Green pass aziende, guida agli obblighi per lavoratori e datori - Agenda Digitale

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Green pass aziende, guida agli obblighi per lavoratori e datori

Dal primo settembre ci sono i primi obblighi di green pass per alcune aziende. Dal 15 ottobre scattano per tutti i lavoratori, di aziende private e pubbliche, dipendenti e no. Ecco gli aspetti salienti connessi all’attività lavorativa e all’impatto per le aziende e i dipendenti

26 minuti fa
Chiara Ponti

Avvocato, Privacy Specialist & Legal Compliance e nuove tecnologie

Guida al Green pass in azienda

Il nuovo obbligo green pass che riguarderà dal 15 ottobre tutti i lavoratori di tutte le aziende, private e pubbliche – e che parimenti impone obblighi di controllo ai datori di lavoro – dovrà essere digerito in fretta dagli uni e dagli altri. Già da settembre tuttavia vigono alcuni obblighi per le aziende, in limitati casi.

Il quadro è articolato, in un misto di punti fermi e molta incertezza. Proviamo a tracciare una rotta, dando indicazioni utili.

Indice degli argomenti

Green pass aziende private, da settembre e da ottobre

Il tema del Green pass influenza già da settembre il mondo del lavoro, in base all’assunto che le mense aziendali debbano essere equiparate ai servizi di ristorazione, e grandi imprese come, per esempio, Mediaset ed Enel hanno già risposto a queste esigenze). Ma vediamo come le aziende al rientro dalle ferie, si stanno organizzando. È altrettanto vero che per alcune categorie di lavoratori come i sanitari e parasanitari l’obbligo di avere il Green pass è già realtà. Ciò ha suscitato ampi dibattiti, azioni legali e pronunce giurisprudenziali.

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A stabilire l’obbligo per tutti invece, dal 15 ottobre, il decreto (ora in Gazzetta Ufficiale) approvato dal CdM nella seduta del 16 settembre. Decreto che entrerà in vigore, come da art. 9, a tutti gli effetti dal «…giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana».

Green Pass, Sogei: “Così abbiamo gestito la sfida di milioni di certificazioni Eu Covid 19”

In generale, possiamo affermare che esista una tendenza politica, e non solo, per rendere il Green pass ovunque obbligatorio, con risvolti di non poco conto sul fronte della vaccinazione che – di fatto – diventerebbe obbligatoria per tutti.

Inoltre, numerosi sono gli ostacoli per un pieno e pacifico utilizzo del Green pass. Sono legati, per esempio, allo svolgimento di controlli nonché al trattamento dei dati. Fronte su cui il Governo promette soluzioni come, una per tutte, la piattaforma dello stato vaccinale in ambito scolastico.

Green pass obbligatorio per tutti i lavoratori, il decreto in pillole

Si compone di pochi articoli, nemmeno dieci. Ma le disposizioni sono molto chiare, semplificando l’ambito di estensione del “certificato verde” a tutti, ma proprio tutti optando per il “principio universale dell’accesso ai luoghi di lavoro”.

Il green pass bisogna averlo quindi al momento dell’ingresso del posto di lavoro (ufficio, fabbrica, mezzi pubblici, casa se si è lavoratori a domicilio…).

Il lavoratore perde retribuzione ma solo quello di aziende con meno di 15 dipendenti viene sospeso. Non può comunque essere licenziato.

A chi si rivolge l’obbligo, controlli e sanzioni

Obbligati quindi

  • Dipendenti, consulenti, partite Iva che entrano in ufficio
  • Lavoratori che entrano in mezzi pubblici
  • Lavoratori a domicilio (elettricisti, colf, badanti…).

Nuovo obbligo green pass ai lavoratori

 

A chi si rivolgePubblico e Privato

Chi deve averlo

Lavoratori PubbliciLavoratori Privati

(art 2)

Il personale delle PA, ivi compresi i soggetti, anche esterni, che svolgono a qualunque titolo, la propria attività lavorativa o formativa presso le PATutti quelli che svolgono attività lavorativa nelle aziende di qualunque settore e natura.
Controlli

(art. 2 comma V)

I datori di lavoro sono tenuti a verificare il rispetto delle prescrizioni, meglio all’ingresso e, nel caso, anche a campione.  Dovranno essere individuati i soggetti incaricati dell’accertamento.

