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Identità digitale: a che punto siamo? Obbiettivi raggiunti e prossimi step

SPID, CIE e il digital identity wallet europeo: la strada che abbiamo già fatto e quella che abbiamo davanti

01 Set 2021
Giorgia Dragoni

Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano

Clarissa Falcone

Ricercatrice degli Osservatori Digital B2b e Digital Identity del Politecnico di Milano

Valeria Portale

Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano

digital identity

Gli ultimi mesi hanno messo in evidenza la centralità dell’identità digitale per la ripresa: dal green pass al cashback, ormai l’utilizzo di SPID e di CIE sta diventando sempre più parte della quotidianità degli italiani.

I riflettori non sono puntati solo sul panorama italiano, ma anche a livello europeo e internazionale sta emergendo la strategicità dell’identità digitale per il mondo pubblico e privato. Sui principali tavoli di Governi e aziende si stanno studiando nuovi sistemi e nuovi modelli per rendere interoperabili e valorizzare al meglio le identità digitali già in circolazione.

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Il tanto atteso cambio di passo di SPID

Dopo anni di crescita lenta e faticosa, a colpi di bonus “one-shot” – come 18app e il Bonus Docenti – e difficili tentativi di switch-off delle credenziali proprietarie per le Pubbliche Amministrazioni, per SPID sembra essersi finalmente innescata una crescita sostenuta e continuativa.

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Da poco più di 9 milioni di utenti a luglio 2020, il sistema ha quasi raggiunto i 23 milioni (dato aggiornato al 20 luglio 2021), registrando una crescita del 152% e diventando l’identità digitale certificata più utilizzata e conosciuta in Italia, oltre che una delle più diffuse identità full-digital, ovvero non basate su smartcard, a livello europeo. Infatti, di pari passo con i rilasci, è fortemente cresciuto anche il suo effettivo impiego: oltre 46,6 milioni di accessi nel solo mese di giugno, più che quadruplicati rispetto ai 10 milioni di giugno 2020. Si tratta di un dato che fa ben sperare, che segnala una crescente maturità digitale per i cittadini, sempre più avvezzi e familiari con la loro identità digitale. L’identità digitale risulta quindi la chiave per aprire le porte dei servizi digitali e aiutare così la digitalizzazione di un Paese che ha aspettato ormai troppo tempo e che ora, finalmente, sta iniziando a correre.

Un po’ più timida, invece, la crescita dei fornitori di servizi (Service Provider, SP) aderenti a SPID: a giugno 2021, 7.950 PA (pari a circa il 50% delle 16.076 PA interessate[1]) e solo 42 aziende private lo avevano adottato come metodo di riconoscimento dei propri utenti e clienti online. Il mondo della Pubblica Amministrazione è spinto da due fattori: l’obbligatorietà di offrire servizi basati su SPID e gli incentivi rivolti a tutti gli enti locali per l’integrazione di questi servizi. Nonostante i numeri delle adesioni ufficiali siano ancora esigui rispetto al bacino di utenti in possesso di SPID, nell’ambito delle attività di Ricerca dell’Osservatorio Digital Identity abbiamo rilevato particolare interesse verso questo strumento da parte di molteplici aziende private di diversi settori. In particolare, gli ambiti che stanno cominciando a valutare l’integrazione con questo sistema sono esattamente quelli dove è necessario un riconoscimento certo e sicuro dell’utente finale: parliamo quindi di banche, assicurazioni, aziende del mondo telco e utility, per le quali si è rivelato cruciale, specialmente negli ultimi mesi, identificare e riconoscere i propri clienti da remoto.

L’ecosistema di SPID si arricchisce, dunque, su più fronti e gli ultimi aggiornamenti normativi stanno aprendo nuove opportunità anche per altri attori. Primi fra tutti, i cosiddetti Soggetti Aggregatori, ovvero enti pubblici e aziende private che agevolano l’adesione a SPID per i SP, ospitando l’intero servizio sui loro sistemi o anche solo gestendo l’autenticazione dell’utente via SPID. Al momento, è disponibile la convenzione per gli Aggregatori di servizi pubblici, ma AgID è al lavoro per normare questo ruolo anche in ambito privato.

