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CULTURA DIGITALE

Tecnologia contro complessità, ecco il prezzo che il cervello paga alla semplificazione

Gli strumenti digitali facilitano la vita delle persone. Ma stanno anche innescando dinamiche dall’esito imprevedibile. Perché l’assegnazione di una funzione umana alla macchina comporta una serie di “perdite” per il nostro sistema cognitivo. Lo scenario che si sta delineando e le contromisure da prendere

20 Ago 2019

Andrea Millozzi

Blogger, Programmatore e Maker


La tecnologia, in ogni ambito, sia pubblico che privato, che si tratti di un servizio, di un software o di un prodotto, viene usata per semplificare processi e procedure. Ma quali saranno gli effetti sulla nostra mente se delegheremo alla tecnologia, come stiamo già facendo, ogni aspetto delle nostre vite? Un risvolto inquietante per il futuro della cultura digitale. Facciamo il punto analizzando le teorie in campo e il dibattito scientifico sul tema.

La tecnologia, che tende a semplificarci la vita, la sta davvero rendendo migliore o stiamo pagando un prezzo troppo alto in cambio della velocità e della semplificazione? La complessità è un problema o un’opportunità? Cosa ci stiamo perdendo per strada?

Nel film “Idiocracy“, una commedia dall’ambientazione fantascientifica, viene dipinto uno scenario distopico del futuro dove, a causa della maggiore prolificità delle persone stupide, il valore di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano. Una commedia surreale, che parte però da un allarme reale.

E’ risaputo che le persone stupide sono in grado di fare solo cose semplici mentre i maggiori traguardi raggiunti dagli esseri umani hanno origine dalle complessità: il perché lo spiega la scienza. Quando ci troviamo ad affrontare per la prima volta una situazione inedita, una volta conclusa l’esperienza, il nostro cervello ha appreso: i neuroscienziati sono riusciti a capire che lo stimolo ripetuto può attivare uno specifico gene che porta alla crescita di nuove connessioni tra il neurone sensoriale e quello motorio. È la base biochimica dell’apprendimento.

Se ricordiamo qualcosa di ciò che abbiamo letto fin qui è perché il nostro cervello è adesso leggermente diverso da quando abbiamo iniziato a leggere. Questo meccanismo si ripete all’infinito fin dal primo momento in cui veniamo al mondo. L’utilizzo del cervello ne modifica costantemente l’architettura, e questa è anche la base delle differenze esistenti tra le persone.

Più affrontiamo situazioni inedite e complesse, più le nostre capacità cognitive crescono rendendoci persone intelligenti: da questo assunto possiamo tranquillamente affermare che la complessità per il genere umano è una grande opportunità.

Cosa succederebbe quindi se, per qualche motivo, la complessità sparisse di colpo dalle nostre vite e tutto diventasse tremendamente semplice, come se ad esempio potessimo risolvere qualsiasi problema solo rivolgendoci ad un dispositivo elettronico che, ascoltata la nostra domanda, ci rispondesse in pochi secondi dandoci la soluzione su qualsiasi argomento? Quali sarebbero gli effetti pratici sul nostro cervello se vivessimo in un mondo in cui la tecnologia semplificasse ogni aspetto delle nostre vite?

Forse per saperlo non dovremo aspettare troppo visto che, se ci pensate, è proprio quello che sta avvenendo oggi. Mentre gli adulti di oggi hanno già vissuto una parte della vita in contesti de-tecnologizzati, cosa che li rende in grado di calmierare in parte i danni, i più giovani non hanno nessun tipo di protezione, visto che ogni loro esperienza di vita è iniziata in un mondo già ad “altissima densità tecnologica“: questo può essere un gran bel problema, cerchiamo di capire il perché.

Uno smartphone per abitante: cosa dicono le neuroscienze

Secondo l’Ericsson Mobility Report 2018, sembra che oggi sul pianeta ci siano più schede Sim che persone: si stimano 7,9 miliardi di sottoscrizioni alla telefonia mobile, contro i 7,5 miliardi di abitanti.

Ecco cosa emerge invece dal Report Global Digital 2018: “Dall’analisi dei dati provenienti da 239 Paesi, è emerso come il numero degli utenti connessi ad Internet nel mondo abbia sorpassato la soglia dei 4 miliardi di persone: un dato storico che ci dice che oggi più della metà della popolazione mondiale è online“.

Noi italiani siamo tra i primi al mondo per diffusione capillare del cellulare, circa il 73% della popolazione è online (43 milioni di persone), con 34 milioni di utenti attivi sui social media. Oramai lo smartphone è un dispositivo da cui non riusciamo a separarci facilmente. Molte persone si svegliano addirittura durante la notte e per prima cosa guardano il telefonino. Poi si tranquillizzano, e si rimettono a dormire.

Il punto, dicono i neuroscienziati, è che stiamo testando i nostri cervelli a pensare saltando da un’idea all’altra così come passiamo da un link all’altro. Non stiamo più esercitando i nostri cervelli a pensare in profondità, a porre domande in modo dettagliato, ad essere riflessivi. Non ci fermiamo più a ponderare le questioni. Ci limitiamo a guardare semplicemente online a gran velocità e la conseguenza è che stiamo diventando delle creature solo reattive.