Conseguenze assenza pass

(art. 2, comma VI)

Lavoratori pubblici

Lavoratori privati

Chi risulti privo del green pass è considerato assente ingiustificato dal primo giorno senza green pass fino alla presentazione dello stesso. La retribuzione non è dovuta dal primo giorno di assenza.Il personale privo del green pass è considerato assente, dal primo giorno senza green pass non è dovuta la retribuzione.
Non ci sono tuttavia conseguenze disciplinari e si mantiene il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. Eccezione: aziende con meno di 15 dipendenti. Lavoratore sospeso dopo il quinto giorno, per massimo 10 giorni rinnovabili una sola volta.
SanzioneLavoratori

Datore di Lavoro

Se aggirano controlli, da 600 a 1500€, ben potendo essere aumentata in caso di contraffazione del green passDa 400 a 1.000 euro per non aver predisposto corrette modalità di verifica

Esenzioni al green pass obbligatorio in azienda

Restano le eccezioni precedenti, ossia l’esenzione per specifiche patologie che il medico di famiglia deve certificare.

Esentati anche avvocati difensori, periti nell’accesso alle aule di giustizia; ma non i magistrati né gli avvocati dello Stato.

Green pass nel mondo del lavoro, come devono organizzarsi le aziende

I datori di lavoro tanto del comparto pubblico quanto di quello privato devono definire, entro il 15 ottobre, le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche, anche a campione, «…prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro», dovendo individuare «…con atto formale i soggetti incaricati dell’accertamento».

Le verifiche delle certificazioni verdi «sono effettuate con le modalità indicate dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri». Quest’ultimo, su proposta dei Ministri per la PA e della salute, ha la facoltà di adottare linee guida per la omogenea definizione delle modalità organizzative.

Non resta che navigare a vista. Nell’attesa delle eventuali linee guida, le aziende devono comunque attrezzarsi entro il 15 ottobre, però.

Sanzioni per le aziende che non adottano le modalità operative di controllo

Le aziende che entro il 15 ottobre non hanno adottato le modalità operative di controllo subiscono le sanzioni dell’articolo 4 del decreto 22 marzo 2020, da 400 a mille euro.

Il quadro normativo attuale completo

L’attuale quadro normativo, piuttosto complesso e in costante evoluzione, amplificato dai media e dalle anticipazioni relative ai suoi possibili sviluppi oltre alle numerose polemiche, risulta in realtà ad oggi frammentario e disciplinato da due decreti legge (DL).

Il primo, quello di cui tratteremo, è l’arcinoto DL 23 luglio 2021 n° 105, che ha previsto le prime regole sull’impiego delle certificazioni verdi da Covid-19 comprendenti l’uso del green pass per poter accedere a determinati servizi e attività (“servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio, per il consumo al tavolo, al chiuso; spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportivi; musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre; piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all’interno di strutture ricettive, limitatamente alle attività al chiuso; sagre e fiere, convegni e congressi; centri termali, parchi tematici e di divertimento; centri culturali, centri sociali e ricreativi, limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l’infanzia, compresi i centri estivi, e le relative attività di ristorazione; attività di sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò; concorsi pubblici”).

Il comma II dell’art. 9 bis prescrive poi un differente utilizzo del green pass in base al colore della regione.
Fin qui sembrerebbe tutto chiaro, se non che lo scorso 10 agosto una nota della Regione Piemonte e una successiva FAQ del Governo di Ferragosto hanno acceso i fari sulla gestione delle mense aziendali.

Green pass e mense, un nodo che si è sciolto

Con l’obbligatorietà del green pass viene a sciogliersi quel nodo gordiano sulle green pass nelle mense.

Pur sembrando un problema superato, riteniamo utile richiamare i passaggi istituzionali che hanno caratterizzato il dibattito in questione nel corso dell’estate, se non altro per amor di informazione.

Le FAQ del Governo

Il 15 agosto il Governo ha rilasciato mettendo fine al dibattito una FAQ dal seguente tenore «Per la consumazione al tavolo nelle mense aziendali o in tutti i locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti pubblici e privati è necessario esibire la certificazione verde COVID-19?

Sì, per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde COVID-19, analogamente a quanto avviene nei ristoranti. A tal fine, i gestori dei predetti servizi sono tenuti a verificare le certificazioni verdi COVID-19 con le modalità indicate dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 giugno2021

La nota di aggiornamento di Confindustria

A chiusura del quadro generale, citiamo ancora la nota di aggiornamento sul tema del 18 agosto che, nello specifico al punto 3 commenta la “FAQ sulle mense aziendali” di cui al punto precedente. Essa afferma che «… La risposta è […] positiva, e certifica – ormai in modo definitivo – che “per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde COVID-19, analogamente a quanto avviene nei ristoranti.” […].».

Decreto di settembre, obbligo per i dipendenti delle mense

Il decreto approvato questa settimana estende obbligo green pass anche ai dipendenti delle mense (come già ai suoi fruitori). Un primo passo verso un obbligo di reciprocità che in futuro potrebbe essere esteso anche a baristi, camerieri eccetera.

