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reti e sicurezza

Infrastrutture digitali, quali priorità per il nuovo governo

Dalla fibra ottica al monitoraggio degli investimenti nel 5G, passando per la cyber sicurezza delle nuove reti e la necessità di stimolare la domanda di servizi digitali. Vediamo quali sono i temi caldi in ambito infrastrutturale su cui il nuovo governo dovrà vigilare e intervenire

11 Set 2019
Lorenzo Principali

senior research fellow I-Com


Con il nuovo Governo pronto a partire, come per i buoni propositi dell’anno nuovo eccoci a buttar giù una nuova lista degli argomenti “caldi” sul fronte delle infrastrutture digitali. Sperando che non finisca anch’essa tanto rapidamente nel dimenticatoio come spesso accade agli elenchi di questo genere, abbiamo provato a formularla in modo più strutturato, per fare un po’ di ordine in particolare sulle tematiche che spesso ci troviamo a trattare in questa rubrica.

Abbiamo quindi classificato i temi per infrastrutture fisse, mobili, domanda e istituzioni. L’ambito delle infrastrutture è sicuramente uno dei più complessi. Per quanto concerne le infrastrutture fisse, i nodi sono relativi alle aree bianche e a quelle grigie.

Aree bianche

La situazione delle aree bianche è stata già approfondita in questo articolo. Si stanno stringendo i tempi per l’infrastrutturazione in fibra ottica dei 7700 comuni oggetto dei tre bandi, ad oggi risultano aperti oltre 1400 cantieri. Al netto di quelli fermi ai box per difformità e lungaggini burocratiche e di quelli del terzo bando concluso ad aprile 2019, risultano attualmente cantierizzati circa il 30% gli interventi. Poiché gran parte di essi risultano in attesa delle relative autorizzazioni, occorre continuare a monitorare la situazione per comprendere se le misure introdotte nel DL Semplificazioni manifesteranno i propri effetti nei prossimi mesi, velocizzando le procedure in corso. Dall’ultimo incontro dello scorso 24 luglio tra Governo, Infratel e Open Fiber sono state confermate le previsioni di cantierizzazione in FTTH di circa 2.800 interventi in altrettanti comuni entro il 2019. Tra questi, circa 800 dovrebbero essere completati entro l’anno e circa 500 comuni aperti alla commercializzazione, per un investimento complessivo superiore agli € 600 milioni.

Aree grigie

Le aree grigie costituiscono un altro importante ambito su cui lavorare, prevalentemente per due ragioni:

  • gli esiti del monitoraggio (che accorpava aree grigie e nere) hanno mostrato una copertura rilevata nel 2019 sensibilmente più bassa rispetto a quella che ci si aspettava avremmo raggiunto secondo i trend emersi dalle rilevazioni del 2017 (è stato coperto il 78% delle unità immobiliari, pari a 15,47 milioni, contro un’aspettativa del 94,4%, equivalente a 18,73 milioni);
  • la copertura ultra broadband è di fondamentale importanza per le imprese, che ne risultano in larga parte sguarnite, come mostrato da EY (ben 7.000 aree industriali su 11.000 censite non dispongono di fibra ottica). I dati Istat indicano inoltre la crescente domanda di connettività da parte delle aziende, che adottano connessioni ≥100 Mbps nel 9,9% dei casi (per le famiglie il tasso di adozione rilevato si attesta al 2%). Inoltre, le connessioni in fibra sono fondamentali per dispiegare tutta la potenza dei servizi 4.0 quali automatizzazione della produzione, diffusione dell’IoT, gestione di big data e utilizzo delle applicazioni in cloud.

Infrastrutture mobili

Nell’ambito mobile, i macro-temi sono prevalentemente collegati al 5G, con ripercussioni inevitabili anche sulle stesse infrastrutture fisse. La rapidità e le modalità con cui è stata condotta l’asta 5G hanno determinato molte note positive e alcune questioni ancora da gestire. Per il primo aspetto, l’indice DESI ci posiziona secondi in Europa in tema di 5G readiness, per aver assegnato tutte le bande indicate (l’assegnazione di quella a 700MHz avverrà effettivamente nel 2022, comunque nel rispetto della 5G Roadmap), aver individuato le città per le sperimentazioni 5G e aver lanciato molteplici sperimentazioni pre-commerciali sul territorio italiano.