Ma quali sono le conseguenze sulla nostra capacità di capire davvero quello che leggiamo e memorizziamo? La tecnologia sta davvero trasformando le nostre vite, ma siamo consapevoli fino in fondo delle implicazioni? Siamo coscienti degli effetti che si generano fisicamente nel nostro cervello?

Fino a 40 anni fa noi scienziati pensavamo che il cervello fosse plastico nelle primissime fasi dell’infanzia ma che una volta adulto diventasse esattamente come il computer che hai sulla scrivania: una macchina cablata in modo permanente che non poteva più essere alterata, poteva solo deteriorarsi. Oggi sappiamo che è sbagliato, il cervello è progettato per essere continuamente e profondamente modificabile. Finché sei in vita hai la possibilità di cambiarlo, in meglio, o in peggio, naturalmente“.

A parlare, intervistato da PresaDiretta nella puntata “Iperconnessi” del 15 ottobre scorso, è Michael Merzenich professore emerito dell’Università della California di San Francisco, uno dei neuroscienziati più noti al mondo, fra i primi alla fine degli anni Sessanta a dimostrare la plasticità del cervello cioè la sua capacità di riconfigurarsi continuamente in base all’attività dei neuroni. Una scoperta che ha rivoluzionato secoli di teorie e che nel 2016 gli è valsa il premio Kavli  delle neuroscienze, una specie di Nobel norvegese.

Merzenich spiega: “Il cervello, a seconda di come lo facciamo lavorare cambia, strutturalmente e funzionalmente, ogni volta che acquisiamo una nuova abilità o la miglioriamo, la macchina che abbiamo qui dentro, nel nostro cranio, sta continuamente rimodellando se stessa e questo è alla base di ogni nostra capacità. Per esempio il nostro cervello è costruito per farci da guida nell’ambiente fisico: oggi quando ci troviamo in un luogo, guardiamo il percorso sul telefono, giusto? Aspettiamo le istruzioni, spesso non sappiamo neanche dove siamo, cioè noi non sfidiamo più il cervello a ricostruire mentalmente lo spazio e a orientarsi, ma quella sfida aveva un valore per noi. Quindi tutte queste nuove tecnologie stanno già provocando un cambiamento fisico nel nostro cervello, che è molto diverso oggi rispetto a trent’anni fa“.

Noi pensiamo che rimuovere gli sforzi e affidarli a un dispositivo sia sempre un vantaggio,- prosegue Merzenich – ci dimentichiamo però che ogni volta che assegniamo a una macchina una funzione umana, stiamo rimuovendo qualcosa dalla nostra vita e dal nostro cervello“.

Così la tecnologia cambia il nostro cervello

Quando il giornalista gli chiede “se dovremmo mettere un freno all’uso di questa tecnologia, Merzenich non ha dubbi: “Penso che dovremmo studiare più intensamente quali siano le conseguenze neurologiche del loro utilizzo. Noi tendiamo a pensare che qualsiasi cosa accada qui dentro (ndr. nel cervello) vada bene e che il cervello sia sano finché ne abbiamo uno, ma non ha senso. Sappiamo talmente poco della correlazione tra la salute di questa macchina e quello che le provochiamo con le nostre azioni, che pensiamo che qualsiasi invenzione tecnologica le buttiamo addosso sia innocua e non ci uccida. E’ falso. La tecnologia ci sta cambiando e ci sta cambiando proprio qui (ndr. nel cervello). È bellissimo avere accesso a un sacco di informazioni ma se non esercitiamo mai la logica e la ragione, siamo nei guai.

Quando gli studiosi – dice ancora Merzenich – hanno analizzato la capacità delle persone di ragionare, hanno scoperto che la metà di noi non pensa più in modo razionale: la domanda è, quando arriveremo al punto in cui quello che stiamo perdendo supera quello che stiamo guadagnando? Perché c’è una soglia oltre la quale questi strumenti, che prima ci facilitavano la vita, iniziano a farci regredire in maniera distruttiva e probabilmente abbiamo già oltrepassato quella linea“.

Uno scenario così inquietante da indurre Merzenich a concludere che “il vaso di Pandora è stato aperto. Temo che questo rappresenterà probabilmente un altro di quei casi della storia umana in cui l’unico modo per far sì che le cose cambino sarà spingerci fino al punto in cui ci accorgeremo di aver causato un grave disastro. Ogni bambino dovrebbe essere educato a capire fino a che punto possiamo essere manipolati.

Le persone non si rendono conto che ciascuno di noi è il risultato dei cambiamenti subiti dal nostro cervello nel corso della vita e questo processo influenza il modo in cui agiamo, le decisioni che prendiamo.

Io non volevo parlare di politica ma è inevitabile. Noi qui in America, abbiamo un presidente a cui quasi metà della popolazione crede anche se il 95% di quello che dice è inventato di sana pianta, ma la gente ci crede, perché si limita ad accettare le cose così come arrivano senza metterle in discussione“.