Green pass obbligatorio in aziende private e pubbliche, una FAQ di sintesi

Sintetizziamo alcune risposte a domande ricorrenti su nuovo obbligo.

Chi è senza green pass può lavorare in smart working?

Molti si chiedono se c’è questa scorciatoia: non ho il green pass, allora chiedo di andare in smart working. Non c’è quest’automatismo. Chi vuole andare in smart working deve contrattarlo con la propria azienda e struttura, a prescindere dallo smart working. Si intende che chi è già in smart working non ha al momento necessità di smart working. Per ora: finché l’azienda non glielo chiede.

Come funziona il green pass per le aziende private con meno di 15 dipendenti

Per le aziende con meno di 15 dipendenti la regola è un po’ diversa: scatta sospensione del lavoratore perché il datore può così avere agio a sostituirlo (ma non può licenziarlo); comunque massimo per dieci giorni rinnovabili una volta sola-

Chi deve controllare il green pass a lavoro?

Le aziende devono entro il 15 ottobre definire un incaricato ai controlli del green pass (prioritariamente all’ingresso dell’ufficio); sono previste anche possibili linee guida governative per definire modalità omogenee.

Chi non ha il green pass può lavorare?

Chi non ha il green pass è considerato assente ingiustificato, ma non è sospeso (lo è solo in aziende con meno di 15 dipendenti).

Da quando il green pass in azienda è obbligatorio per i lavoratori?

Per alcune categorie – insegnanti, sanitari, dipendenti di RSA, mense – il green pass è obbligatorio per lavorare già da settembre. Per tutti gli altri (salvo esentati dal vaccino) da 15 ottobre.

Green pass in azienda, i problemi aperti

Da un certo punto di vista, il Green pass si potrebbe definire un “rovesciamento di prassi” perché, nei mesi precedenti, in particolare prima della campagna vaccinale, per evitare che i malati di Covid diffondessero il contagio, la “politica” consisteva nel segregare tutti in casa tramite lockdown e chiudere i luoghi di frequentazione per non creare assembramenti (come locali pubblici, negozi, cinema, teatri, uffici pubblici eccetera), limitando altri accessi (come ai supermercati, farmacie eccetera) con regole e orari vincolanti; oggi il lasciapassare verde, grazie al quale non dovremmo più essere sottoposti a restrizioni di sorta, offre un ritorno alla normalità.

Non dovrebbe quindi far differenza l’ingresso in azienda, se non che potrebbero crearsi situazioni discriminatorie ora per i soggetti che per questione di (insindacabile) scelta decidano di non vaccinarsi, ora e vieppiù per coloro che non possono vaccinarsi a causa di patologie preesistenti o condizioni di salute non idonee; non meno con riferimento a tutti quelli che, per problemi burocratici o tecnici relativi agli strumenti attualmente adoperati, si trovino nella paradossale condizione di avere diritto al Green pass e di non riuscire a ottenerlo.

Un ultimo spunto di riflessione meritevole d’attenzione riguarda l’uso del tampone (test antigenico) per ottenere il rilascio del certificato verde (valevole soltanto 48 ore) non può costituire una valida e ragionevole alternativa, dal momento che il ricorso a tale modalità non potrebbe essere reiterata nel tempo (sia per questioni di praticità, che di costo oltre che per l’invasività del tampone stesso), impedendo quindi l’accesso all’attività lavorativa, con le conseguenze del caso, anche sul filo della costituzione.

Le soluzioni dettate dal TUSL

Nonostante tutto, però, le soluzioni adottate continuano a sollevare dubbi e interrogativi, tuttora rimasti senza risposta.

Suscita dubbi infatti l’accesso ai “servizi e attività”, con riferimento ai lavoratori impiegati nella gestione dei servizi mensa, giacché non risulta chiaro se siano da ritenersi inclusi i lavoratori distaccati (come per esempio gli addetti alle pulizie) oppure no.

Ma si tratta di problemi apparentemente aperti, dal momento che attingendo al Testo Unico della sicurezza sul lavoro – TUSL (D.Lgs. n. 81/2008) – si trova facilmente la soluzione.

Sebbene molti (e tra questi i Sindacati) invochino l’emanazione di un’apposita Legge, questa a ben vedere c’è già.
Lo stesso Garante della Privacy lo ha confermato in più di un’occasione indicando come riferimento normativo principe il TUSL, laddove sono previste chiare procedure, soggetti obbligati e rispettivi obblighi.

Obbligo green pass in azienda settembre-ottobre, i punti fermi

Possiamo provare a delineare le principali questioni, lasciando trarre a ciascuno le personali conclusioni.