D’altro canto, l’asta italiana ha raggiunto i prezzi di assegnazioni più alti in Europa: 6,55 miliardi totali, di cui 4,3 miliardi nella sola banda 3.6-3.8GHz. Per la banda a 700Mhz, inoltre, il costo per MHz ha raggiunto quota 34 milioni. Normalizzando le cifre registrate nelle bande 3.4-3.6Ghz e 3.6-3.8Ghz a livello europeo rispetto a parametri quali MHz assegnati, abitanti e durata delle licenze, il costo sostenuto per gli operatori italiani (€ 19,99 euro per MHz per anno ogni mille abitanti) risulta più che doppio rispetto alla Germania (€ 8,39), quasi triplo rispetto alla Spagna (€7,55) e quasi quadruplo rispetto alla Gran Bretagna (€ 5,73).

È evidente che un simile esborso rischia di avere delle ricadute sulla capacità degli operatori di investire in nuove infrastrutture. A tal proposito, appare fondamentale che il Governo monitori la situazione e l’evoluzione degli investimenti nelle reti 5G e, in caso di ritardi e criticità, preveda opportune misure in grado di generare un terreno competitivo in cui, da un lato, siano poste le basi per l’internet del futuro a prezzi competitivi e, dall’altro, gli ingenti investimenti effettuati – e da effettuare – da parte degli operatori siano capaci di garantire ritorni sostenibili. I temi, anche in questo caso, sono senza dubbio relativi alla semplificazione amministrativa e autorizzativa e alla questione dell’innalzamento dei limiti elettromagnetici. Questi ultimi, seppur circa 10 volte inferiori a quelli consigliate dall’ICNIRP, l’istituto indipendente assunto come riferimento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, finiscono puntualmente nell’occhio del ciclone ogni qualvolta viene diffuso un nuovo standard di trasmissione – questa volta da parte di alcuni gruppi di cittadini spaventati da certa propaganda via web – sebbene allo stato attuale non risultino evidenze scientifiche della dannosità delle reti 5G, in particolare se comparate alle altre modalità di trasmissione delle onde radio.

5G e cybersicurezza

Altro tema connesso alle infrastrutture mobili e al 5G riguarda la sicurezza informatica delle reti. Il 5G prefigura una nuova società ampiamente interconnessa, e ciò aumenta parallelamente il valore delle informazioni che transitano nella rete e il livello di criticità delle infrastrutture che tramite essa vengono gestite, con un conseguente rischio maggiore che attività illecite possano compromettere apparati importanti della società e del sistema economico.

Se a livello europeo il Cybersecurity Act e la Raccomandazione sulla cybersecurity delineano una roadmap chiara e stringente che incoraggia gli Stati membri ad effettuare una valutazione dei rischi dell’infrastruttura 5G entro il 30 giugno 2019, a livello italiano il susseguirsi di provvedimenti è stato costante. Dopo aver esteso, tramite il decreto Brexit, i poteri della golden share a una forma di golden power che consente il controllo sugli accordi tra operatori di rete e fornitori di apparati nell’ambito 5G (provvedimento che chiameremo per semplicità “Golden Power 1”), il Governo Conte I ha ulteriormente rafforzato tali poteri con il Decreto legge “Golden Power 2” (decreto-legge n. 64 del 2019) che ha allungato le tempistiche per esercitare tale potere (da 15 a 45 giorni per esercitare il controllo e da 10 a 30 per le informazioni aggiuntive) e introdotto la possibilità di comminare forti sanzioni (fino al doppio del valore dell’operazione). Lo stesso Governo Conte I ha poi approvato il disegno di legge sulla cyber security (19 luglio, che quindi dovrebbe affrontare l’iter parlamentare) e prevede a regime l’individuazione (mediante decreto attuativo) di amministrazioni, enti e aziende private che svolgono servizi essenziali a livello informatico, e definisce (mediante ulteriore decreto) le procedure di notifica e le misure volte a garantire la sicurezza delle informazioni, così come ruoli e compiti delle strutture incaricate di vigilare, in particolare il nascente CVCN.