La sfida ancora aperta di CIE

Il panorama italiano dell’identità digitale si completa con CIE, la Carta di Identità Elettronica, a oggi nelle mani di circa 22,3 milioni di italiani. In questo caso, però, bisogna considerare due punti di attenzione.

Per prima cosa, l’andamento dei rilasci di CIE è legato a doppio filo con il “ciclo di vita” del documento di riconoscimento fisico: CIE sostituisce infatti la vecchia Carta di Identità cartacea al momento della sua naturale scadenza o in casi particolari di furto, smarrimento o deterioramento, seguendo quindi una crescita costante ma lineare nel tempo senza particolari “esplosioni”.

Il secondo punto è legato alla sua versione digitale: tramite l’app CieID, lanciata nella primavera del 2020 dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è possibile utilizzare il documento fisico per l’accesso a servizi online senza possedere un lettore di carte elettroniche. Su questo strumento si gioca la vera partita di CIE nel mondo digitale: l’app è stata scaricata da circa 1 milione di persone e consente l’accesso a 240 PA e un numero esiguo di SP privati (dati Ministero dell’Interno).

È importante leggere i dati di diffusione rapportandoli alla giovane età di questo strumento, che ha raggiunto solo da pochi mesi il suo primo anno di vita e sta costruendo in questo periodo il suo ecosistema.

La strada davanti a noi

È quindi evidente che sull’identità digitale molto è stato fatto, ma molto rimane ancora da fare. Il PNRR, inviato alla Commissione europea ad aprile 2021, destina infatti 9,75 miliardi (sotto la voce di investimento denominata M1C1) a “Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella Pubblica Amministrazione”. Gli obiettivi in quest’area vanno dal potenziamento di piattaforme esistenti, come PagoPA e l’appIO, alle sperimentazioni, come quelle in ambito mobilità urbana.

Una delle voci che trova una direzione esplicita (e particolarmente sfidante) in questa area è quella dell’identità digitale, vista come un fattore abilitante chepermette l’orchestrazione fluida di tutti i progetti dell’area”, una chiave potente e sicura nelle mani dei cittadini per le interazioni nel mondo fisico e digitale.

Non ci sono, però, solo aggiornamenti nel contesto italiano: il 3 giugno 2021 la Commissione europea ha finalmente reso nota una proposta di revisione al Regolamento eIDAS (electronic IDentification Authentication and Signature – n. 910/2014), insieme a un documento di raccomandazioni per lo sviluppo di un digital wallet europeo.

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Il piano della Commissione è quello di permettere a tutti i cittadini e a tutte le imprese all’interno del territorio europeo di accedere a un sistema di riconoscimento interoperabile, che dia la possibilità di archiviare e utilizzare i dati legati all’identità digitale per l’accesso a un set di servizi ampio e diversificato.

Quali scenari si aprono, quindi? E quali sono le direzioni di evoluzione? Come ci si può aspettare, siamo solo all’inizio di questa trasformazione e le sfide dell’identità digitale per l’Italia e per l’Europa si concretizzano in più aree d’azione. Tra i cantieri di lavoro più urgenti, abbiamo la spinta all’adozione da parte dei privati, cavalcando l’onda degli ultimi mesi, e l’integrazione con altri sistemi nazionali e internazionali, creando piattaforme interoperabili ed ecosistemi interconnessi. Le sollecitazioni normative e le scelte strategiche di grandi aziende stanno spingendo proprio in queste direzioni, con l’obiettivo di creare valore per l’utente finale, in qualità di cittadino e consumatore, per le imprese e per l’intero sistema Paese.

  1. Dato da PNRR (Missione 1, Componente 1, Investimento 1.4)
@RIPRODUZIONE RISERVATA

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