Decide l’azienda

L’obbligatorietà del Green pass per entrare in azienda viene quindi decisa dal datore di lavoro fino al 15 ottobre, quando scatto obbligo per tutti.
Fino al 15 ottobre insomma sono ancora valide le seguenti considerazioni (dopo il 15 ottobre si applicheranno linee guida ancora non disponibili).

Il datore, in quanto tale, ha il potere/dovere di esigere dai lavoratori il rispetto di ogni misura adottata per la sicurezza sul lavoro (al pari dell’uso dei vari DPI).
Qualora il Medico Competente – figura essenziale in questa fase decisionale – stabilisca il vaccino quale misura di prevenzione e protezione includendolo nel documento di valutazione dei rischi cd DVR, il lavoratore sprovvisto di Green pass non potrà avere accesso ai locali aziendali, con conseguenze anche di rilievo di carattere giuslavoristico come si dirà più oltre.

Green pass già obbligatorio per talune categorie di lavoratori

L’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro è già presente anche prima del 15 ottobre per alcuni settori lavorativi. Vediamo, di seguito e in breve, chi rientra in questa casistica.

Con il rientro dalle ferie, peraltro la situazione appare variegata in base ai settori. Le regole sono state dettate in momenti diversi e con provvedimenti differenti, per singole categorie ovvero con l’introduzione dell’obbligo del Green pass per accedere agli ormai noti luoghi.

Già circa 3,4 milioni di lavoratori italiani sono (stati) obbligati a sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid o a ottenere il rilascio del Green pass.

Si contano quasi due milioni di lavoratori in ambito sanitario per chi esercita professioni sanitarie, nonché gli operatori che lavorano in strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, in farmacie, parafarmacie e negli studi professionali.

Per tutti questi l’obbligo scattato, ricordiamo, dal primo aprile varrà fino al 31 dicembre. Per coloro che non intendano allinearsi a queste disposizioni, è già prevista la sospensione dal servizio (se impossibile destinare il lavoratore a mansioni diverse) e quanto di conseguenza (retribuzione).

Esiste poi una vasta platea di lavoratori in attesa di chiare indicazioni normative.
Con il D.L. 105/2021, come già detto, da inizio agosto per accedere a ristoranti al chiuso, musei, palestre, piscine, centri benessere, sagre e fiere, convegni e congressi, centri termali, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, sale gioco, concorsi pubblici, occorre esibire la certificazione verde. L’obbligo, tuttavia, è per chi accede a queste strutture, senza che sia invece previsto in maniera chiara e specifica, l’obbligo per chi ci lavora. La situazione è a dir poco paradossale.

Analoga situazione si palesa sul fronte dei trasporti, dove con il D.L. 111/2021 è stato introdotto l’obbligo del Green pass per il personale scolastico (dal primo settembre) così per accedere ad aerei, treni, navi e traghetti, autobus che collegano più di due Regioni.
Anche in questo caso, difetta un obbligo esplicito per i lavoratori del settore (autisti e piloti), con l’assurda conseguenza che i passeggeri potranno viaggiare in possesso di Green pass, mentre il personale di bordo no.

Le poche garanzie dalle ricadute certe

Alla luce di quanto abbiamo visto in precedenza, sulla questione dell’uso del Green pass in azienda, si può affermare che esistano poche certezze e conseguenti ricadute, e in particolare:

  • Mensa: c’è chi dice che “a mensa si vada senza Green pass” a condizione di rispettare i Protocolli già vigenti per la prevenzione ed il contenimento del contagio, in pratica tutto come prima; e chi sostiene invece il contrario. Secondo questi ultimi, l’obbligatorietà del green pass si poggerebbe sulla FAQ governativa sopracitata, tanto per i dipendenti pubblici quanto per quelli privati i quali possono fruire dei servizi aziendali «…analogamente a quanto avviene nei ristoranti», con l’ulteriore, evidente e conseguente deduzione: “Green pass obbligatorio per l’accesso nei luoghi di lavoro”;
  • Bar aziendale: nonostante l’apparente analogia con le mense aziendali, il Ministero fa presente che: «le attività connesse con la fruizione del vitto sono consentite […], fermo restando il rispetto dei Protocolli o delle linee guida dirette a prevenire o contenere il contagio». Quindi non occorre avere né esibire il Green pass per andare al bar aziendale, per consumare cibi o bevande anche da seduti;
  • Locali adibiti a mensa senza servizio: identico ragionamento vale per tutti i locali mensa senza servizio di ristorazione ove restano invece obbligatorie le altre già note e vigenti misure di prevenzione;
  • Spazi di ristoro – Macchinette del caffè: esattamente come il bar aziendale.

In ogni caso, il Viminale suggerisce agli Uffici di «prendere accordi coi gestori al fine di consentire, anche al personale non munito di certificazione verde, la possibilità di consumare il pasto, laddove possibile, all’esterno della struttura, assicurando, in alternativa, la fruizione in modalità take-away».