Il Governo Conte II, pur lasciando decadere il dl Golden Power 2 (che estendeva la facoltà di veto), ne ha esercitato fino all’ultimo i poteri, esaminando nella prima seduta utile del nuovo CdM (5 settembre) le notifiche presentate da Vodafone, Wind e Fastweb relative alle forniture di apparecchiature 5G poco prima che decadessero i termini estensivi. Nei primi due casi il provider era Huawei, nel terzo era l’altra compagnia cinese Zte. Le disposizioni che estendevano poteri del Presidente del Consiglio (Golden Power 2), verranno probabilmente recuperate nel testo del ddl sulla cybersecurity sopracitato. A tal proposito, si osserva come una normativa in grado di accrescere la sicurezza delle reti sia ampiamente auspicabile, anche se il fattore tempo appare un elemento fondamentale sia per la sicurezza nazionale, sia per garantire un clima di concorrenza e stabilità per le aziende. Guardando a queste ultime, è forte la necessità che, almeno a livello europeo, si arrivi a una normativa unica o a forme di certificazione unificate.

Una soluzione importante potrebbe essere costituita dal NESAS (Network Equipment Security Assurance Scheme). A livello di configurazione e di procedure, una via interessante è già attiva nel Regno Unito e coinvolge la realizzazione del Centro di valutazione italiano per la cybersecurity (CVCN), sebbene, anche in questo caso, il fattore tempo appaia dirimente.

Stimolo della domanda

Nella seduta dello scorso 17 luglio il CoBUL ha annunciato l’avvio del tavolo tecnico per dettagliare gli interventi per il sostegno alla domanda di servizi in banda ultra larga tramite i voucher. Un tavolo tecnico è stato incaricato di definire i termini degli interventi prima di sottoporli alla Commissione europea per la verifica di compatibilità con la disciplina degli aiuti di Stato. Resta infatti da stabilire la forma del finanziamento: agli 1,3 miliardi destinati dal Cipe (a valere sul Fondo Sviluppo e Coesione) dovrebbero aggiungersi altrettante risorse a valere su fondi FESR residui della prima fase di gara dei bandi BUL. Resta il nodo delle rendicontazioni, per le quali, secondo le Regioni, si sforerebbe con i tempi. Peraltro, si ricorda come almeno parte degli oltre 4 miliardi di euro eccedenti le cifre inizialmente attese per l’asta 5G potrebbe essere messa a supporto delle operazioni di sostegno alla domanda.

In ogni modo, la direzione sembra ormai intrapresa e un’inversione a U su questo versante sarebbe senza dubbio un autogoal. D’altra parte, i dati contenuti nel DESI su questo argomento non lasciamo dubbi: siamo agli ultimissimi posti per domanda di servizi digitali, in particolare per gli abbonamenti ai servizi di connettività ultra veloce. Le modalità di finanziamento verosimilmente influenzeranno anche ammontare e platea dei beneficiari. Prima dell’estate si parlava di 3 mila euro per le Pmi, 5 mila per gli istituti scolastici e per le famiglie tra 50 e 300 euro l’anno, a seconda del reddito. Restiamo in attesa di saperne di più dal nuovo Governo, una volta che si insedierà tutta la nuova squadra.

Le istituzioni

Nel frattempo, è stato istituito il Dipartimento alla Trasformazione Digitale, anch’esso auspicato da tempo. Sarà attivo dal 2020 con le funzioni di supporto al Presidente per la promozione e il coordinamento di una strategia unitaria in materia di trasformazione digitale del Paese. Il Dipartimento vigilerà su PagoPA spa e avrà il compito di assicurare, anche mediante scelte architetturali tecnologiche-interoperabili, il necessario coordinamento operativo tra le amministrazioni dello Stato. Concretamente, servirà a proseguire il lavoro del Team Digitale in scadenza a dicembre.

Inoltre, su proposta di Conte, è finalmente arrivato il Ministro all’innovazione: come noto è stata nominata Paola Pisano, l’assessore all’innovazione del Comune di Torino, che arriva con in dote un cv digitale di tutto rispetto.

Contemporaneamente, al MiSe il nuovo Ministro Patuanelli si ritroverà alle prese con le molteplici iniziative aperte dal suo predecessore Di Maio, in particolare sul fronte dell’innovazione digitale e di Industria 4.0.

Non resta che attendere, augurando a tutti loro buon lavoro.

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