Tecnologia, così inseguiamo la semplicità

E’ innegabile, oggi non potremmo più vivere senza i tanti servizi offerti dalle aziende digitali che, anche grazie ad Internet, ci permettono con un click di raggiungere molti dei nostri obiettivi, senza dover minimamente faticare per soddisfare i nostri bisogni: basta ricordare quanto sia oltremodo comodo cercare informazioni, notizie e prodotti nei motori di ricerca, per non parlare della semplicità di selezionare e ordinare online qualsiasi cosa ci venga in mente per poi vederci recapitare la merce a casa, nel giro anche di poche ore.

Nir Eyal, che ha insegnato alla Stanford Graduate School of Business and Design, un professionista che ha operato in settori come il videogaming e l’advertising, nel suo libro “Creare prodotti e servizi per catturare i clienti (Hooked)” lo dice chiaramente: “per vincere (ndr. per vendere) devi rendere le cose molto facili, fare deve essere più veloce di pensare. Troppo peso cognitivo, il principio deve essere quello di essere il più facile possibile“.

La parola chiave dei tempi moderni è proprio questa: “semplicità“, ripetuta ininterrottamente in tutti i contesti, quasi fosse un mantra. In definitiva non c’è nulla di male nel cercare di aiutare le persone a fare ciò che vogliono, nel modo più facile per loro, anzi!

Il costo e le conseguenze di una vita comoda

Ma cosa stiamo barattando in cambio di una vita comoda? Una vita in cui interi team di esperti, strapagati per questo, fanno di tutto per eliminare dai nostri pensieri ogni ostacolo che ci separa dai loro servizi e/o prodotti?

Personalmente, da patito di elettronica, mi ricordo ancora di quando, da ragazzo, ero costretto a fare giri interminabili per andare a cercare i condensatori, le resistenze e i circuiti integrati, tutti componenti che mi servivano per realizzare i progetti riportati sulla mia rivista preferita, “Nuova Elettronica“: il bello è che spesso neanche trovavo tutti i pezzi nello stesso posto, così mi toccava andare da una parte all’altra della città e, per via dell’età, non avendo ancora la macchina, dovevo spostarmi con i tempi biblici dei mezzi pubblici.

Il tempo che impiegavo a raggiungere i miei obiettivi era proporzionato alla quantità di situazioni, di informazioni e di esperienze che mi aiutavano a sviluppare le mie capacità di orientamento, di approccio con le persone, di gestione degli imprevisti. In una parola, a crescere.

Internet era ancora agli esordi per cui, per informarmi sui mezzi da prendere o per avere indicazioni precise sulle vie da raggiungere, ero costretto a chiedere, guardando le persone negli occhi per poi cercare di orientarmi leggendo il nome delle vie, e nel farlo imparavo a conoscere la mia città. Anche per ottenere suggerimenti sui circuiti elettronici o sugli strumenti più adatti per realizzare i miei progetti, ero obbligato ad incontrare qualcuno, fisicamente. Ed ogni volta, oltre a creare relazioni “reali“, imparavo qualcosa di nuovo e di utile.

In definitiva, da ragazzo vivevo in un contesto più “complesso, dove per fare qualsiasi cosa serviva più tempo, ed ero costretto ad interagire di persona con gli altri, stringendo nuove amicizie o imparando a stare lontano dai pericoli.

Oggi stando chiuso in casa, trovo tutto e subito online e la maggior parte delle volte mi relaziono solo attraverso le chat o i Social: in definitiva, per raggiungere i miei obiettivi come un tempo, mi servono molti meno passaggi, sono sottoposto a molti meno stimoli e devo affrontare molti meno ostacoli e tutta questa semplificazione, se ci pensate, non è sempre un bene.

Soprattutto per una persona giovane, che al contrario di me è ancora alle prime armi con la vita, il teletrasportarsi direttamente all’obiettivo, senza sporcarsi mai le mani, senza mai “scervellarsi” come si deve per trovare soluzioni e riuscire a portare a termine i suoi compiti, più che in un beneficio rischia di tradursi in un grosso problema di crescita esperienziale, con tutte le conseguenze immaginabili. Mi verrebbe da dire: ben vengano soluzioni smart, l’importante è non abusarne, soprattutto se si è molto giovani.

L’effetto della tecnologia sui “circuiti” dei giovani

Un’altra differenza con il passato è che da ragazzino ero praticamente costretto ad usare molto le mani: per scrivere, per disegnare, per aggiustare o per creare, e mi piaceva un sacco! Ancora ricordo con nostalgia il tempo passato in cantina ad armeggiare con il pennarello indelebile, l’acido e il trapano per realizzare le basette necessarie a saldarci su i componenti e terminare così i miei progetti elettronici.

Avendo due figli, sono circondato da giovani e giovanissimi, purtroppo devo dire che sono davvero rare le volte che li vedo immersi in qualche attività per realizzare qualcosa con le mani: sono molte di più invece le volte che li vedo utilizzare un dispositivo elettronico su cui girano software di tutti i tipi, dai Social ai videogames.