Green pass e i controlli a carico delle aziende

Con il DPCM del 17 giugno 2021 recante disposizioni attuative dell’art. 9, comma X, del D.L. 52/2021, pubblicato sulla GU n. 143 del 17 giugno 2021, il Governo ha ufficialmente varato la piattaforma informatica nazionale (all’url: www.dgc.gov.it), dedicata al rilascio del Green pass.

Se e quando le aziende sono tenute a verificare il possesso del Green pass anche nel rispetto della privacy

In generale, la certificazione verde non può essere controllata da chicchessia, ma soltanto da tali soggetti tra cui si annoverano i pubblici ufficiali; il personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi; i titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi con accesso condizionato; i proprietari di luoghi o locali ad accesso condizionato; il personale di bordo (vettori aerei, marittimi e terrestri); i gestori delle strutture che erogano prestazioni sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali per l’accesso dei visitatori.

Si esce, dunque, pur con le dovute cautele, da quella situazione di più severe restrizioni (divieti di spostamenti e attività) dei lockdown, per entrare in una nuova fase di “libertà condizionata” ove il “rischio consentito” legittimerebbe l’assunzione di regole di condotta, pur non escludendo il verificarsi di un evento dannoso.

Pertanto, ci troviamo in una situazione di attività rischiosa socialmente consentita: ciò è comprovato peraltro da un’avvertenza che si legge quando il Governo avvisa che, con riferimento al certificato verde, non si tratta di «…un documento di viaggio […] i dati scientifici relativi alla vaccinazione, ai test e alla guarigione dalla COVID-19 continuano a evolvere, anche alla luce delle nuove varianti del virus» destanti preoccupazioni anche forti.

Ne consegue che, prima di mettersi in viaggio, il singolo individuo deve verificare (su Viaggiaresicuri.it) le misure sanitarie pubbliche e le relative restrizioni applicabili nel luogo di destinazione.

Green pass e protezione dati: gli adempimenti in azienda

Analizzando la questione da un punto di vista giuridico, vanno sicuramente ben considerate le disposizioni relative alle questioni più delicate, e in particolare quelle relative alla privacy.

Il DPCM individua come il Titolare del Trattamento il Ministero della salute, e delinea l’organizzazione e le relative responsabilità sul trattamento includendo il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la società Sogei (la società PagoPA che sviluppa e gestisce i principali strumenti).

Raccolta o incetta di dati personali

Sono state individuate garanzie per gli interessati, fra cui spicca il fatto che l’attività di verifica delle certificazioni non possa comportare – in nessun caso e in qualunque forma – la raccolta dei dati dell’intestatario.

Il Garante della privacy ha sottolineato come i trattamenti di dati personali inerenti alla vaccinazione dei dipendenti sono allo stato consentiti esclusivamente nei limiti e alle condizioni stabilite dalle norme sulla sorveglianza sanitaria e di idoneità alla mansione (che comprende anche il fatto di non essere fonte di contagio) da parte del decreto legislativo 81/2008 (in particolare gli artt. 25, 39,41, 42, 279).

Il datore di lavoro, pertanto, può venire a conoscenza del solo giudizio di idoneità alla mansione specifica e delle eventuali prescrizioni fissate dal Medico Competente come condizioni di lavoro al fine di attuare le misure indicate dal medico competente e, qualora venga espresso un giudizio di inidoneità alla mansione specifica, deve adibire il lavoratore, se possibile, a mansioni equivalenti o inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza.

Le disposizioni del D.Lgs. 81/2008 costituiscono pertanto la base giuridica dei trattamenti, da mantenere nell’ambito delle previsioni del decreto citato.

Incarico per i delegati alle verifiche

La verifica del Green pass consiste nella consultazione di dati riferiti a una persona fisica, e ricade pertanto a pieno titolo nell’ambito di applicazione del GDPR.

L’art. 13 del DPCM 17 giugno 2021 consente ai titolari di imprese/enti che debbano attuare verifiche, di delegare con atto formale l’operazione a uno specifico incaricato.

L’art. 29 del GDPR, a questo proposito, impone che siano impartite apposite istruzioni all’autorizzato al trattamento.

In caso di inosservanza, è prevista una sanzione amministrativa di cui all’art. 83, par. 4.

In caso di violazioni, è invece applicabile l’art. 5 GDPR per il quale è prevista la ben più pesante sanzione prevista dall’art. 83, par. 5.
L’incarico deve essere formalizzato prima di effettuare un qualsiasi controllo.

Il soggetto incaricato riveste infatti a tutti gli effetti il ruolo di autorizzato al trattamento.

