Non solo Desi

Gastaldi (Polimi): “Ecco tutti i progetti che stanno cambiando il Paese”

Anche se sul fronte digitale il nostro Paese è stato penalizzato per anni da una innegabile miopia, è anche vero che fare un bilancio soltanto basato sull’indice DESI è fuorviante. Facciamo il punto sulle diverse iniziative avviate per porre le fondamenta del processo di innovazione nei prossimi anni

04 Feb 2020
Luca Gastaldi

Direttore dell'Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano


Neanche i passi avanti fatti nel 2019 su alcune aree hanno permesso al nostro paese migliorare la posizione complessiva, che ormai occupiamo dal 2015[1], sul Digital Economy and Society Index (DESI): restiamo, secondo l’indice che misura lo stato di attuazione dell’Agenda Digitale nei vari paesi europei, quint’ultimi in Europa. Ma è proprio così? Io credo di no. I bilanci fatti oggi guardando solo al DESI rischiano di essere fuorvianti, e più avanti spiegherò perché. Prima però, facciamo una ricognizione sul quadro che, dell’Italia, emerge dal DESI.

Come ci vede il DESI

Uscito a giugno, l’Indice ci vede ancora con diversi ritardi da recuperare relativamente alle cinque aree su cui è calcolato, anche se con qualche miglioramento. Su 28 paesi siamo:

  • 19esimi per infrastrutture di connettività, recuperando ben sette posizioni rispetto allo scorso anno;
  • 26esimi per diffusione di competenze digitali, perdendo una posizione rispetto alla precedente rilevazione;
  • 25esimi per uso di internet da parte dei cittadini, come lo scorso anno;
  • 23esimi per digitalizzazione del nostro sistema industriale, anche in questo caso senza cambiamenti;
  • 18esimi per digitalizzazione della PA, recuperando una posizione in un anno.

Restiamo, dicevamo, 24esimi su 28 paesi europei. Quint’ultimi. Rimaniamo davanti solo a Bulgaria, Romania, Grecia e Polonia e molto lontani da paesi a noi simili per caratteristiche dimensionali e socioeconomiche come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Il quadro che ne emerge ha poche luci e ancora troppe ombre e sembra relegarci sempre più a un ruolo marginale nell’Europa digitale.

Perché il DESI rischia di essere fuorviante

Ora, dunque, proverò a chiarire perché i bilanci basati esclusivamente sul DESI rischiano di essere fuorvianti e per almeno due ragioni, le seguenti:

  • come ogni versione dell’indice, anche il DESI 2019 fa riferimento a dati raccolti a metà dell’anno precedente e sembra più utile a leggere la storia che a fare bilanci delle azioni in corso (i cui effetti si vedono nelle versioni successive dell’indice);
  • l’unica area in cui abbiamo perso posizioni – la diffusione di competenze digitali – è basata su sei indicatori di cui:
    • tre relativi al 2017, che poco possono dirci sull’attuale posizionamento dell’Italia e del resto d’Europa;
    • tre riportano per l’Italia dati più vecchi di un anno rispetto agli altri paesi (che in ogni caso hanno valori raccolti a metà 2017), penalizzandoci nel calcolo complessivo.

Non voglio certo giustificare la miopia sul fronte del digitale che ha caratterizzato il nostro paese per anni. Da quando esiste il DESI, tuttavia, l’Italia ha messo in campo diverse iniziative di digitalizzazione. È sufficiente pensare al Piano triennale per l’informatica nella PA, ai Piani Impresa 4.0 e BUL, agli importanti risultati ottenuti nell’ambito della fatturazione elettronica e a tantissimi progetti portati avanti dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e dal Team per la trasformazione digitale (Team digitale).