Interporre un display, tra le mani e il cervello, soprattutto se si tratta di un bambino, è sicuramente una grande limitazione per la sua creatività. Significa non solo limitare i movimenti e renderli ripetitivi, ma anche costringere la mente a ricevere degli input preordinati e creati da qualcun altro, e in questo modo non è mai lasciata davvero libera di esprimersi nel pieno del suo potenziale. Probabilmente interferire su questi processi proprio nel periodo di crescita di un individuo non è la cosa migliore, eppure pensate quanti sono i bambini che vengono “a contatto” già in tenera età con la tecnologia, attraverso l’uso di un tablet, di uno smartphone o di un “assistente digitale“.

Conosco ragazzi che i compiti di scuola, quelli da fare a casa, li portano a termine ponendo domande ad Alexa, che puntualmente risponde con la soluzione, ovviamente esatta, mentre ricerche sul tema indicano che sono già molti i genitori che affidano a questi dispositivi digitali le favole della buonanotte da raccontare ai figli.

Semplificare a tutti i costi: l’impatto sulla vita degli umani

Comunque è un fatto che la ricerca spasmodica della semplificazione a tutti i costi, stia impattando praticamente su molti aspetti delle nostre vite.

Pensiamo ad esempio alle interfacce dei siti e delle App: ogni sito web ed ogni App devono saper catturare l’attenzione degli utenti, fornendo le informazioni che cercano in maniera semplice ed efficace. Ecco il motivo per cui, da una situazione in cui ognuno creava le interfacce un po’ a proprio gusto come succedeva nei primissimi blog, si è passati ad una esperienza di navigazione più spartana e senza fronzoli, seguendo il motto: less is more, con la conseguenza che ogni pagina web e ogni App sembrano la copia di se stessi (e addio diversità!).

Anche la politica è diventata facile: con l’avvento dei Social, non passa giorno che il politico di turno non esternalizzi i suoi pensieri attraverso un tweet, un post su Facebook o un video su Instagram. Si è arrivati addirittura a poter partecipare a dei concorsi online che per premio danno la possibilità di vincere… un selfie con il politico più amato! E se non bastasse, mentre un tempo per annunciare decisioni importanti sulla vita dei cittadini venivano convocati i giornalisti nelle conferenze stampa, oggi si scrivono tweet di poche righe… e via!

Schiavi di un nuovo padrone: l’algoritmo intelligente

Ma fino a che punto i dispositivi digitali si insinuano e riescono davvero a condizionare in qualche modo le nostre vite? Qualcuno dice che i programmatori siano in grado di armeggiare col nostro cervello trasformandoci in vere e proprie cavie da laboratorio: noi schiacciamo leve e loro in cambio ci donano piccole ricompense, in questo modo catturano senza problemi la nostra attenzione, che in definitiva è quello che cercano (per permettere alle aziende di venderci i loro prodotti).

Questo concetto lo spiega molto bene, Ramsay Brown, 31 anni, un dottorato in neuroscienze dell’Università della California del sud, e una specializzazione in neuroinformatica. Insieme al suo socio, tre anni fa, ha raccolto un milione e mezzo di dollari per creare nel suo garage di Venice, a Los Angeles, una startup Boundless Mind: ‘mente senza limiti’. Lo scopo? Aumentare il nostro coinvolgimento online, intercettando quando abbiamo bisogno di essere gratificati e farci diventare dei consumatori seriali. Le aziende che hanno utilizzato questi algoritmi sono già cresciute del 30% e la società, dentro il garage, vale ora 6 milioni di dollari.

Ecco cosa dice Ramsay Brown, intervistato da PresaDiretta: “Pensa ai casinò e alle scommesse o alle slot machine, tiri la leva e non sai se vincerai, se guadagnerai un sacco di soldi, pochi o niente… è l’imprevedibilità che attiva la parte del cervello che ti eccita e ti spinge a giocare all’infinito.

Quello che facciamo noi qui è cercare di capire come hackerare questo sistema per attivarlo in modo perfettamente prevedibile. Prova a immaginare qualcuno che riesca a stabilire il momento preciso per farti sentire bene, per darti come un piccolo cinque con la mano. Essere felici non deve per forza essere casuale, noi possiamo usare l’intelligenza artificiale per prevedere quando tu ne hai bisogno, quando tu ne hai bisogno, quando tu mi hai bisogno!

Perché volere una gratificazione dipende dal tuo cervello. Le macchine di apprendimento automatico imparano quando e come darti quella piccola scarica che ti fa venire voglia di tornare online“.

Conosciamo le scienze del comportamento da un sacco di tempo, come funzionano la motivazione, l’abitudine, la dipendenza – spiega Brown. – Il mio team e io abbiamo solo preso quella conoscenza e l’abbiamo applicata alla tecnologia: ogni volta che tu metti un like su Facebook l‘azienda sta imparando a conoscerti e sa che se ti piace questo e ti piace quello, ti piacerà anche quell’altro, quindi collocano le cose che ti interessano sulla tua bacheca al momento giusto. Noi qui stiamo solo perfezionando quei software“.