Pertanto, il titolare del trattamento dovrà impartire istruzioni sul trattamento ex art. 29, concernenti i profili della sicurezza del trattamento ex art. 32 e fornire idonea formazione art. 39.

Tutti questi adempimenti trovano collocazione cronologica in via preliminare all’inizio del trattamento o in occasione di modifiche alle modalità di esecuzione delle operazioni di trattamento.

Si tratta di un adempimento documentale, accompagnato dalla stesura di specifiche relative alle operazioni da effettuare.
In concomitanza, dovranno essere adottate misure organizzative per consentire un lineare svolgimento delle operazioni.

L’operazione di controllo dovrà essere attuata in due distinte fasi:

  • il controllo del possesso di un titolo;
  • l’identificazione del portatore quale soggetto titolare del titolo.

Relativamente all’incarico scritto da predisporre per i delegati interni alle attività di verifica dei Green pass, va precisato che:

a) la delega deve essere nominativa;
b) la delega deve essere completa di tutte le informazioni incluse chiare indicazioni relative alle operazioni di verifica (istruzioni);
c) si devono predisporre servizi deputati alle informazioni aggiuntive e all’intervento in caso di contestazioni da parte dell’utenza (esercizio dei Diritti degli Interessati);
d) deve essere ben illustrata l’importanza di non raccogliere dati e di quali dati;
e) si deve specificare che si tratta di prescrizioni integrative degli obblighi lavorativi;
f) è opportuno allegare schede esemplificative del flusso della verifica e anche riportanti la normativa di riferimento, il tutto per facilitare la comprensione del tema.

I soggetti incaricati dopo 15 ottobre

Il decreto 16 settembre all’art. 3, comma V, prescrive che il datore di lavoro individui dei “soggetti incaricati” i quali con “atto formale” devono essere “incaricati”.

Chi tra i lavoratori, in che modo – nel senso attraverso quale formazione e tenuta da chi (a buon senso il medico competente), sono punti ancora oscuri. Attendiamo gli sviluppi.

Il ruolo del medico competente

Un ruolo centrale è ancora una volta svolto dal medico competente.
Infatti, il Garante ha ribadito che i trattamenti di dati personali inerenti alla vaccinazione dei dipendenti sono consentiti esclusivamente nei limiti e alle condizioni stabilite dalle norme del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, ed in particolare in tema di sorveglianza sanitaria e idoneità alla mansione.

In tale contesto il datore di lavoro può, pertanto, venire a conoscenza del solo giudizio di idoneità alla mansione specifica e delle eventuali prescrizioni, fissate dal medico competente come condizioni di lavoro.

Purtroppo, salvo che per le professioni sanitarie e – con sfumature diverse – per il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario, si segnala una preoccupante assenza normativa.

Green Pass nelle aziende ed eventuali sanzioni

Vediamo ora le eventuali sanzioni distinguendole se a carico delle aziende ovvero con aggravio per i lavoratori.

Eventuali sanzioni lato datoriale sono di natura privacy. Il datore di lavoro rischia, infatti, una sanzione amministrativa fino a 10 milioni di euro nella misura in cui non abbia conferito un incarico formale a colui che avrà il compito di verificare il possesso della certificazione verde Covid-19.

Ciò deriva da una interpretazione sistematica dell’art. 13 del DPCM 17 giugno 2021 in combinato disposto con l’art. 29 GDPR, collegandoci a quanto poc’anzi detto.

Gli ulteriori ed eventuali inadempimenti saranno comunque sanzionati, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 83, par. 4 e 5 GDPR cui si rinvia, con una previsione di sanzione (amministrativa) fino a 10 milioni di euro per la violazione dell’art. 29 cit., nonché fino a 20 milioni di euro in caso di violazione dell’art. 5 cit.

La nota della Regione Piemonte

La Regione Piemonte con una nota ha dato risposta ai quesiti relativi all’obbligo di certificazione verde Covid-19 per l’accesso alle mense aziendali, sostenendo questa tesi: «L’art. 9 bis, comma 1, lett. a) del Decreto-Legge 22 aprile 2021 n. 52, convertito con modificazioni, dalla legge 17 giugno 2021, n. 87, inserito dall’art. 3, Decreto-Legge 23 luglio 2021, n. 105, prescrive l’obbligo del possesso del Green Pass per l’accesso ‘ai servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio di cui all’articolo 4, per il consumo al tavolo, al chiuso’.

