli (ex sottosegretario Mise che ha fatto il piano banda ultralarga, ora alla commissione trasporti alla Camera) fa un quadro dettagliato.

In effetti, al momento il nuovo Governo ha corso – bene, tutto sommato – solo per l’importante dossier del 5G. Ovvio, dato che ci sono dentro 2,5 miliardi di euro, dalla gara 5G prevista quest’anno, già messi in conto nella Legge di Bilancio 2018.

Per il resto, lo stesso Mise ha fatto un rinvio sull’obbligo della fatturazione elettronica ai benzinai e ora si parla di un ulteriore (si spera l’ultimo) rinvio, per gli appalti pubblici.

I segnali positivi

Di positivo c’è che in parlamento, anche i banchi della maggioranza, c’è già attenzione per i temi del digitale. L’intergruppo parlamentare innovazione è corposo, anche se certo per ora tutti i parlamentari hanno dovuto privilegiare altri temi, dal decreto Dignità al taglio dei vitalizi.

Molti parlamentari dell’innovazione però hanno seguito da subito i dossier della PA digitale (di cui pure hanno scritto qui), della cyber security (dove il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, M5S, è in attesa di ricevere una delega specifica); mentre la continuità del piano Industry 4.0 può contare almeno sulla figura di Stefano Firpo, restato su questo dossier nel Mise. Scuola digitale al momento non pervenuta (ma ci sono speranze per il ruolo del sottosegretario Miur Salvatore Giuliano).

Quel circolo vizioso da spezzare

Il problema di fondo è sempre lo stesso. Ancora l’anno scorso Alfonso Fuggetta ci ha ricordato che il precedente Governo ha brillato sul digitale solo l’ultimo anno. E i primi due sono stati una perdita di tempo, dietro altre questioni, giudicate più importanti.

C’è in tutto questo un circolo vizioso. La politica italiana si interessa poco di digitale perché è un popolo di ignoranti digitali (e per certi versi, di ignoranti e basta: gli analfabeti funzionali in Italia sono il 28% della popolazione, quarto posto al mondo, secondo uno studio Ocse). Certo la conseguenza di questa scelta politica “populista” è che il popolo diventa sempre meno interessato al digitale e via dicendo. Si dirà che la politica funziona così (soprattutto negli ultimi anni). Viene da citare Jean-Claude Juncker quando, da presidente del Consiglio UE, parlando di riforme economiche disse: sappiamo tutti cosa fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto.

E però in Italia questa dinamica ci fa entrare in un circolo vizioso con conseguenze disastrose. Avanza così quella sensazione di aver perso ormai il treno per l’innovazione; o peggio di essere sì su un treno, ma che va a tutta velocità nella direzione sbagliata, chiamata (gridata) a gran voce dalla maggioranza.

Non bisogna lasciarsi scoraggiare. Ma poiché non si può cambiare in una notte la cultura di un popolo, la speranza è nella capacità di fare squadra da parte di quella sparuta schiera. Di mettere da parte, per una volta, le divisioni da quartierini. Ed essere capaci di ritrovarsi sulle grandi questioni di fondo, da sistema Paese, e così rappresentarle con forza, coesione e indirizzo alla politica. Al Governo.

Così c’è qualche speranza. Ed è in fondo anche la missione storica di Agendadigitale.eu, che sempre di più, di mese in mese, spinge con la politica per una trasformazione digitale necessaria. Anche in tempi in cui le priorità sembrano tutt’altre.

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