Un algoritmo della dipendenza che, con una riga di codice, riesce a cambiare il nostro cervello. Quando Twitter ti dà solo poche decine di caratteri per scrivere un tweet, sta già modellando il modo in cui il tuo cervello si comporta, ti sta dicendo che puoi avere solo pensieri brevi. Questi codici stanno già rimodellando tutti noi da tempo. Ogni azienda tecnologica, inclusa la mia, porta avanti ogni giorno dei piccoli esperimenti su ogni prodotto del telefono. Noi pensiamo di usare la stessa applicazione, ma in realtà ognuna è diversa, perché non siamo all’interno dello stesso esperimento“, dice Brown.

Il giornalista chiede: “Lei ha detto in un’intervista che siamo tutti delle cavie: state ricablando il nostro cervello?”. Ramsay Brown: “Sì certo! Il tuo cervello è fatto di un cablaggio ampio, che è quello che ti permette di sopravvivere, e poi ci sono dei circuiti molto specifici che coinvolgono i tuoi ricordi, le tue abitudini, le tue emozioni. Questi circuiti prima cambiavano con le tue esperienze, con la vita reale, ora invece sono cambiati dal tuo telefono e cambiano in modi che noi possiamo prevedere. Come designer, come uomo d’affari, come neuroscienziato, io posso riprogrammare le persone“.

Giornalista: “E non è pericoloso?”. Brown: “Se le compagnie e i marchi non sono trasparenti, se non dicono apertamente che stanno usando queste tecniche, sì“.

Probabilmente dopo aver letto queste parole, vi sarete chiesti se non sia il caso di smettere di utilizzare lo smartphone e di stare connessi tutti i santi giorni interagendo sui Social.

Siamo condannati alla tecnologia?

Il punto è che oramai ognuno di noi ha una parte della propria identità sociale costruita anche dentro ai Social: oggi se non usi il cellulare, non usi i Social… sei fuori! In queste piattaforme ci vivono tutti, amici, colleghi, familiari… anche i nostri genitori. La verità è che non hai davvero una scelta, se non partecipi cosa fai? L’eremita? Stiamo parlando di miliardi di persone interconnesse: pensa se ti presentassi nel 2019 ad un incontro di lavoro e tu fossi l’unico a non avere un cellulare. Quanto pensi ci metterebbero a sostituirti con qualcuno più “smart“?

Non c’è niente da fare: siamo condannati a usare la tecnologia, che a poco a poco si sta trasformando fino a diventare invisibile ai nostri occhi, ma in realtà onnipresente accanto a noi. Siamo partiti da PC grandi quanto una stanza, che poi sono diventati scatole posizionate accanto alle nostre scrivanie, fino a quando gli smartphone hanno preso il sopravvento. Quello a cui stiamo assistendo è la trasformazione di questi prodotti, da device grandi abbastanza per tenerli nelle nostre tasche a assistenti digitali“, delle vere e proprie entità, piccole quanto un microfono, realizzate con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, a cui affidiamo la soluzione ad ogni nostro problema, e con cui interagiamo semplicemente con la voce.

In questo contesto non solo il mercato, ma anche la politica ha capito il vantaggio di essere presente online: ed infatti quasi tutti i politici, che vivono di consensi e sono in cerca di like, si sono adeguati, creando i propri account personali sui Social Network. Questo punto merita una riflessione.

Conosciamo tutti l’importanza di avere un alto numero di follower, che stanno diventando il ranking del nostro successo sociale. In politica non è molto diverso. Questi dati sono usati anche dagli stessi media per mostrare all’opinione pubblica la “forza mediatica” di questo o di quel politico, proprio indicando il numero dei seguaci che ha sui Social: il senso è che più è grande questo valore, più il politico ha il consenso dei cittadini, viceversa, più è piccolo il dato, minore sarà il suo peso nella scena politica.

Cosa succederebbe se si scoprisse che i Social “truccano questi valori parteggiando per uno o contrastando un altro uomo politico, partito o movimento di opinione? O ancora come muterebbe la geografia politica di un Paese se gli algoritmi, senza una policy dichiarata e trasparente, favorissero uno rispetto all’altro, visualizzando di più o di meno i post in base a qualche preferenza o interesse personale dei vertici aziendali?

Social network, cavallo di Troia della politica

Evenienza tutt’altro che ipotetica: poco tempo fa Facebook, per aver violato, proprio per scopi politici, le norme sulla privacy nel caso Cambridge Analytica, ha ricevuto una stangata da 5 miliardi di dollari (https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/facebook-la-multa-da-5-miliardi-e-la-punta-delliceberg) (la più alta di sempre per una società hi-tech), decisa dalla Federal Trade Commission (Ftc), l’autorità indipendente che protegge i consumatori americani. In pratica, a causa di una scorretta gestione della privacy da parte del colosso di Zuckerberg, la società esterna Cambridge Analytica era venuta in possesso dei dati personali di circa 87 milioni di utenti Facebook, che sarebbero stati poi usati, durante le elezioni americane, per convincere gli indecisi, attraverso i suoi algoritmi, a votare per Trump, poi divenuto presidente degli Stati Uniti d’America.

In definitiva i Social Network sono multinazionali private, con introiti più grandi dei PIL degli Stati; i politici che li usano, così come i comuni cittadini, sono soggetti alle loro regole e ai loro algoritmi software, di cui tra l’altro non è dato conoscere i dettagli di funzionamento: non è una forma di dipendenza da cui uomini delle Istituzioni dovrebbero stare alla larga per etica, intelligenza e opportunità?