Dal richiamato articolo 4 risultano escluse le mense aziendali e i servizi di catering su base contrattuale, la cui attività era già consentita ai sensi dall’art. 27, comma 4, del DPCM del 2 marzo 2021. Tale esclusione è stata confermata dalla Circolare del Ministero dell’Interno dello scorso 24 aprile, con il richiamo al rispetto dei protocolli o delle linee guida dirette a prevenire o contenere il contagio. Alla luce di quanto espresso e nelle more di nuove indicazioni che il Ministero dell’Interno dovrebbe fornire a breve alle Regione ed alle Prefetture, si ritiene che nelle mense aziendali e nei servizi di catering su base contrattuale le attività connesse con la fruizione del vitto sono consentite a tutto il personale, fermo restando il rispetto dei protocolli o delle linee guida dirette a prevenire o contenere il contagio».

Ma cosa si intende per “servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio”?

In forza dell’art. 4 del D.L. n. 52/2021 «dal 1° giugno 2021, nella zona gialla, le attività dei servizi di ristorazione, svolte da qualsiasi esercizio, sono consentite anche al chiuso, con consumo al tavolo […] nel rispetto di protocolli e linee guida adottati ai sensi dell’articolo 1, comma 14, del decreto-legge n. 33 del 2020».

A stretto rigore interpretativo alla luce della citata Nota, la locuzione “attività dei servizi di ristorazione, svolte da qualsiasi esercizio” parrebbe non includere anche “le mense aziendali e i servizi di catering su base contrattuale”.

Peraltro, secondo alcuni è stato ritenuto che laddove «…si parla di servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per il consumo al tavolo, al chiuso, non riconducibili alle mense aziendali o luoghi assimilabili».

Rammentiamo per completezza di informazione che nello stesso D.P.C.M. del 2 marzo 2021 all’art. 27 (rubricato eloquentemente “attività dei servizi di ristorazione”) si faceva riferimento proprio alle “attività delle mense e del catering continuativo su base contrattuale”.

Il green pass sul filo normativo, le conseguenze giuslavoristiche

Il riferimento codicistico di cui all’art. 2087 del cod. civ. va letto in combinato disposto con le norme del TUSL.

Il (dovere del) vaccino per (poter) lavorare?

Il Covid colpisce ancora, questa volta dividendo il mondo del lavoro circa la possibilità o meno di obbligare i lavoratori a dotarsi del Green pass per entrare in azienda.

Le fazioni sono due: da una parte le aziende, molte delle quali favorevoli a tale obbligo (che di fatto maschera o smaschera – a seconda dei punti di vista – quell’altro che consiste nel“vacciniamoci tutti!” come se la “immunità di gregge” fosse la soluzione); dall’altra i sindacati, invece, contrari, che rimproverano alle aziende l’imposizione unilaterale secondo la quale si entra e si lavora solo se si è vaccinati, non pensando possibile, sul lungo periodo, il tampone ogni due giorni, per ragione di salute e costi.

Per il vero, in medio stat virtus dal momento che ci sarebbe una possibile terza via, la quale riterrebbe l’obbligatorietà (del Green pass), in virtù dei principi già pienamente in vigore tra normativa civilistica e TUSL.

Al riguardo, come accennato, l’art. 2087 cod. civ. tutelerebbe la salute obbligando il l’imprenditore/datore di lavoro, pubblico o privato (senza distinzione di sorta), ad adottare «le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro», con il preciso dovere a suo diretto carico di tutelare la salute dei propri lavoratori (dipendenti e collaboratori).

Un’eventuale omissione in tal senso, lo esporrebbe al rischio di rispondere a probabili danni subiti da chi dovesse infettarsi in
azienda.

La sentenza del Tribunale di Roma

Secondo una sentenza del Tribunale di Roma (18441/2021), è legittima la sospensione dello stipendio. Nel dettaglio, un datore di lavoro ha sospeso, privandolo quindi anche della retribuzione, un dipendente non vaccinato ritenuto dal medico competente non idoneo alle mansioni attribuite, ma che non era possibile spostare ad altre mansioni compatibili.

Quando infatti non ci sono altre mansioni cui destinare il dipendente è legittima (anzi doverosa) la sua sospensione dal lavoro, con la conseguenza che in assenza della prestazione lavorativa è altrettanto legittimo non erogare lo stipendio.

Il giudice osserva nel merito che il provvedimento di sospensione non deve intendersi quale sanzione disciplinare per il rifiuto di vaccinarsi. Anzi, e poi precisa ancora che il datore di lavoro è garante della salute e sicurezza dei lavoratori e dei terzi e che la protezione della salute rientra tra gli obblighi previsti dall’art. 2087 cod. civ. e dal TUSL.

Questa pronuncia si inserisce a ben guardare in un dibattito aperto sull’obbligo dei lavoratori al vaccino anti Covid-19, all’interno del quale sono intervenute anche altre sentenze di merito, tra cui Trib. Belluno 19 marzo 2021; Trib. Verona 24 maggio 2021; Trib. Modena 23 luglio 2021; Trib. Trento 8 luglio 2021.