È velleitario pensare che tali iniziative ci possano consentire di scalare il DESI in poco tempo. Mediamente, ogni anno, la metà dei paesi europei mantiene la posizione sull’indice dell’anno precedente. Dal 2015 ad oggi solo 10 paesi su 28 sono riusciti a migliorare il loro ranking sul DESI e, di questi, solo due (Lituania e Irlanda) hanno migliorato significativamente la loro posizione (rispettivamente +4 e +3). Dei paesi simili al nostro, solo Spagna e Regno Unito sono riusciti a crescere (solo di una posizione) dal 2015 al 2019. Oggi la Francia ha la stessa posizione sull’indice che aveva nel 2015 mentre la Germania ha perso una posizione in quattro anni. Questi numeri indicano quanto sia difficile per paesi grandi come l’Italia crescere nel ranking del DESI, e competere con chi, per dimensioni ridotte, ha una complessità nettamente inferiore da affrontare nella propria trasformazione digitale.

I passi avanti fatti dall’Italia

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È in questo quadro che si devono fare bilanci per il 2019, un anno dove – ancora una volta – molto è stato fatto per recuperare i gap che storicamente scontiamo con il resto d’Europa sul fronte del digitale. La collaborazione tra Team digitale e AgID ha permesso di avviare la costituzione di un vero e proprio “sistema operativo” per il nostro Paese: una serie di componenti fondamentali sui quali costruire servizi più semplici, accessibili ed efficaci per cittadini, PA e imprese, attraverso soluzioni digitali innovative e caratterizzate da architetture sicure, scalabili, altamente affidabili e basate su interfacce applicative chiaramente definite.

Ci si è insomma concentrati su alcuni ambiti chiave per costituire le fondamenta su cui impostare il processo di digitalizzazione del paese dei prossimi anni. Crediamo che capire quanto è stato fatto su questo fronte sia il bilancio più interessante da fare. E i principali risultati che ci portiamo a casa sono solide fondamenta[2]:

  • L’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) nel 2019 ha beneficiato di forti accelerazioni. Sono oltre 4.300 i comuni subentrati nella piattaforma (erano solo 25 a fine 2017 e 1.500 a fine 2018) per un numero complessivo di quasi 35 milioni di italiani coinvolti (erano solo 560.000 a fine 2017 e 14 milioni a fine 2018). Sono quasi 1.400 i comuni che stanno testando l’anagrafe, per ulteriori 11 milioni di italiani che subentreranno a breve. Gli obiettivi di gestire in ANPR tutti gli 8.000 comuni e i 60 milioni di cittadini italiani sembrano raggiungibili entro il 2020.
  • Il sistema dei pagamenti elettronici (pagoPA) vede a oggi oltre 15.000 PA attive ma poco più di 4.200 che hanno effettivamente ricevuto almeno un pagamento. Sono quasi 400 i prestatori di servizi di pagamento coinvolti dalla piattaforma e oltre 63 milioni le transazioni effettuate (erano 4 milioni a fine 2017 e 16 milioni a fine 2018). Con questi ritmi, il target di 150 milioni di transazioni da gestire in pagoPA entro il 2020 non sembra più così lontano come negli scorsi anni, anche perché da gennaio 2020 una società per azioni partecipata interamente dallo Stato presidierà lo sviluppo della soluzione.
  • Sono quasi 13 milioni le Carte d’Identità Elettroniche (CIE) rilasciate (circa il 21% della popolazione italiana). Erano 6 milioni a fine 2018, denotando anche in questo caso crescite esponenziali. 7.736 Comuni italiani emettono CIE (erano 7.000 a fine 2018 meno di 1.000 a fine 2017 e sostanzialmente 0 a inizio 2016), coprendo potenzialmente il 95% degli italiani.
  • Il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) ha permesso a 9 identity provider (di cui 1 pubblico) accreditati ad AgID di erogare 5 milioni di identità digitali (erano 38.000 ad aprile 2016, nel primo mese di attività di SPID, circa 2 milioni a fine 2017 e 3 milioni a fine 2018). Tali identità consentono ai cittadini di accedere a circa 4.200 servizi online offerti da circa 4.100 PA, anche se il livello di effettivo utilizzo è ancora limitato e pertanto non comunicato sui cruscotti di monitoraggio istituzionali.
  • La fatturazione elettronica verso la PA (FatturaPA) è ormai un progetto consolidato con oltre 140 milioni di fatture gestite in digitale dal sistema di interscambio (erano 600.000 a marzo 2015, quando il passaggio è stato reso obbligatorio, 80 milioni a fine 2017 e 100 milioni a fine 2018). Solo il 5% di queste è scartato perché non conforme agli standard. La fatturazione elettronica nel mondo pubblico ha innescato quella tra privati che, obbligatoria da gennaio 2019 (l’Italia è stato il primo paese in Europa a farlo), oggi vede oltre un miliardo e mezzo di fatture scambiate esclusivamente su canali digitali.
  • Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è attivo in tutte le regioni e province autonome italiane (erano 17 a fine 2018) e completamente operativo in 18 (erano 10 a fine 2017 e 12 a fine 2018). Il 22% degli assistiti ha un FSE e oltre il 63% dei referti prodotti dal sistema sanitario è disponibile nel FSE (era il 40% a fine 2018). L’AgID è impegnata nello sviluppo di un portale nazionale che consentirà ai cittadini, autenticandosi con SPID, di consultare la propria storia sanitaria in qualsiasi momento e da ogni parte del mondo. Sul tema dell’interoperabilità è stato recentemente aggiunto un importante tassello. AgID ha infatti pubblicato una circolare che definisce le specifiche tecniche alle quali le Regioni dovranno uniformarsi per dialogare con l’infrastruttura centrale, di cui è in corso la fase di test.
  • Con oltre 27.000 open data pubblicati su dati.gov.it (erano 18.000 a fine 2017 e 22.000 a fine 2018) l’Italia ha già raggiunto con un anno di anticipo il target di 25.000 open data messi a disposizione entro il 2020. Il portale importa automaticamente nel proprio catalogo i dataset in formato aperto esposti dalle singole PA che aderiscono all’iniziativa (solo 444 finora). Oltre il 75% dei dati è prodotto a livello regionale o comunale. È ancora in fase di sperimentazione la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) con cui ottimizzare e promuovere i processi di analisi di dati pubblici.
  • Sul fronte dei data center pubblici è stato disegnato un processo di progressiva razionalizzazione imperniato su una radicale migrazione verso il paradigma cloud e l’uso di un numero ristretto di poli strategici nazionali. Tale processo procede a rilento: AgID ha definito i requisiti indispensabili delle infrastrutture idonee a essere utilizzate dai Poli Strategici Nazionali e la procedura di verifica del possesso effettivo di tali requisiti. È stato inoltre progettato un cloud marketplace in cui sono stati qualificati circa 60 servizi IaaS, 86 servizi PaaS, 230 servizi SaaS offerti da oltre 50 cloud service provider.