Social e bot, così nasce il pensiero unico

Da notare che con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, anche le canzoni e video odierni, presenti sui portali delle multinazionali del web, vengono composti stando molto attenti alle regole e agli algoritmi realizzati ad hoc, che, come si diceva, sono alla base delle visualizzazioni, dell’aumento dei follower e dei ricavi pubblicitari, motivo per cui si cerca di non indispettirli apportando creazioni “fuori dagli schemi” o evitando parole e tematiche non gradite.

Gli articoli online invece si scrivono in modo da essere appetibili, piuttosto che ai lettori, ai BOT, dei veri e propri robot software che scandagliano la rete alla ricerca di informazioni da aggiungere ai motori di ricerca: la posizione (o il rank come si dice in gergo) e la facilità di farsi trovare sui motori di ricerca, hanno infatti ottenuto nel tempo una importanza maggiore rispetto alla qualità di ciò che viene scritto.

E’ anche per questo motivo che i titoli dei giornali e gli articoli online si fanno in base ai temi che tirano di più, alimentando quello che viene definito il “clickbaiting” (tradotto “esca da click“), rischiando di produrre contenuti meno interessanti e dettagliati.

In generale, quello che si nota, è un impoverimento delle informazioni che in un certo senso rischia di formare un circolo vizioso: più queste sono semplici, meno sono utili alla crescita cognitiva, andando ad ampliare la mediocrità che richiederà di fruire di contenuti sempre più semplici.

Webeti e analfabetismo funzionale: tutti più stupidi?

Per capire come la tecnologia stia influenzando le nostre vite, un ottimo punto di partenza può essere analizzare le relazioni pubbliche e i comportamenti che le persone tengono proprio sulle piattaforme Social: questi servizi hanno portato sicuramente dei vantaggi dandoci la possibilità di condividere notizie, aumentare i contatti fra le persone, creare nuove amicizie fino addirittura arrivare a trovare la propria anima gemella, ma allo stesso tempo hanno anche messo in evidenza alcuni fenomeni, primo fra tutti l’incapacità di alcune persone di dialogare correttamente, con educazione e restando “sul pezzo“. È facile imbattersi in commentatori da strapazzo, odiatori di professione, che intervengono a sproposito usando frasi inopportune con linguaggi ricchi di parole volgari e scurrili.

Il fenomeno è esploso al punto che è stato addirittura coniato un nuovo termine per definire questo tipo di persone: “webete. Si tratta di un termine che a sua volta è il risultato dell’unione di altri due termini, “web” e “ebete“. Il webete, in definitiva, è colui che ignora e non conosce le potenzialità della rete e finisce per utilizzarla in modo grossolano e superficiale, scrive online cose stupide o poco interessanti, utilizza a volte anche un linguaggio aggressivo.

Di certo fa riflettere il fatto che se c’è bisogno di inventare un nome comune di persona particolarmente stupida, vuol dire che tra le persone è molto comune questa particolare stupidità: ma è proprio questo il punto! D’altronde è un argomento che viene da lontano, se ne parlava anche Bertrand Russell: “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi“.

Non so se conoscete l’effetto Dunning-Kruger: “E’ una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti”.

Quando si dice che sui Social siamo tutti allenatori o giuristi: quante volte sarà capitato anche a voi di imbattervi, soprattutto online, in una tale quantità di persone, una intera massa di opinionisti, pronte a far valere le proprie tesi, senza però portare argomentazioni davvero convincenti ma solo supposizioni e frasi senza un presupposto logico e di competenza?

Analfabetismo funzionale, quanti “webeti” ci sono?

Il PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) è un programma ideato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che ha realizzato un’indagine in cui sono state coinvolte circa 12.000 persone. I rispondenti dell’indagine PIAAC sono stati individuati tra i membri di famiglie estratte dalle liste anagrafiche dei Comuni italiani. Lo scopo era quello di conoscere, attraverso un questionario e dei test cognitivi specifici, le abilità fondamentali della popolazione adulta compresa tra i 16 e i 65 anni, ovvero quelle competenze ritenute indispensabili per partecipare attivamente alla vita sociale ed economica odierna.

Al primo round hanno partecipato 24 paesi nel mondo e l’Italia, nel continente europeo, si è classificata seconda, preceduta solo dalla Turchia, per “analfabetismo funzionale“, che non vuol dire non saper leggere e far di conto, ma non saper elaborare e utilizzare le informazioni che leggiamo.

Il termine analfabetismo funzionale indica infatti l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. L’analfabetismo funzionale si concretizza quindi nell’incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni a disposizione nell’attuale società. In base a questa ricerca dunque, molti italiani non sono nemmeno in grado di capire un libretto d’istruzione di un cellulare, figuriamoci fenomeni complessi come: immigrazione, disoccupazione, criminalità.

Non solo. La società inglese Ipsos Mori per quattro anni ha esaminato i pericoli della percezione, il divario cioè tra quello che percepiamo e la realtà dei fatti. Secondo la ricerca tra i paesi più ignoranti al mondo l’Italia nel 2018 è risultata essere la diciottesima.