Gli scenari futuri: il bastone e la carota

Il quadro è mobile è soggetto a forte evoluzioni.

Green pass reciproco: obbligo per camerieri e altro personale

Una delle ipotesi di lavoro per il Governo, in un futuro decreto, è mettere il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori di luoghi ove vige obbligo per i clienti: ristoranti, musei, cinema, bar eccetera.

Per ora non si è concretizzato ma potrebbe tornare.

Come rispondono le aziende

Come abbiamo avuto modo di vedere, non è facile per le imprese orientarsi fra le prescrizioni impartite per il contenimento del coronavirus da una normativa “alluvionale”: Decreti-Legge, Decreti Presidenziali, Circolari, Protocolli, Linee-Guida, Accordi, interventi di Confindustria, Sindacati e Regioni.

Non è neanche semplice districarsi fra le tante e talvolta dissonanti indicazioni istituzionali operanti nel settore della sicurezza e
salute sul lavoro.

Ecco però come le aziende stanno rispondendo, o meglio dire reagendo, nonostante le molte ancora troppe incertezze.

Nel farlo delineiamo due linee di condotta identificate tipicamente con il “bastone” attuando comportamenti punitivi, e con la “carota” laddove invece si adoperino per contro metodi incentivanti ottenendo gli stessi risultati, se non migliori.

Il bastone con sanzioni fino al licenziamento?

Nelle ipotesi di licenziamento del dipendente che rifiuta di vaccinarsi, la questione si complica, non essendoci ancora sufficienti riferimenti legislativi.

La normativa riconosce ad esempio il recesso per giustificato motivo oggettivo a fronte della sopravvenuta infermità permanente del lavoratore a rendere la prestazione. In tal caso l’accertamento dell’inidoneità deve provenire dal medico competente o dalla Commissione medica istituita presso l’ASL.

Chi non si vaccina può essere licenziato?

Perché il licenziamento sia legittimo, occorrono le seguenti condizioni:

  • Stato di malattia tale da non permettere una prognosi definitiva;
  • Assenza di un interesse aziendale a sfruttare le prestazioni lavorative del
    dipendente;
  •  Impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni differenti (anche inferiori).

Un’alternativa è rappresentata dal licenziamento per giusta causa (senza preavviso), a fronte di condotte del dipendente tali da ledere il rapporto fiduciario con l’azienda.

In materia di licenziamenti di lavoratori non disponibili a vaccinarsi, quindi, sarebbe comunque necessaria una più chiara definizione normativa dell’obbligo e delle conseguenze disciplinari nel caso di violazione, che risolverebbe un tema davvero complesso.

Attualmente, l’unico obbligo di vaccinarsi imposto dalla legge è quello previsto per il personale sanitario.

Pluralismo di opinioni

Secondo alcuni sussisterebbe un dovere in capo all’azienda di tutelare l’integrità fisica e la salute dei lavoratori, ritenendo giustificato sospendere i dipendenti che rifiutino il vaccino.

A sostegno di siffatta tesi c’è anche il TUSL che nello specifico dispone, su parere del medico competente, la messa a disposizione di vaccini per i lavoratori non già immuni.

Secondo altri, al contrario, sulla base dell’art. 32 Cost. nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

La carota con incentivi premianti

Mentre negli Stati Uniti gli imprenditori si sono inventanti il bonus contro i No Vax, vediamo cosa sta accadendo in Italia per le aziende che hanno scelto la linea di condotta tesa all’incentivazione del dipendente quale espediente per ottenere il risultato della vaccinazione.

C’è chi stanza un premio in busta paga ai dipendenti che completano il ciclo vaccinale, una sorta di “cashback vaccinale”, prevedendo che – senza obblighi né forzature – sia stanziato un premio di 100 euro netti in busta paga, oltre che un giorno di ferie, per ogni dipendente che completi il ciclo vaccinale ed ottenga il Green Pass.

Poi ci sono altri che decidono di incentivare alla vaccinazione regalando due giorni di ferie per i lavoratori dell’azienda che si vaccinano.

In conclusione

Non esiste alcuna legge in questo momento storico che tuteli un simile diritto, e non sono infatti previsti “permessi speciali” per il Covid-19, dato che quella di vaccinarsi è una scelta personale e non risponde ad alcun obbligo normativo.

Al momento i dipendenti di un’azienda sono costretti a richiedere ore di permesso o giorni di ferie quando la data del vaccino è prevista in una giornata lavorativa, una direzione evidentemente opposta a tutte le attenzioni al work-life balance, la capacità di conciliare la sfera lavorativa con quella privata, uno degli elementi più efficaci del benessere del lavoratore.

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