  • La community developers.italia.it è ormai un punto di riferimento per gli sviluppatori di servizi pubblici digitali italiani. Circa 1.000 utenti attivi si confrontano ogni settimana nel forum e nei canali chat, oltre 15.000 utenti unici leggono il forum ogni settimana e moltissimi altri consultano la documentazione raccolta in docs.Italia.it oltre a utilizzare i progetti open source ospitati in github.com/italia. Tutti questi strumenti, che inizialmente si faticava a individuare come necessari, sono invece tasselli fondamentali per dare attuazione a principi – come quello del riuso del software nella PA – stabiliti quasi 15 anni fa ma raramente applicati.
  • Tramite designers.italia.it sono state pubblicate 14 linee guide per una progettazione user-centered dei servizi pubblici digitali, 16 kit di sviluppo per facilitare la predisposizione, la realizzazione e il miglioramento di tali servizi e interi prototipi open source con cui semplificare il re-design dei siti web di scuole e comuni, consentendo a ciascuno di questi di valorizzare componenti standard (ad esempio le sezioni tramite cui prenotare un appuntamento per parlare con un dipendente pubblico) e concentrarsi sugli elementi di unicità del servizio da progettare ad hoc.
  • Una versione beta dell’applicazione IO (io.italia.it) arriverà entro i primi mesi del 2020 negli app store Android e IOS dopo essere stata sperimentata da circa 1.000 utenti nel Comune di Milano, Torino, Palermo, Brescia, Cagliari, Cesena, Valsamoggia, Ripalta Cremasca, ecc. A tendere, IO consentirà di ricevere sul proprio smartphone tutte le comunicazioni della PA, pagare i servizi pubblici attraverso pagoPA oltre a richiedere e ricevere documenti e certificati pubblici.
  • Sul fronte della cybersecurity, AgID ha messo in campo una serie di azioni per rafforzare la sicurezza informatica della PA. Dopo la pubblicazione, nel 2017, delle misure minime di sicurezza e delle linee guida per lo sviluppo del software sicuro, nel 2019 sono state pubblicate le linee guida per la sicurezza nel procurement pubblico e per lo sviluppo dei CERT regionali. Contestualmente l’agenzia ha svolto attività di analisi e supporto alle PA nella gestione degli incidenti informatici. Sono oltre 3.600 le segnalazioni pervenute al CERT PA dal 2015 e sono oltre 34.000 i malware analizzati dalla piattaforma Infosec (di media 50 malware analizzati al giorno e oltre 11.500 indicatori di compromissione lavorati). Nel 2019 è stata avviata la fase pilota della piattaforma nazionale di contrasto agli attacchi informatici, che oltre a trasmettere indicatori di compromissione, consentirà di notificare e rappresentare in maniera automatica gli eventi di rischio informatico in diversi scenari di condivisione. Infine, è stata avviata la sperimentazione di un tool di valutazione e trattamento del rischio cyber, a oggi con 172 PA.
  • Sono state definite strategie di digitalizzazione (basti pensare al Piano triennale, rivisto e potenziato nel 2019), principi architetturali fondamentali (ad esempio lo sviluppo multi-layered) e adeguati standard tecnici (ad esempio le regole di interoperabilità alla base del Piano triennale) che fissano in modo chiaro la trasformazione digitale da compiere. Soprattutto, si è capito quanto fosse inutile pretendere di attuare l’Agenda Digitale italiana a colpi di normativa e si è deciso di provare a semplificarla (pensiamo al correttivo del CAD), anche se non sempre con risultati efficaci (pensiamo al Codice dei contratti pubblici).
  • Nel corso del 2019 ha assunto maggiore centralità la figura del Responsabile per la Transizione al Digitale (RTD), quale elemento portante per la digitalizzazione delle amministrazioni. Dopo la circolare n.1 del 2018 del Ministro per la PA e la maggiore centralità attribuita all’interno del Piano triennale, AgID ha istituito una conferenza permanente costituita da sei tavoli tematici per supportare le amministrazioni. A novembre 2019 sono 5.200 i RTD nominati.

Crediamo che tutti queste evidenze, complessivamente, non solo rendano giustizia a tutti gli sforzi fatti ma chiariscano anche gli importanti risultati raggiunti relativamente alla creazione di un’architettura di base molto solida, su cui impostare le iniziative di digitalizzazione dei prossimi anni – sia in ambito pubblico che privato. Gli impatti delle tante progettualità messe in campo, infatti, sono ormai tangibili, in molti casi irreversibili e in grado di andare oltre i confini del settore pubblico per investire anche il mondo delle imprese.

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  1. Nella versione 2019 del DESI sono stati aggiunti 13 e tolti 3 indicatori. Ricalcolando il posizionamento dell’Italia anche per gli anni precedenti con la metodologia adottata nel 2019, manteniamo la quint’ultima posizione in Europa dal 2015 ad oggi.
  2. Tutti i dati riportati sono stati ricavati il 18 novembre 2019 dai cruscotti di monitoraggio di AgID e Team digitale.

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