Il guaio è che noi prendiamo decisioni sulla base di quello che sappiamo e di quello che percepiamo dall’ambiente, ma se abbiamo una percezione completamente distorta di quello che ci circonda, è logico che le nostre scelte saranno sbagliate.

A farla da padroni in questo contesto non certo idilliaco, vi sono tutti quei soggetti che hanno interesse ad approfittare della situazione per raggiungere i loro scopi, a nostro danno, come hacker e creatori di fake news. Non scordiamoci che il World Economic Forum, già nel 2013, aveva inserito la disinformazione digitale, addirittura nella lista dei “rischi globali”: un rischio capace cioè di avere risvolti politici, geopolitici e, perfino, terroristici.

Vero o falso? Non sappiamo più distinguerli

Non siamo più in grado di riconoscere in rete quello che è vero da quello che è falso come ha dimostrato anche l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa (UNISOB) di Napoli, che ha realizzato la terza ricerca sull’infosfera italiana, da cui si evince che: “Il 65,46% (ndr. degli italiani) non riesce a distinguere una fake news. Le percentuali crescono quando si tratta di identificare un sito web di bufale, il 78,75% non è in grado di farlo. L’82,83% non è in grado di identificare la pagina Facebook di un sito di bufale. E il 70,28% non distingue un fake su Twitter“.

Questa incapacità di scindere cosa è vero da cosa non lo è, permette ad intere armate criminali sparse nel mondo, di realizzare attacchi di massa attraverso i Social, usati dagli hacker per amplificare, persuadere e diffondere i malware più rapidamente di email o altri vettori di attacco.

In questo modo è più facile sfruttare l’elemento “fiducia” e innescare un abuso di connessioni affidabili per diffondere attacchi personalizzati tramite le piattaforme: stiamo parlando di un’industria che guadagna miliardi di dollari all’anno sotto forma di profitti illeciti!

Leggendo il rapporto 2019 del Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, si scopre che nel 2018 sono stati censiti 1.552 attacchi gravi, con una media di 129 episodi al mese, vale a dire quasi il 37,7% in più rispetto al 2017, e oltre il 70% di quelli imputabili all’Information Warfare (o guerra dell’informazione, anche combattuta con le fake news) sono stati classificati nel 2018 di livello “critico“.

Attacco al cervello: la degenerazione cognitiva

Pochi lo sanno e se ne rendono conto, ma sempre più spesso il cervello subisce anche l’azione di contaminanti ambientali. Mentre camminiamo per strada, quando mangiamo il nostro piatto preferito al ristorante, addirittura quando siamo a casa nostra, sul divano a guardare la TV, incrociamo continuamente sostanze chimiche che potrebbero avere conseguenze tossiche per adulti e bambini.

Si chiamano interferenti endocrini e sono molecole capaci di agire sullo sviluppo del cervello fino a comprometterne il quoziente intellettivo. Stiamo parlando di sostanze chimiche che si trovano dappertutto, nell’aria che respiriamo, nel cibo che mangiamo, nell’acqua dei fiumi, nel mare. E’ possibile entrare in contatto con queste sostanze in mille modi, anche quelli più impensabili: si possono trovare nei cosmetici, nei disinfettanti, nei dentifrici, e ancora nelle confezioni di prodotti alimentari, nelle colle, nei coloranti, su alcuni tipi di carta, nei prodotti per l’igiene domestica, nei filtri solari, in alcuni tipi di tessuto e naturalmente tra i pesticidi. E poi gli interferenti neurotossici si possono trovare tra i prodotti usati comunemente nelle nostre case come antiparassitari, fungicidi, disinfettanti, spray contro mosche e zanzare.

In una parola: sono ovunque! Purtroppo nessuno conosce l’effetto esatto di questi cocktail diabolici sul nostro organismo, ma gli ultimi studi lanciano un grido di allarme univoco: anche a causa di queste sostanze, il livello medio dell’intelligenza si è drasticamente ridotto. Con quali conseguenze? E’ in gioco l’intelligenza delle future generazioni? Qual è il costo sociale di questo attacco al cervello? Come incide la perdita di intelligenza nel ciclo della produttività di una persona?

Su questi temi, la troupe di PresaDiretta, a febbraio di quest’anno ha voluto vederci chiaro realizzando la puntata “Attacco al cervello” che trovate su RaiPlay  per approfondire. Ecco ad esempio cosa risponde ai dubbi espressi fin qui: “Qualche anno fa un gruppo internazionale di endocrinologi, pediatri ed economisti ha provato a calcolare a livello europeo il costo degli effetti sul cervello umano dell’esposizione ad alcune sostanze chimiche, soprattutto nei primi anni di vita. Il risultato è stato sconvolgente.  Si è stimato in 132 miliardi di euro il costo dei disturbi da disabilità intellettive e perdita di quoziente intellettivo“. E allora come difendere la nostra salute e quella delle future generazioni?

Le buone pratiche per mantenere sano il cervello

Abbiamo visto come il cervello sia facilmente influenzabile da fattori esterni e come sia continuamente sotto attacco da parte di agenti tossici presenti dappertutto.

A conferma del declino cognitivo in atto, giunge anche lo studio dell’effetto Flynn che analizza l’andamento del Quoziente Intellettivo (QI) dei popoli: secondo questo effetto, il valore del quoziente intellettivo medio della popolazione aumenta nel corso degli anni e delle generazioni.

Lo scienziato James R. Flynn ha osservato come il valore del quoziente intellettivo sia aumentato in modo progressivo, con una crescita media di circa 3 punti per ogni decennio, fino all’inizio del nuovo millennio, per poi rilevare come in alcuni paesi sviluppati questo trend si sia invertito, rappresentando valori medi di quoziente d’intelligenza inferiori rispetto a quelli rilevati molti anni prima, mentre la tendenza positiva sembrava continuare nei paesi dove la media nazionale del QI era ancora bassa.

Non stupisce quindi sapere che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stia registrando un sensibile aumento della demenza e diminuzione delle capacità cognitive motivo per cui si è attivata per segnalare al mondo questo problema e come intervenire: “Le linee guida dell’OMS sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, forniscono raccomandazioni basate sull’evidenza su comportamenti e interventi sullo stile di vita per ritardare o prevenire il declino cognitivo e la demenza.

In tutto il mondo, circa 50 milioni di persone soffrono di demenza e, con un nuovo caso ogni tre secondi, il numero di persone con demenza è destinato a triplicare entro il 2050. Il numero crescente di persone con demenza, il suo significativo impatto sociale ed economico e la mancanza di trattamento curativo, rendono imperativo per i paesi concentrarsi sulla riduzione dei fattori di rischio modificabili. Tanto che un’intera area, la numero 3, del piano d’azione globale sulla risposta sanitaria alla demenza 2017-2025 è dedicata proprio alla riduzione del rischio”.

Una vera e propria sfida alla demenza è stata dunque lanciata. E non sono solo l’OMS o il mondo della Sanità e della Scienza a poter dare delle risposte.

Se il problema del declino cognitivo è reale e va affrontato, è anche vero che ognuno di noi, dalle Istituzioni ai cittadini, può agire costruttivamente per arginare i danni. Ad esempio, evitando la polemica inutile e l’attacco sistematico ai danni di una intera fetta di popolazione che troppe volte viene definita con termini irrisori e squalificanti: non è certo dare del cretino a qualcuno che lo renderà più intelligente!

Se pensate di aver ragione, esprimete le vostre opinioni civilmente, utilizzando un linguaggio “corretto” (prendendovi tutto il tempo necessario per trovare le parole giuste), linkando le fonti da cui tutti possono attingere per informarsi sulle tematiche in gioco, e restate calmi se vi capita di confrontarvi con qualcuno che non sia al “vostro stesso livello“. Probabilmente non lo convincerete, ma quantomeno eviterete di polarizzare ulteriormente il dibattito. L’obiettivo di ogni discussione dovrebbe essere quello di innalzare la qualità del discorso generale: non è facile, ma è proprio questa la sfida che dobbiamo portare a termine da “persone intelligenti“.

Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che, qualsiasi sia il valore del nostro QI personale, non è facile uscire da questi meccanismi messi a punto da professionisti strapagati per creare esche e ricompense, che agiscono su principi biologici molto profondi, frutto della nostra evoluzione, che stanno bene nascosti nella sfera dell’inconscio.

Le 8 regole per evitare gli effetti collaterali della tecnologia

Allora partita persa? Siamo tutti destinati come i pesci rossi ad abboccare alla prima esca? Ovviamente no! Ma c’è bisogno di una grande volontà per scardinare questi meccanismi. Di seguito alcuni suggerimenti che possono essere messi in pratica da chiunque abbia a cuore il proprio cervello:

  • Eliminare le notifiche e gli avvisi.
  • Non rispondere più in modo compulsivo, ogni secondo, a tutti i messaggi.
  • Quando siamo a tavola, niente Smartphone.
  • Evitare gli aperi-smartphone: cosa sono? Esco dal lavoro, c’è bel tempo, mi siedo su una terrazza, prendo un bicchiere, delle patatine e… vado sul telefonino. No! Molto meglio guardare quello che succede intorno a noi.
  • Non usare lo smartphone come baby-sitter: i bambini vanno protetti e la loro prima difesa siamo noi.
  • Sono in riunione, mi annoio, non tiro fuori il telefonino. Stessa cosa se sono uno studente a lezione e mi annoio.
  • Mai andare a guardare lo smartphone durante la notte, perché i diodi colorati modificano la qualità del sonno e ci impediscono di dormire bene.
  • Ogni tanto bisogna andare in posti dove non c’è rete, non per molto, tre o quattro giorni… non eliminiamo il problema, ma questo ci permette di disconnetterci ogni tanto e ritrovare noi stessi.

Questi consigli sull’uso della tecnologia ovviamente non bastano, da soli, se non sono accompagnati da più generali regole di buon senso, come per esempio socializzare nella vita reale, fare attività fisica, non smettere di leggere e studiare e, soprattutto, non stancarsi mai di giocare e di essere curiosi.

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